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Lega, M5s e la crisi delle parole

Salvatore Merlo

Più gli insulti si fanno gravi e definitivi e più si svuotano, perdono di senso. Stavolta però è diverso. O no?

Roma. Stavolta sarà certamente vero. Lo dicono tutti. “E’ una cosa seria”, scandisce severamente il colonnello leghista al telefono. “Game over”, twitta definitivo il sottosegretario Guglielmo Picchi. Insomma basta. Addirittura dicono che Matteo Salvini sia pronto ad andare al Quirinale. E’ finita. Crisi. Divorzio… ma non era già finita a ottobre? “Salvini fa il furbo”, diceva Di Maio. “La pazienza ha un limite”, rispondeva Salvini. E a maggio non era finita pure quella volta? “Su Siri tappatevi la bocca, è l’ultimo avviso” (Salvini). “No, noi la bocca non ce la tappiamo” (Di Maio). E che dire di quando, molti ultimi avvisi dopo, Salvini spiegò che “Di Maio in questo momento mi interessa meno di zero”, e allora l’altro: “Questo Salvini è proprio una delusione”. Ci fu anche quella volta che Di Maio disse “ora ho capito perché Salvini fa più comizi di me in giro per l’Italia: viaggia gratis con i voli di stato mentre io prendo Alitalia”. E Salvini: “Io al contrario di altri lavoro”. Certo ieri se le sono dette. Più pesanti del solito. Salvini ha chiamato i cinque stelle “traditori”, e Di Maio ha detto che “Lega inventa falsità per coprire i finanziamenti dalla Russia”. Ma la mole di materiale insultante che la maggioranza di governo produce, si scambia, consuma, digerisce e dimentica è ormai talmente grande, vasta, oceanica, da far dubitare che le parole abbiano ancora un peso. Si potrebbe persino tentare di rintracciare uno schema, una regola: quella dell’insulto retrattile. A scomparsa.

 

E’ ormai abbastanza chiaro che la sofistica dei rapporti tra Salvini e Di Maio, la grammatica politica ai tempi del populismo, non prevede iniziatiche allusioni, indecifrabili perifrasi, contorte reticenze, ma: sei un fesso, un traditore, un corrotto dai russi. Se c’è un problema – e un problema c’è – s’insultano. L’istantaneità, il desiderio compulsivo di aderire senza posa ai sentimenti e agli umori del momento – non è forse questo il populismo? – porta con sé un linguaggio senza briglia e piroettante, fetecchie e capriole, botti ed esagerazioni. Ogni parola tende a perdere il suo spessore per così dire politico e vira verso curiose dimensioni che hanno a che fare con sentimenti e risentimenti. E d’altra parte sui bisticci, sulla lite e sulla lagna, Salvini e Di Maio hanno costruito l’intera campagna elettorale per le europee, poi si sono reciprocamente definiti come “marito e moglie”, e infine di nuovo si sono insultati: “Salvini se la fa con i fascisti e i filo-nazisti in Europa”; “se Di Maio non mi attacca ogni giorno non è contento, ma ora mi sono rotto le palle”. Sicché da circa un anno, com’è stato ampiamente notato, questo regime marcia sotto la grande bandiera della fotocopia, della reiterazione. E più gli insulti si fanno gravi e definitivi e più si svuotano, perdono di senso, energia e valore. Chi li pronuncia, inseguendo la pretesa spontaneità del proprio elettorato, forse nemmeno ci crede. Sono pura e vuota tecnica, strategia da social media, tattica, e a furia di ripeterli scivolano inesorabilmente verso una complessiva insignificanza che getta una luce nuova su termini violentissimi come “traditore” o su accuse da codice penale (“dice falsità per coprire la storia dei soldi russi”). E infatti, ieri, proprio nel giorno più esplosivo di sempre (fino al prossimo), mentre volavano appunto botti e lazzi tra i due leader, ecco che invece alla Camera i due partiti, Lega e Movimento Cinque stelle, avanzavano d’intesa e compatti sul decreto sicurezza, come nulla fosse, al punto da allarmare l’opposizione sempre più impotente. Se le parole infatti diventano insignificanti, ovvero non corrispondono alla misura di ciò che esprimono, allora è assolutamente naturale che ci si insulti via Facebook con una un’interminabile filastrocca di espressioni gravi e astiose, mentre, allo stesso tempo, si vota insieme la medesima legge nell’Aula del Parlamento. E d’altra parte, al di sotto dei due leader agitati e straparlanti, nessun altro litiga, e nessuno vorrebbe in realtà affidarsi alla roulette di elezioni che difficilmente potrebbero essere gestite da questo governo. E’ tutta scena, allora? E’ tutto finto? Sì, anzi no. Come dicono nella Lega: “E’ tutto vero e andiamo verso la fine”. S’intuisce così che il gioco della parola deprivata, dell’insulto retrattile, queste montagne russe, sono un gioco sospeso, in bilico, che può sfuggire di mano, anzi di bocca. Perché se le parole non significano più ciò che significavano un tempo, allora viene meno l’architrave stesso di qualsiasi consorzio umano. Anche la pace ha bisogno di parole. Ma se le parole sono insignificanti, come si fa?

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.