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Luci e ombre del modello Frederiksen che ha vinto in Danimarca

Quanto successo può avere una sinistra durissima sull’immigrazione? 

6 Giugno 2019 alle 20:16

Luci e ombre del modello Frederiksen che ha vinto in Danimarca

La leader dei socialdemocratici danesi Mette Frederiksen (Foto LaPresse)

Milano. Ha unito il partito, ha fatto valere il suo attivismo che sa di lealtà e di missione, ha insistito sui capisaldi storici e ha guardato analisi, sondaggi, studi, rilevazioni per scoprire che il 75 per cento degli elettori ha a cuore la sicurezza del proprio paese e vuole misure dure sull’immigrazione. Questa è la formula di Mette Frederiksen, 41 anni, leader del Partito socialdemocratico danese, vincitrice delle elezioni di mercoledì. Su di lei avrete sentito già molte cose: viene da Aalborg, la città famosa per il carnevale, per le guerre di motociclisti negli anni Novanta e per la birra più economica del paese, le piace fare le liste – che virtù invidiabile – per mettere ogni cosa al suo posto, è divorziata con due figli (come un’altra star del liberalismo europeo, la presidente slovacca Zuzana Caputova) che ha mandato alla scuola privata facendo un gran scandalo, ed è l’erede di uno dei volti più noti della socialdemocrazia scandinava, Helle Thorning-Schmidt, la premier che ha ispirato la serie tv “Borgen” e che ha fatto ingelosire addirittura Michelle Obama. La Frederiksen ha preso la guida dei socialdemocratici nel 2015, quando la Thorning-Schmidt fu sconfitta dai liberali di Lars Løkke Rasmussen, battuti mercoledì: l’alternanza, in Danimarca, funziona.

 

Con la danese Mette Frederiksen la sinistra fa la dura sull’immigrazione

Domani si vota in Danimarca. Perché il partito socialdemocratico ha deciso di trasformarsi e di trovare una propria identità prendendo voti dal bacino elettorale dei conservatori

Quando vincono, i socialdemocratici hanno sempre un sussulto: sono stati piano piano spazzati via dalla mappa dei governi europei, ed è per questo che vediamo in giro molti articoli sulla resurrezione, una rondine che magari fa davvero primavera. Poi, dopo i festeggiamenti, iniziano le analisi: da un lato c’è la formazione del governo che in questi anni è diventata un’attività complicata e soprattutto lunga, dall’altro c’è la fatidica domanda “che sinistra vince oggi?”. La Frederiksen, che come si è capito è una donna spiccia e pragmatica, vorrebbe risolvere la prima questione in fretta, guidando un governo di minoranza, che in Danimarca non è nemmeno una novità. Ma ha un problema: il suo partito ha preso in percentuale meno voti rispetto alle ultime elezioni (dal 26 al 25,3), sono i Verdi e il Partito social-liberale che sono andati molto bene e consentono la maggioranza in Parlamento, e questi partiti non condividono affatto la politica principale della Frederiksen: quella sull’immigrazione.

 

Uno dei meriti della Frederiksen è quello di aver portato unità nel proprio partito: i media danesi ripetono con un certo sollievo che la leader socialdemocratica e probabile nuova premier gode del sostegno compatto dei socialdemocratici. Abituati a correnti e baruffe come siamo, questo è un punto di partenza importante. Poi la Frederiksen è riuscita a far suo anche quello che in realtà non lo era: la piena occupazione, un’economia sostanzialmente solida grazie anche ai liberali al governo. Ha combinato questa contingenza fortunata con la passione socialdemocratica per un welfare state equilibrato e forte, il modello nordico europeo al suo meglio. I suoi critici dicono che non ha fornito dettagli su temi cruciali, i suoi sostenitori replicano che una volta che sei riuscito a intestarti anche successi che non sono tuoi il più è fatto. La Frederiksen ha deciso invece con molta determinazione di fare un’operazione che fin qui avevamo visto soltanto nei partiti di destra: legare la sicurezza economica a quella dell’ordine pubblico e a quella dell’immigrazione.

 

In controtendenza rispetto al mainstream di sinistra, la Frederiksen vuole introdurre controlli all’ingresso dei migranti anche dal punto di visto etnico (si chiama profilazione) e detta condizioni molto restrittive per le richieste d’asilo. Il suo è più duro del modello Minniti, per intenderci. Sotto alcuni punti di vista (elettorali) la strategia ha pagato: i populisti alleati di Matteo Salvini, per dire, hanno perso molto. Ma il Partito socialdemocratico non è cresciuto e si aspettava un risultato molto più solido rispetto a quello che ha ottenuto (avrà 48 seggi su 179, il partito più grande): questo crea problemi con le alleanze e non fornisce elementi chiari sul modello di sinistra che può imporsi.

  

I segnali che arrivano in Europa sono contraddittori: il partito di maggior successo è il Psoe spagnolo, che sembra molto pragmatico e tattico, più radicale o più riformista a seconda delle esigenze. In Francia e in Germania le sinistre sono quasi annientate, anche quella radicale di Jean-Luc Mélenchon che sta considerando l’ipotesi di lasciare la politica. La sinistra britannica è perduta nell’indecisione sulla Brexit, non è paradigma di nulla da parecchio tempo, a parte i deboli “facciamo come Corbyn” che si alzano ogni tanto. L’offerta della Frederiksen in Danimarca è isolata, ma ha ribadito un tema importante: il controllo dell’immigrazione non è esclusiva della destra. Ma forse non può essere nemmeno il tema dominante di un governo di sinistra.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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  • luiga

    07 Giugno 2019 - 17:05

    se la sinistra tornasse a fare la sinistra sarebbe un bene per tutti e allontanerebbe le remore di chi vede un pre fascismo dimenticando che la causa è il mancato ascolto delle richieste del popolo. Tutto il mondo sta andando a destra a causa dello strabismo della sinistra dalla pancia piena, hanno servito una rampa di lancia infallibile a non voler prendere atto delle richieste del popolo. Brexit è nata dal rifiuto che la chiunque potesse godere del welfare raggiunto con lotte e sacrifici dei lòavortori. La politica, lo Stato, il Governo non ha l'obblico della bontà, è una qualità che riguarda il singolo, non si può dire ad un motore di suonare Bahc.

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    • Skybolt

      07 Giugno 2019 - 17:05

      Gentilissima, lo sa che secondo il questionario della Murgia lei risulta nei ruolini delle General-SS? Altro che prefascismo.

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  • leless1960

    07 Giugno 2019 - 13:01

    Sarò breve. Io sono di sinistra e simpatizzo per il Pd. Ciò premesso, penso che la soluzione non sia né nell'infame respingimento (a chiacchiere tra l'altro, come sempre) né nell'accoglienza indiscriminata e caotica, cosa che genera degrado e disagi per tutti, noi e loro, ma in particolare per chi vive nelle periferie. Quindi una politica di sinistra buona, non da salotto, deve accogliere ma sistemare, creare luoghi di accoglienza dignitosi, non chiuderli sbattendo i poveracci per strada, deve lavorare di concerto con l'Europa non contro. Insomma il truce ci marcia, ma molti di noi non pensano mai alle soluzioni concrete.

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    • Skybolt

      07 Giugno 2019 - 17:05

      Egregio, mi dispiace e non ne abbia a male, ma parole come "accogliere ma sistemare", "lavorare di concerto con l'Europa", sono stanche e sfibrate. In Danimarca le avevano dette già 15 anni fa,e il risultato è che la socialdemocrazia vince perchè non vuole immigrati. Si chieda perchè. Suggerimento: sono percepite falsità che nascondono posizioni ideologiche o di interesse. E Mattarella fa un po' ridere quando afferma che salvare migranti e accoglierli dà prestigio all'Italia. Altri 500.000 voti per Salvini.

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