Poche liste, molte faide. Il voto locale per il M5s è un brutto guaio

Valerio Valentini

In corsa in soli 285 comuni. Viaggio nelle città dei leader grillini, dove le amministrative diventano una guerra per bande

Roma. I numeri, già da soli, dicono molto: sono appena 285 le liste locali del M5s per le amministrative di fine maggio, a fronte di 3.793 comuni chiamati alle urne. Poco più del 7 per cento. La metà, cioè, rispetto a cinque anni fa, quando si votò in 4.098 comuni e i grillini riuscirono a presentare 582 liste. I numeri dicono molto dello sfarinamento del primo partito italiano sul territorio, della disillusione di militanti e attivisti per un movimento che ha contraddetto mille volte la sua natura, dell’arrivismo dei rappresentanti locali che, anziché bruciarsi i due mandati nell’anonimato di una sala comunale di provincia, attendono che il treno per Roma o per Bruxelles passi anche per loro.

 

E però, pur dicendo molto, quei numeri, nella loro asciutta evidenza, non dicono tutto. Perché, a ben vedere, anche laddove le liste riescono a presentarle, i grillini finiscono col dilaniarsi in risse e faide intestine. Succede ad esempio in Emilia Romagna, dove il M5s, prima ancora che sperare in un’improbabile conquista di altre città – corre in 47 comuni su 235 al voto – è intanto preoccupato a puntellare la già pericolante roccaforte di Imola, strappata alla sinistra nel giugno scorso con grande clamore e già sull’orlo della capitolazione. In un clima di analoghi dissidi, a Cesena il M5s ha assegnato i gradi di candidato sindaco a Claudio Capponcini in vista del voto del 26 maggio, non riuscendo però a tacitare il dissenso degli attivisti più vicini all’altra consigliera comunale in carica, Claudia Ceccaroni, che da tempo chiede – inascoltata – modifiche al regolamento sulla scelta dei portavoce. A Ferrara, invece, la lotta tra due liste “grilline” s’è risolta con la bocciatura improvvisa del candidato sindaco in pectore, Ezio Roi, a favore di Tommaso Mantovani. E così il M5s assiste pressoché impotente allo scontro per certi versi epocale tra il Pd e la Lega proprio nel feudo di Max Bugani, fedelissimo di Davide Casaleggio – dunque promosso a Palazzo Chigi nello staff del vicepremier Di Maio – e socio di Rousseau.

 

Non va meglio nelle città degli altri pupilli dell’Erede. A Pescara, Enrica Sabatini ha deciso di non ricandidarsi, preservandosi la via di un impegno parlamentare futuro, e ha lanciato la sua fedelissima, Erika Alessandrini, scatenando così le ire dell’altra cordata locale, quella del consigliere Massimiliano Di Pillo che, al sobrio grido di “il M5s è morto”, ha deciso di sostenere un candidato civico, ex Idv. Nel mezzo, 70 attivisti che, pur denunciando l’opacità di Rousseau nell’imporre la candidata gradita alla Sabatini (socia di Casaleggio e addetta alla certificazione delle liste, guarda caso), si sono dissociati anche da Di Pillo. Nella Cagliari di Pietro Dettori, invece, altro ufficiale di collegamento tra Di Maio e gli uffici di Via Morone, il M5s una lista non è ancora riuscito a presentarla visto che, a poco più di un mese dal voto, sono di nuove esplose le storiche liti tra due diversi gruppi locali.

 

Anche Alfonso Bonafede ha le sue belle rogne, a Firenze. Laddove l’attuale ministro della Giustizia ha iniziato la sua carriera politica, il M5s risulta spaccato addirittura in quattro correnti, e tutte sono entrate in fibrillazione quando è stato scelto l’architetto Roberto De Blasi come sfidante di Dario Nardella, e quel che ne è seguito sono state defezioni e dimissioni nei vari municipi del capoluogo. Dopo che – a gennaio scorso – la capogruppo in comune del M5s, Arianna Xekalos, aveva annunciato il suo passaggio a Fratelli d’Italia. Ha scelto invece una lista centrista, come nuova casa, Giusy Codognotto, consigliera comunale di Collegno, la città alle porte di Torino da cui proviene Laura Castelli. Anche qui, conflitti latenti da anni sono deflagrati in invettive pubbliche quando è stata ufficializzata la candidatura di Angelo Anedda, vicino alla viceministro dell’Economia. A Bergamo, uno dei capoluoghi di quella Lombardia dove il M5s concorre in appena 49 dei 995 comuni al voto, il consigliere Fabio Gregorelli ha lasciato il M5s per andare a sostenere il leghista Giacomo Stucchi quando ha appreso dell’investitura assegnata a Nicholas Anesa, che ancora annaspa per raccogliere le firme necessarie per la sua lista, e non è detto che ce la faccia.

 

I grillini litigano anche a Pesaro, dove la faida è tra la candidata sindaco prescelta, Francesca Franquellucci, e il meet up guidato da Mirko Ballerini. Né va meglio al sud, a giudicare dalle 3 liste certificate su 133 comuni al voto in Calabria, o dalle 2 su 54 in Basilicata. Nella roccaforte grillina della Campania, invece, è ad Avellino che il M5s rischia una nuova figuraccia: dopo la fallimentare esperienza di Vincenzo Campi, sfiduciato a novembre dopo appena cinque mesi di mandato, nella città di Carlo Sibilia – sottosegretario all’Interno – è stato promosso l’ex vice del sindaco decaduto, Ferdinando Picariello. E immancabili, anche qui, le proteste di altri attivisti che chiedevano nuovi metodi e un nuovo corso del M5s locale, e invece si sono ritrovati con uno staff di comunicazione che ha deciso addirittura di riciclare, in favore di Picariello, gli stessi canali social usati per mesi in sostegno di Campi, cambiandogli solo il nome.

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