La diplomazia dei vaccini

Ai sovranisti piace Sputnik, Grillo invece vorrebbe i vaccini cinesi

Giulia Pompili

Sul sacro blog è tutto un celebrare le imprese della Cina contro la pandemia, ma dei loro vaccini sappiamo troppo poco

Dopo l’apertura tutta italiana allo Sputnik, il vaccino russo, da integrare alla strategia anti Covid, non potevamo non aspettarci uno spot ai vaccini cinesi. Il vaccino made in China di Sinopharm è già usato nell’Ungheria di Orbán, la Repubblica ceca sta aspettando i suoi ordini e la Polonia, che inizialmente si era informata, ha fermato il negoziato con Pechino per “insufficienza di dati”. Nessuno dei quattro vaccini cinesi (ma sono soprattutto due, quelli prodotti dalla Sinovac e dalla Sinopharm) è stato ancora approvato dall’Agenzia europea per i medicinali, né è stata richiesta la registrazione. Ma se il vaccino russo piace tanto ai sovranisti pro Russia, c’è da aspettarsi che i vaccini cinesi si trasformino nella nuova frontiera della propaganda pro Cina di quella parte del Movimento cinque stelle che ancora non si è convertito all’atlantismo di Draghi.

   

E infatti, qualche giorno fa sul sacro blog di Beppe Grillo è stato pubblicato l’ennesimo articolo che celebra le imprese della Cina dal titolo: “Perché l’Occidente dovrebbe affidarsi anche ai vaccini cinesi”. L’autore, Fabio Massimo Parenti (che appare spesso sul blog di Grillo da quando Grillo, da attivista anti cinese e per la difesa dei diritti umani nel Tibet e nello Xinjiang si è convertito sulla via dell’autoritarismo di Xi Jinping) scrive che in Cina “il numero dei vaccinati ha raggiunto quota 50 milioni, secondo le ultime stime. Ma, quel che è più importante, nessuna notizia di effetti collaterali, problemi o intoppi”. Ovviamente non lo sfiora il dubbio che il controllo dell’informazione di Pechino serva proprio a questo, a evitare che si pubblicizzino eventuali “effetti collaterali, problemi o intoppi”. Ma è perfino la maggioranza dei cinesi a essere “esitante” sul vaccino distribuito dal loro governo. Secondo il South China Morning Post, da un lato il controllo draconiano dell’epidemia ha rallentato quel senso di emergenza che fa correre la popolazione a vaccinarsi, ma dall’altro, per esempio nella provincia dello Zhejiang, solo un terzo degli aventi priorità ha dichiarato di volersi vaccinare, per paura degli effetti collaterali e della reale efficacia delle iniezioni made in China. 

 
Parenti scrive sul blog di Grillo che “la Cina può contare su un ventaglio formato da almeno quattro vaccini principali, giunti alla fase 3”, ma dimentica di dire che le aziende cinesi non hanno ancora pubblicato i risultati della sperimentazione e non li hanno ancora sottoposti alla peer review, e perfino autorevoli scienziati cinesi (come l’accademico Ding Sheng su Caixin e Bi Jingquan, ex capo dell’Autorità di controllo dei farmaci di Pechino) hanno più volte detto che senza  trasparenza non ci può essere fiducia. Sull’efficacia delle iniezioni cinesi, dunque, c’è molta confusione: Turchia e Brasile alla fine della fase 3 hanno detto che il vaccino Sinovac era efficace solo al 50,65 per cento, un dato che aveva spaventato soprattutto chi voleva utilizzarlo per proteggere gli operatori sanitari. 
Sul blog di Grillo si legge poi che “ci sono sempre più paesi stranieri che stanno ordinando stock di vaccini cinesi”, ed è proprio qui che entrano in gioco la politica, l’emergenza e la “diplomazia dei vaccini”, un’espressione che il governo di Pechino sta cercando di respingere ma che è esplicativa.

 
Dopo essere stata la prima potenza economica ad aver contenuto il virus, la Cina vuole essere anche quella che dà agli altri lo strumento per combatterlo. E’ il miglior modo, dal punto di vista di Pechino, per riguadagnare credibilità dopo le responsabilità sulla diffusione del Sars-Cov-2 nei primi mesi del 2020. Ci sono almeno 25 paesi che al momento usano i vaccini cinesi, tra cui l’Ungheria – primo paese dell’Unione europea ad approvare il Sinopharm – e poi, tra gli altri, Serbia, Turchia, Marocco, Egitto, Pakistan, Zimbabwe, Senegal, Brasile, Indonesia, Filippine. Sono paesi tradizionali alleati della Cina oppure che hanno estrema necessità di accedere direttamente ai distributori, e non aspettare la burocrazia del Covax, il consorzio dell’Oms che aiuta i paesi in via di sviluppo a immunizzarsi. 

 

L'Agenzia europea del farmaco, intanto, conferma al Foglio che i vaccini cinesi non sono attualmente in valutazione per l'approvazione sul territorio europeo

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.