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Il caso Piemonte: chi è Alberto Cirio

Ritratto del neo governatore post Chiamparino, e della “grande coalizione” di destra

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

27 Maggio 2019 alle 20:21

Il caso Piemonte: chi è Alberto Cirio

Alberto Cirio al voto per le Elezioni Europee e Regionali (foto LaPresse)

Roma. Tra le sotto-storie della storia del giorno – la vittoria di Matteo Salvini al voto europeo – c’è quel Piemonte che non è a Cinque stelle come il sindaco di Torino Chiara Appendino ma neanche di centrosinistra come il presidente della Regione uscente, Sergio Chiamparino, già sindaco sotto la Mole nonché punto di riferimento di una sinistra piemontese che, per tradizione e percorso, si è sempre sentita un po’ “eccezione”, e negli ultimi anni fuori dal mainstream del Nazareno: non come i renziani, non come i bersaniani, non come i franceschiniani e gli zingarettiani, non di apparato ma neanche di piazza, intellettuale ma non intellò. E Chiamparino, infatti, faceva esempio a sé, collocandosi a metà tra il partito e le forze civiche (motivo per cui, a un certo punto, ex ante, lo si era dato per vincente e riconfermato alla Regione).

 

E lunedì, quando lo spoglio del voto amministrativo ha invece confermato l’exit poll che dava Chiamparino sconfitto da Alberto Cirio, il candidato sostenuto da una larghissima intesa di centrodestra (anche quella al momento esempio a sé, con Lega e Forza Italia alleate), Chiamparino non ha aspettato neanche un minuto, nel giorno in cui si faceva invece attendere il ben più sconfitto vicepremier grillino Luigi Di Maio, e si complimentava in fretta con l’avversario eletto (“spero tu riesca a fare di meglio di quanto ho fatto io”, diceva a Cirio), e annunciava però anche di volersi ritirare dalla politica (“ho 71 anni, era giusto combattere quest’ultima battaglia”). E così restava sulla scena lui, Cirio, quarantasettenne vincitore del Piemonte che, visto dall’esterno del Piemonte, poteva ancora sembrare un oggetto misterioso o per così dire d’altri tempi, con quel centrodestra così unito a sostenerlo, seppure in nome del “Sì” all’Alta velocità (non che Chiamparino non la sostenesse, anzi). Fatto sta che sul quel “Sì Tav”, foriero di vittoria per Cirio, si buttava nel pomeriggio il ministro dell’Interno, vicepremier e ministro della Lega Salvini.

 

L’uomo che per tutta la campagna elettorale aveva puntato, via Cirio, sull’Alta velocità, bestia nera dell’alleato grillino sconfitto sul piano locale e nazionale: “In Piemonte la Lega ha quasi il triplo dei voti del M5S e questo vuol dire che gli elettori si sono espressi molto chiaramente. Il voto in Piemonte non dico sia un referendum, ma poco ci manca”, diceva Salvini. E la vittoria di Cirio pareva anche vagamente simbolica del ribaltone nei rapporti di forza non tanto M5s-Lega quanto, guardando più indietro, Lega-Forza Italia-Cav.: il neopresidente della Regione Piemonte, infatti, già vicesindaco ad Alba nei primi anni Duemila, ha fatto il percorso inverso a quello che oggi, nel centrodestra, potrebbe venire in mente di compiere a un giovane amministratore locale. Cirio, cioè, dopo l’esperienza da vicesindaco leghista, è passato a Forza Italia, e da lì non se n’è più andato, fino a essere eletto con gli azzurri all’Europarlamento, nel 2014, dopo essere stato assessore al Turismo nella giunta dell’allora governatore leghista Roberto Cota. Ma è la storia della prima candidatura quella che rende l’idea della parabola al contrario: Cirio, infatti, che lunedì prevaleva con oltre il 48 per cento, nel lontano 1995 si era candidato consigliere comunale per la Lega in quel di Alba, dove successivamente sarà presidente dell’Ente Fiera Nazionale del Tartufo Bianco, ma aveva, in quel frangente, preso soltanto cento voti, anche se il voto era stato in ogni caso prodromo dell’esperienza da vicesindaco. Agricoltore (una delle sue massime è “vengo da una terra dove la natura, da secoli, insegna agli uomini che bisogna saper aspettare”), Cirio erastato scelto dai leader del centrodestra come candidato governatore al termine di un incontro ad Arcore (vecchi tempi, ma tempi nuovi), e aveva accettato pronunciando una frase che più in linea con la linea Salvini non poteva essere. “E adesso si corre, scarpe da ginnastica ai piedi. Perché il Piemonte ha bisogno di energia. Ha bisogno di un’altra velocità”. lunedì invece Cirio, al momento della vittoria, dopo aver dichiarato di voler incontrare uno per uno i presidenti del Piemonte che lo hanno preceduto, sentiva al telefono Silvio Berlusconi (“avrò bisogno dei suoi consigli”, diceva), ma non raccoglieva i dubbi di chi poneva domande sui futuri rapporti con l’alleato locale, al momento non-alleato nazionale: “La Lega ha saputo interpretare i bisogni e la sensibilità degli elettori”, diceva Cirio, “e io mi preoccupo quando gli elettori li prendono i miei avversari, non i miei alleati”.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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