Losanna, l'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026 (LaPresse)

Le Olimpiadi ci ricordano che l'Italia vincente non è compatibile con il governo

Claudio Cerasa

Il profilo di Zaia, lo schema Giorgetti, il metodo e il Pd non romano modello Sala. Perché i giochi invernali sono stati uno stress test sulla salute sia della maggioranza sia dell’opposizione. Ragioni e appunti per cambiare tutto in fretta

Il più solido piacere di questa vita, diceva Giacomo Leopardi, è il piacer vano delle illusioni, e come ogni buona illusione l’assegnazione delle Olimpiadi invernali all’Italia ha acceso una qualche forma di speranza, e di piacer vano, sulla possibilità che il nostro paese, nonostante tutto, possa dare il suo meglio anche quando vive dei momenti di difficoltà. Le Olimpiadi invernali assegnate all’Italia, grazie al cielo, sono un piacere vero e una goduria nazionale ma lo schema di gioco che ha portato pochi giorni fa alla vittoria dell’Italia a Losanna è purtroppo una tragica, crudele e vana illusione. Sul Foglio di martedì scorso, gongolando, vi abbiamo raccontato che la storia delle Olimpiadi dimostra che quando i grillini non toccano palla l’Italia qualche speranza di farcela ce l’ha. Ma il problema relativo allo schema di gioco utilizzato da governo, regioni, città e istituzioni sportive per conquistare le Olimpiadi è che quello schema, che è potenzialmente vincente, è, tragicamente, solo un’illusione ottica. La Lega che ha vinto la sua partita olimpica è una Lega che non ha nulla a che fare con la Lega nazionale, con la truce Lega salviniana, ed è una Lega formata da tre soggetti che incarnano in modo più o meno esplicito un’alternativa non tanto alla leadership leghista quanto alla sua linea.

 

Sia Luca Zaia, governatore del Veneto, sia Attilio Fontana, governatore della Lombardia, come il suo predecessore Roberto Maroni, sono governatori che da tempo chiedono al governo di cui il proprio partito è azionista forte di smetterla di giocare con l’Europa, di smetterla di portare avanti politiche anti imprese, di smetterla di giocare con la fiducia del paese, di smetterla di far scappare gli imprenditori dall’Italia, di smetterla di ingrossare il mostro del giustizialismo. Allo stesso modo, se vogliamo, Giancarlo Giorgetti rappresenta una Lega teoricamente diversa (il teoricamente ve lo spieghiamo tra poche righe) rispetto a quella incarnata dal leader della Lega. Giorgetti, come forse anche Zaia e come forse anche Fontana, considera da tempo il governo di cui fa parte la Lega un governo sbagliato, dannoso, pericoloso per l’Italia e chiunque abbia avuto modo di parlare con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, negli ultimi mesi, non avrà potuto fare a meno di ascoltare le sue parole che grosso modo suonano così: “Fosse per me avrei già rotto da tempo con il Movimento 5 stelle e sarei andato a votare direttamente in concomitanza con le elezioni europee”. La Lega che si è affermata nella triangolazione olimpica è una Lega infinitamente distante rispetto alla Lega che sta governando l’Italia (chiedere per esempio a Zaia o a Maroni quanti sono gli uomini e le donne a loro politicamente legati che Salvini ha portato in Parlamento: in entrambi i casi il risultato è prossimo allo zero).

 

Ma se ci si ragiona bene, anche il Pd è riuscito ad affermarsi nella triangolazione olimpica mettendo in campo un modello di partito distante e diverso rispetto a quello nazionale. Il nuovo Pd di Nicola Zingaretti è un Pd a trazione fortemente romana in cui la componente milanese è stata diluita in modo sostanziale proprio nel momento in cui è il modello lombardo del Pd a trainare anche elettoralmente il Pd nazionale. In un’intervista pubblicata venerdì scorso sull’Espresso, il sindaco Beppe Sala ha riconosciuto che il Partito democratico non basta più e che, come suggerisce oggi Carlo Calenda nel suo manifesto pubblicato dal Foglio, “serve un altro soggetto politico”.

 

Un partito desideroso di coltivare la vocazione maggioritaria, e di provare a fare quello che ha fatto Salvini con la Lega in sei anni, portandola dal 4 per cento a quasi il 40 per cento, si dovrebbe chiedere in che modo essere più inclusivo, in che modo allargare il proprio contenitore prima ancora che la propria coalizione, ma la distanza tra il modello Milano e il modello nazionale del Pd è lì a segnalarci un’altra illusione: la possibilità di avere anche a livello nazionale un Pd vincente come quello milanese. Di illusione in illusione non possiamo però che tornare all’illusione più importante, che riguarda la possibilità dell’esistenza di una Lega diversa rispetto a quella a trazione salviniana. Nel Movimento 5 stelle, nonostante i romantici tentativi di Repubblica, è illusorio cercare una linea di frattura reale tra due grillismi diversi, perché per quanto possa essere distante un Fico da un Di Maio o da un Di Battista, sui valori non negoziabili tutti i grillismi si ritrovano in un unico abbraccio: l’aggressione allo stato di diritto, il giustizialismo chiodato, la passione per le politiche della decrescita, l’odio contro la democrazia rappresentativa.

 

Per la Lega il ragionamento è invece diverso e l’esperienza quotidiana ci dice che esiste una Lega irresponsabile che sogna di uscire dall’Euro e che per questo forse si augura di governare ancora a lungo con il Movimento 5 stelle, mentre esiste una Lega più della ragione che coincide con la Lega della Regione. Questa Lega offre spesso segnali utili a indicare una direzione futura potenzialmente diversa rispetto a quella presente. Ma dopo un anno di governo occorre dire la verità e spiegare quel “teoricamente”: la Lega ha fatto di tutto per dimostrare che un’alternativa alla Lega di oggi non esiste (sui minibot Salvini la pensa come Claudio Borghi e Giancarlo Giorgetti un giorno dice di essere sfavorevole l’altro dice di essere favorevole). E più passerà tempo senza che la Lega molli il M5s e più si rafforzerà l’impressione che la versione più moderata della Lega sia uno specchietto per le allodole non troppo diverso da quello rappresentato da Roberto Fico nel M5s. E se fosse davvero così, si salvi chi può.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.