La diplomazia in proprio della Lega per un posticino in Europa

Valerio Valentini

Gli sherpa di Salvini a Bruxelles, il nome è sempre Giorgetti. Ma l’incarico di peso rischia di non arrivare, per molti motivi

Roma. Alle undici del mattino, mentre i suoi omologhi sono a Bruxelles per discutere dei destini della prossima Commissione europea, Giuseppe Conte è sul rimorchio di un camion trasformato in palcoscenico assieme ai ragazzi di ScuolaZoo. Gli altri capi di stato e di governo hanno deciso di arrivare all’alba, o quasi, per preparare i lavori in vista del decisivo consiglio della sera per intavolare le trattative che dovranno concludersi nella scelta del successore di Jean-Claude Juncker; l’avvocato del popolo è a Piazza Colonna, con le cuffie alle orecchie a parlare agli ascoltatori di una radio amatoriale, a stringere mani e a scattarsi selfie, affiancato da Domenico De Maio, già affermato neomelodico napoletano e poi avvocato, quindi messo a capo dell’Agenzia nazionale giovani che ha organizzato l’evento di giornata.

   

Forse è proprio guardando la scena che un uomo di governo della Lega si spinge a confessare che “sì, noi stiamo usando diplomazie parallele, a Bruxelles”. E a condurle c’è non solo Lorenzo Fontana, tessitore delle trame internazionali del partito che non a caso nei giorni scorsi è tornato a bazzicare il Parlamento europeo, ma anche Filippo Pozzi, fidato manovratore di Matteo Salvini a Bruxelles e responsabile del Carroccio sulle politiche agricole. La Lega sta lavorando per quel che verrà dopo la scelta del nuovo presidente della Commissione: quando cioè andranno presentate, dai governi, le candidature per i vari portafogli. Il nome che Salvini ha deciso di promuovere, come Il Foglio scrisse già il 23 aprile scorso, è quello di Giancarlo Giorgetti, tra i pochi profili spendibili per un incarico europeo. E lui, l’“eminenza ligia” del governo, forse anche per via dell’esasperazione accumulata in un anno e più trascorso a Palazzo Chigi, alla fine si è convinto a traslocare a Bruxelles. A patto, però, che si concretizzi l’opportunità di una delega di peso. L’obiettivo principale sarebbe la Concorrenza, in second’ordine il Commercio: ma su entrambi i fronti la candidatura di Giorgetti sarebbe a rischio bocciatura. Non tanto per la sua mancanza di esperienza in seno alla Commissione, quanto piuttosto per le posizioni non proprio in linea con le direttive comunitarie che il suo governo ha preso. Da un lato la lunga battaglia sugli aiuti di stato in merito al salvataggio delle banche, dall’altro il fiancheggiamento della Lega al protezionismo trumpiano e la contrarietà al Ceta potrebbero giocare a suo sfavore. Più probabile un portafoglio di minore prestigio, come l’Industria o magari l’Agricoltura, per cui però potrebbe anche essere lo stesso Pozzi l’indiziato prediletto. C’è poi l’altra delega, quella per cui Giorgetti avrebbe senz’altro le referenze migliori: il Bilancio, un incarico senz’altro spendibile sia a fini di propaganda interna (“controlliamo noi i conti”), sia per provare a dirottare verso l’Italia qualche risorsa in più a livello di fondi per lo sviluppo regionale.

   

Non è un caso che proprio per quell’incarico si stia muovendo – con una diplomazia pure questa parallela, e per certi versi autonoma – Enzo Moavero Milanesi. Il quale ha promosso la sua autocandidatura sia con Manfred Weber, che ha incontrato il 2 maggio scorso a Firenze, sia con Michel Barnier, tre settimane dopo a Bruxelles. Quello del ministro degli Esteri potrebbe essere, dunque, l’unico nome italiano che non suoni nuovo, alle orecchie del (probabile) futuro presidente della Commissione.

   

Quanto a Conte, lui in queste ore è preoccupato, più che altro, di convincere i suoi omologhi europei a un atto di clemenza verso l’Italia per scongiurare la procedura d’infrazione. Questo, come spiegava oggi anche Rocco Casalino ai cronisti presenti a Bruxelles, è l’obiettivo prioritario del premier. Ci sta, dunque, che chi punta a un posto in Commissione si metta in proprio.

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