Non è follia, è un metodo

Perché il caso del libro con Gratteri illumina un virus della magistratura: i teoremi che pesano più dei fatti

Claudio Cerasa

Si potrebbe anche pensare che le assurdità messe in fila da Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni per negare la letalità del virus e l’utilità dei vaccini siano il frutto di un delirio improvviso maturato per caso nei complicati mesi della pandemia. Non è così

Non ci siamo potuti sottrarre al macabro scoop dei camion dell’Esercito che portavano le salme a Bergamo. Immagini che rimandano, tristemente, alla strategia messa in atto dal Tribunale della Sanità di Milano di manzoniana memoria, per convincere la città dell’esistenza della peste…”. A rileggere per l’ennesima volta le incredibili teorie complottiste sul coronavirus contenute nel libro Strage di stato – libro a cui ha offerto la sua prefazione entusiasta il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri – si potrebbe anche pensare che le assurdità messe in fila da Pasquale Bacco e  Angelo Giorgianni, magistrato della Corte di  appello di Messina, che insieme a Bacco nega la letalità del virus e l’utilità dei vaccini, siano il frutto di un delirio improvviso maturato per caso nei complicati mesi della pandemia.

  

Sarebbe bello e rassicurante poter sostenere questa tesi ma la verità è che in questa follia esiste un metodo che è figlio di una diffusa e perversa logica giudiziaria al centro della quale vi è una catena di precise patologie che caratterizza il mondo della giustizia: la ricerca dei teoremi che prende il sopravvento sulla ricerca delle prove, la ricerca dei sistemi che prende il sopravvento sulla ricerca degli indizi,  la ricerca delle trame occulte  che prende il sopravvento sulla individuazione di reati specifici oggettivamente riscontrabili in base a criteri fattuali o scientifici.

 

Il caso Gratteri non è dunque un semplice scandalo che riguarda la volontà da parte di un importante magistrato italiano di avallare teorie complottiste ma è anche uno scandalo che evidenzia un modo di ragionare di un pezzo non irrilevante della magistratura italiana, abituata ad approcciarsi alla costruzione di un’indagine con lo stesso metodo complottista con cui tende a osservare il mondo un seguace delle sette cospirazioniste. Non si tratta dunque di un delirio. Si tratta al contrario di un metodo di lavoro che sovente spinge un magistrato non a partire da un fatto per illuminare un fenomeno ma a partire da un fenomeno per poi cercare un fatto.

 

Lo scandalo del libro di Bacco e Giorgianni è uno scandalo che va al di là delle teorie complottiste sul Covid perché permette di affrontare un tema che non può non finire sul tavolo del Csm e che il professor Giovanni Fiandaca ci aiuta al telefono a sintetizzare così: ma un magistrato che avalla delle teorie complottiste è o non è un magistrato che adotta un metodo pericoloso perché non garantisce che nella sua attività giudiziaria vi siano sempre criteri razionalmente controllabili? Il complottismo applicato alla giustizia porta inevitabilmente a considerare la cultura indiziaria meno centrale rispetto alla cultura del sospetto – il procuratore Nicola Gratteri è convinto, così ci ha fatto sapere, che gli articoli del Foglio nascano non dalla semplice lettura di un libro a cui Gratteri ha scelto di offrire la sua prefazione ma da un sofisticatissimo complotto organizzato dal Foglio per evitare che il dottor Gratteri possa guidare la procura di Milano – e in questo senso il caso del libro scandalo e della sua prefazione è lì a testimoniare un altro problema di cui dovrebbe occuparsi il Csm riassumibile con altre due domande.

 

Primo: la libertà di opinione può arrivare al punto di violentare la verità empirica?

 

Secondo: è accettabile per il Consiglio superiore della magistratura che vi siano magistrati che con disinvoltura danno alle teorie del complotto la forma di un’azione giudiziaria?

 

Secondo noi no. E per questo oggi presenteremo un esposto alla procura generale della Repubblica e al ministro della Giustizia per verificare se sia possibile o meno accettare  la presenza in Italia di una magistratura che prova a trasformare i deliri in fatti.Claudio Cerasa

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.