La disperante disperazione delle sindache zero, Appendino e Raggi

David Allegranti

La prima riscopre il fascino discreto della borghesia e si mette a discutere con i No Tav, la seconda l’ordine della giustizia e la giustizia dell’ordine ingaggiando una battaglia con CasaPound

Roma. Sarebbero sindache, quindi delle numero uno ma, applicando la teoria matematica di Di Maio appena esposta, Chiara Appendino e Virginia Raggi sono in realtà zero. Non mandato zero ma zero politico. Disperata e disperante è la loro disperazione; sanno entrambe che questo potrebbe essere il primo e ultimo mandato alla guida di Torino e Roma, sicché adesso procedono a vaga briglia sciolta, fantozzianamente parlando “alla bersagliera”.

 

La prima riscopre il fascino discreto della borghesia (alla quale peraltro pienamente appartiene), la seconda l’ordine della giustizia e la giustizia dell’ordine. La prima caccia il vicesindaco benecomunista Guido Montanari (il destino è tomasianamente nel cognome), pronto a etichettare come “partito del cemento” qualunque mezzo mattone apposto sul suolo sacro della pubblica piazza, lo stesso vicesindaco che lei si era scelto perché la sua constituency elettorale è e resta quella che è a prescindere dai tardivi risvegli. Si mette a discutere con i No Tav che asserragliano il Palazzo, e non quelli che stanno fuori bensì gli eletti in consiglio, visto che non mancano a Torino i consiglieri usciti direttamente dai centri sociali. Una di loro è già passata al gruppo misto, Marina Pollicino, ma appena tre anni fa si scagliava contro i voltagabbana e diceva di essere a favore del vincolo di mandato, perché “solo così si potranno evitare i cambi di casacca strategici”.

 

Ora che la casacca l’ha cambiata strategicamente lei, la consigliera Pollicino ha già rivisto le sue antiche posizioni (è pur sempre difficile abbandonare uno scranno e tornare a fare o non fare quello che si faceva o non faceva prima). Sono pronte a seguirla altre due consigliere No Tav, alle quali però la sindaca Appendino – tuttora contraria alla Torino-Lione, precisa – ha già detto che in caso di altri passaggi al gruppo misto l’unica via possibile è quella dei ritorno alle urne. “Ogni consigliere deve fare le proprie scelte. Non sono disponibile a firmare e ad accettare un gruppo misto di maggioranza esterno ai Cinque stelle. Siamo tutti No Tav, tutto il gruppo, quella strada non troverà il mio consenso”. Appendino insomma, disperante e disperata, è pronta a mandare tutti a casa (inducendo quindi tra i riottosi qualche seria riflessione sul proprio futuro, visto che certi treni, ad alta velocità o meno, passano una volta sola). D’altronde ci manca solo che il gruppo politicamente più importante della maggioranza non sia del M5s ma quello dei transfughi. Appendino insomma ci prova; dopo aver concesso qualsiasi cosa allo squadrismo casaleggiano, ha riscoperto le virtù dell’essere, in teoria, un numero uno. Fuori tempo massimo, mentre intorno la casa brucia e Torino perde un evento dopo l’altro, ultimo dei quali in ordine di tempo il Salone dell’Auto che ha preso la via della Lombardia.

 

Ed è insomma disperata e disperante questa disperazione grillina delle due sindache; Appendino ma pure Virginia Raggi, che riscopre adesso i valori dell’antifascismo ingaggiando una battaglia con CasaPound e quindi, di riflesso, anche con Matteo Salvini, il ministro dell’Interno che chiude non uno ma due occhi quando ci sono di mezzo le occupazioni dei “fascisti del Terzo Millennio”. “Finalmente l’Agenzia del Demanio ha avviato iter per lo sgombero di Casapound. Bene, questa situazione non è più tollerabile. Basta privilegi sulle spalle dei cittadini”, twittava la sindaca romana nei giorni scorsi, precedendo il “colpo” politico della disperazione di ieri: il blitz alla sede abusiva di Casapound in via Napoleone III numero 8, accompagnato da dirette social, video, e tweet a descrivere lo sdegno contro l’abusivismo ma pure l’orgoglio di poter riportare in auge la legalità perduta: “Ripristiniamo la legalità. Oggi notificato atto che impone di eliminare la scritta abusiva di Casapound dall’edificio occupato in via Napoleone III simbolo della prepotenza”. Epperò, come nota giustamente Giancarlo Loquenzi, “ripristiniamo la legalità facendo togliere scritta da edificio occupato illegalmente?”. Peraltro, aggiungiamo, ieri il M5s alla Camera ha votato contro un odg che ne chiedeva lo sgombero.

 

Insomma, Virginia Raggi contro CasaPound è autentica quanto la tizia descritta da I Cani in Hipsteria: “Andrò a New York a lavorare da American Apparel / Io ti assicuro che lo faccio / O se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace”. E’ una posa, nient’altro che una posa. E’ tutta una posa questa di Raggi, che amministra una città puzzolente, con una classe dirigente mediocre, rifiutata (nel senso dei rifiuti) e va alla ricerca di sé nell’antifascismo che non le è proprio.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.