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Il Pd che funziona è quello riformista

Dati sulle preferenze e caso Puglia indicano la strada necessaria per il nuovo Pd

29 Maggio 2019 alle 06:00

Il Pd che funziona è quello riformista

Il candidato del Pd alle europee, Carlo Calenda (Foto LaPresse)

Bene, ma non benissimo. Il risultato elettorale del Pd alle europee è un chiaroscuro, tutto sommato più chiaro che scuro, ma che rischia di essere percepito in maniera distorta come un successo a causa della disfatta del M5s. Come dice l’Istituto Cattaneo guardando i flussi elettorali, il Pd tiene in gran parte il suo elettorato del 2018 ma una “scarsa capacità di espansione”, cioè non ne prende molti di nuovi. Su questo punto va notato che la strategia di “dialogo” con il M5s non ha funzionato granché, visto che proprio nel momento in cui i grillini perdono milioni di voti solo poche briciole vanno al Pd (mentre gran parte si riversano nella Lega). L’unica circoscrizione in cui il Pd aumenta i consensi in valore assoluto rispetto alle politiche dell’anno scorso è il nord-est, con 220 mila voti in più (nel resto ci sono perdite contenute, anche se va considerata l’affluenza inferiore).

 

Il dato è sicuramente dovuto all’“effetto Calenda”: Carlo Calenda era capolista nel nord-est ed è stato il volto che più si è esposto nella campagna elettorale, su posizioni di netta critica al governo e con una piattaforma rivolta al lavoro e alle forze produttive. Tra le altre note positive ci sono altre candidature, su posizioni simili e riformiste, che hanno fatto il pieno di preferenze: basti pensare a Irene Tinagli che con oltre 100 mila preferenze è la donna più votata in tutto il nord, o a Simona Bonafè che con 170 mila preferenze è stata la più votata in assoluto nell’Italia centrale (escluso Matteo Salvini). L’altra nota positiva di un Pd riformista, che dimostra capacità di governo e di raccogliere consenso, è la riconferma al primo turno di sindaci come Dario Nardella a Firenze, Giorgio Gori a Bergamo, Gian Carlo Muzzarelli a Modena, Antonio Decaro a Bari e Carlo Salvemini che ha vinto di nuovo in una città storicamente di destra come Lecce. Proprio la Puglia però è il segnale di qualcosa che non va: nonostante il successo degli amministratori, il Pd di Michele Emiliano alle europee ha fatto registrare il peggior risultato d’Italia (e nessun deputato dem eletto in Puglia). C’è ancora molta strada da fare.

Redazione

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  • giantrombetta

    29 Maggio 2019 - 07:58

    Una domanda: avete provato a confrontare il numero di voti raccolti dal Pd alle ultime elezioni politiche con quelli avuti nelle recenti europee? Intendo dire i voti raccolti dalle liste del Pd da solo, tenendo magari conto che alle europee ha presentato liste dichiaratamente “unitarie” e che gli scissionisti di Leu alle europee hanno “rinunciato”. Mi pare sia stato l’ex segretario e Royal baby Renzi a dichiarare che Zingaretti aveva ben poco da ridere. A proposito, almeno il Foglio può gentilmente chiedere a Zingaretti ed al suo vice Orlando che sottolineano che il Pd sta lavorando per costruire l’unica alternativa al governo attuale con chi questa alternativa intendono costruire, visto che se anche si alleano con tutto quello che c’e’ a sinistra manco arrivano al 28 per cento?

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    • leless1960

      29 Maggio 2019 - 13:29

      Da qualche parte devo aver letto che è incongruo paragonare le europee alle politiche, contando i voti, perché, per via delle diverse leggi elettorali, i totali delle politiche (che sembrano di più rispetto a quelli dell'latro ieri) sono frutto di scorpori, assegnazioni di preferenze e vario altro che non sono esistiti in quest'ultima tornata. Per farla breve una crescita, un recupero netto ci sono stati. Ma il punto purtroppo è che la questione non è numerica ma di rappresentanza politica, e là siamo ancora indietro, più di quanto dicano i numeri.

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