Città del domani

Serve coraggio per guardare al futuro, caro sindaco Sala

Stefano Epifani

Un modello di sviluppo urbano per Milano non può essere legato con nostalgia al passato

A leggere le ultime dichiarazioni di Beppe Sala sembra essere usciti da un capitolo de Lo Strano caso del dr. Jekyll e del Signor Hyde di Stevenson. Da una parte c’è il Dr. Beppe Jekyll, rappresentante illuminato dell’Alleanza C40 Cities (una rete internazionale di megacity impegnate nella lotta al cambiamento climatico), che in questa veste scrive alla presidenza dell’Unione europea invitando tutti a lavorare per “costruire una società migliore, più sostenibile, più resiliente e più equa”. Lettera appassionata, nella quale si evidenzia l’importanza del cambiamento nei modelli di sviluppo urbani e la centralità della collaborazione tra le istituzioni europee e le grandi città per la realizzazione del green new deal. Una lettera nella quale si parla di abbattimento delle emissioni di CO2, della necessità di orientare tutti gli sforzi possibili verso l’ambiente, del fatto che si debba arrivare a finanziare soltanto progetti sostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. Insomma: una lettera nella quale si invita a progettare un futuro post Covid-19 che ci consenta, sulla base dell’esperienza vissuta nelle grandi città, di costruire una nuova normalità che sia addirittura migliore della precedente proprio in quanto basta su criteri di sostenibilità.

   

Dall’altra c’è Mr. Giuseppe Hyde, sindaco di Milano. Un sindaco che nella complessa gestione della crisi generata dal coronavirus, dopo aver promosso una Milano che non si sarebbe dovuta fermare ed essersi ritrovato in una delle città più colpite del paese dalla pandemia, in più occasioni ha evidenziato come l’esigenza di ripartire sia collegata alla necessità di farlo ristabilendo ciò che c’era prima. Perché, parlando ad esempio di smart working, capisce che “c’è una necessità di smart working però, non consideriamola normalità perché se dovessimo considerarla normalità dovremmo ripensare interamente la città”. Alla faccia della nuova normalità.

   

Insomma: la città va ripensata come dice Beppe Jekyll o riportata a come era prima come dice Giuseppe Hyde? Certo è che, a meno di trovarsi di fronte a una paradossale città di Schrödinger nella quale il modello di sviluppo urbano sia contemporaneamente quello vecchio e quello nuovo, le due visioni non sono compatibili. Perché se pure è legittimo pensare che la città debba riattivarsi, è particolarmente pericoloso farlo pensando che ciò debba passare per una vera e propria “restaurazione” di un modello che non solo non è più possibile, ma è esattamente il contrario della sostenibilità. Non è ammissibile pensare che il motivo per il quale lo smart working non possa essere praticato su vasta scala dipende dalla necessità di alimentare un sistema economico che mostra in questa circostanza di essere del tutto autopoietico. Non è accettabile pensare che gli affitti debbano restare alti perché la gente deve essere portata fisicamente tutti i giorni a lavoro in quanto altrimenti non ci sarebbero clienti nei locali. Non è sostenibile un modello di sviluppo urbano che abdica alla costruzione di un futuro diverso in virtù della tutela di dinamiche di un presente che – chi non se ne era accorto lo sta vedendo in questi mesi – è già passato. Siamo di fronte a una transizione epocale. E non sarà una transizione indolore. Compito preciso della politica è quello di dare visioni di futuro e fare quelle scelte che saranno centrali per la costruzione del nostro domani. Rifugiarsi in un “modello Milano” che non ha più senso non aiuta a costruire quel futuro sostenibile della quale parla Beppe Sala quando si rivolge all’Unione europea. Allo stesso modo, la transizione richiederà tempo e capacità di contemperare la dimensione ambientale con quelle economica e sociale: in questo le tecnologie saranno un grande alleato. La connettività e le reti saranno il fulcro per la realizzazione di un modello urbano che si basi su criteri di sostenibilità digitale quale strumento indispensabile per contemperare le diverse dimensioni coinvolte e per bilanciare la necessità di innovazione con l’esigenza di tutela sociale. Se sono vere le parole di Beppe Jekyll va profondamente rivisto il pensiero di Giuseppe Hyde, perché la certezza, con il paradosso di Schrödinger, è che il gatto, alla fine, muore comunque. E questo, per Milano come per l’Italia, non ce lo possiamo permettere.

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