Mette Frederiksen, leader dei socialdemocratici in Danimarca. Foto LaPresse

L'Europa scopre le donne leader

Claudio Cerasa

Contro il machismo nazionalista esistono antidoti naturali. E’ tempo di una Zingaretta anche in Italia

Non è un tema facile da affrontare ma è un tema importante, reale, vero, che giorno dopo giorno risulta sempre più centrale all’interno del dibattito politico europeo. E per provare a capire di cosa stiamo parlando è sufficiente mettere insieme i puntini e cercare di comprendere cosa hanno in comune le storie che vi stiamo per raccontare. La prima storia riguarda la Danimarca, dove i socialdemocratici, pochi giorni fa, si sono affermati con il 25,9 per cento guidati da Mette Frederiksen. La seconda storia riguarda la Slovacchia, dove un partito nato nel 2017 ha prima vinto le elezioni presidenziali (con Zuzana Caputova) e ha poi vinto le elezioni europee (con il 20 per cento). La terza storia riguarda la Germania dove i Verdi tedeschi – il cui copresidente si chiama Annalena Baerbock – la scorsa settimana sono arrivati per la prima volta in testa a un sondaggio nazionale, toccando quota 27 per cento. A ottobre, sempre in Germania, i Verdi erano già andati bene in Baviera (18 per cento, grazie alla candidatura di Katharina Schulze) e sono andati bene anche alle europee, grazie al traino di Franziska Keller, indicata dai Verdi europei come propria candidata alla Commissione europea. La quarta storia, più piccola, riguarda il Lussemburgo, dove il partito dei Verdi è andato bene, con il 19 per cento, grazie a Tilly Metz. La quinta storia riguarda la Lituania che potrebbe esprimere, con Dalia Grybauskaite, presidente uscente del suo paese, il prossimo presidente del Consiglio europeo. La sesta storia riguarda la Bulgaria, che potrebbe esprimere, attraverso Kristalina Georgieva, attuale direttrice generale della Banca mondiale ed europeista di ferro, il prossimo presidente della Commissione europea, ruolo per il quale corre anche il commissario uscente alla Concorrenza, la danese Margrethe Vestager. La settima storia riguarda la Scozia, dove il leader del Partito nazionale scozzese, Nicola Sturgeon, fiera oppositrice della Brexit, ha portato il suo partito al miglior risultato mai raggiunto alle europee: 38 per cento.

   

Potremmo andare avanti ancora a lungo con il nostro elenco (e avremmo potuto inserire anche Annegret Kramp-Karrenbauer, il nuovo leader del primo partito tedesco alle europee, la Cdu) ma in realtà i puntini che abbiamo disegnato sono sufficienti per capire qual è il filo che unisce le storie che abbiamo messo una a fianco all’altra. Sono storie di vittorie europeiste, certo. Sono storie di grandi resistenze al sovranismo, ovvio. Ma sono soprattutto storie di donne, donne, donne e ancora donne. Può essere solo un caso, ma la storia degli ultimi anni, in Europa, ci dice che di fronte al machismo del nazionalismo, di fronte al celodurismo del sovranismo, di fronte al testosterone del revanscismo le leadership femminili, quando riescono a essere altro da semplici leadership al femminile, quando riescono a essere un mix di competenza e freschezza, quando riescono a essere un valore aggiunto per quello che dicono e non per quello che sono, diventano in modo naturale modelli politici che riescono a incarnare meglio di altre novità un messaggio cruciale della nostra contemporaneità: l’idea di protezione del nostro futuro. Non tutte le leadership femminili sono leadership anti sovraniste (pensate a Marine Le Pen, pensate a Giorgia Meloni) ma nel nostro continente esiste oggi un’internazionale femminile, non femminista, che incarna bene volti, storie e pensieri dell’alternativa al populismo sfascista. In giro per l’Europa (in Austria, il presidente della Repubblica, un verde, ha affidato per la prima volta la Cancelleria del paese a una donna, in Finlandia il nuovo premier ha sfidato i populisti nominando undici donne su diciannove ministri) se ne stanno rendendo conto in molti. In Italia, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, sta facendo del suo meglio per offrire un’alternativa al governo populista. Ma quando si arriverà alle elezioni, più che una zingarata, all’opposizione, per essere competitiva, servirebbe prima di tutto una fantastica Zingaretta. Chissà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.