Luigi Di Maio (foto LaPresse)

La comica del grillismo moderato. Una guida (e un ripasso) per chi ci casca

Salvatore Merlo

Di Maio critica Salvini per Orbán e per l’AfD. Ma è lui il primo amico di xenofobi e razzistoidi. La cartina delle alleanze europee

Roma. Come un brigatista per ignoranza, dava di “assassini politici” agli autori del Jobs act. Poi, consigliato dagli stessi virtuosi che ora gli hanno suggerito di baciarsi con la fidanzata, telefonava a Fabio Fazio per annunciare la messa in stato d’accusa del presidente Mattarella, ché doveva sembrargli una trovata geniale. Quindi andava da Bruno Vespa, travestito da ministro, agitando il “complotto della manina” perché aveva letto (ma non capito) la manovra economica che pure aveva firmato. Infine, sospinto da chissà quale tragico complesso, si scagliava sulla Merkel che “va al mare mentre in Italia sbarcano i migranti”, e allora minacciava di non versare più “20 miliardi” di contributi all’Europa, sparava corbellerie bellicose sulla Francia “che se non avesse le colonie africane sarebbe solo la quindicesima potenza mondiale” e con negligenza faceva pure una scampagnata assieme a Dibba da quei gilet gialli che intanto incendiavano Parigi: “Non mollate!”, gli diceva. “Il Movimento 5 stelle è pronto a darvi il sostegno di cui avete bisogno”. Ma questo accadeva prima. Adesso, sempre senza briglia e senza bussola, forse disperato, obbligato com’è a inventarsi ogni giorno il pezzo di terra su cui tenersi in piedi, s’atteggia a moderato e ha preso – lui – a dare dell’estremista a Matteo Salvini. Così ieri Luigi Di Maio, con una surreale lettera al Corriere, dopo aver criticato l’alleanza di Salvini “con chi nega l’Olocausto”, ha pure contestato l’amicizia con Orbán. Ovviamente è finita che Luigi, in Europa già alleato con i tedeschi dell’AfD sospettati di filonazismo, ha strappato un compassionevole sorriso al compare di governo. Salvini è Truce, sì, ma non è un cetriolo bislacco che prima si allea con gli omofobi polacchi e poi attacca il Congresso della famiglie di Verona. 

 

Il moderato Movimento cinque stelle di Luigi Di Maio è iscritto dal 2014 nel gruppo europeo “Europe of Freedom and Direct Democracy”, una specie di zuppa dei reietti, un consorzio scalcagnato di cui fanno parte xenofobi e razzisti vari, eurofobici e brexiteer, aborti del radicalismo estremo così lontani dal buon senso (e dal consenso) che nemmeno Marine Le Pen voleva averci a che fare. Ma la legislatura brussellese è agli sgoccioli. Così, in vista delle prossime elezioni europee di maggio, volendo evidentemente celebrare le proprie virtù moderate, Di Maio – dopo essere stato scartato da quei gentiluomini dei gilet gialli cui aveva anche proposto l’uso della piattaforma Rousseau (sarà per questo che sono scappati?) – ha fatto nuove amicizie. Attorno al nodo della sua cravatta da pranzo della domenica si è dunque, finalmente, stretto il meglio della nuova politica europea, anzi, come ha detto lui, il meglio delle “energie più fresche e belle dell’Europa”. C’è quindi, tra queste energie belle fresche, il partito  polacco “Kukiz ’15”, già alleato di Forza nuova, che affonda le sue radici nel nobile terreno di un manifesto in difesa della razza bianca e può anche vantare alcune moderate prese di posizione da parte del suo leader, il rocker (nel senso che suonava in una band) Pawel Kukiz, una specie di Roby Facchinetti ma polacco e antisemita, che tempo fa, contrariato per certe manifestazioni di dissenso nei suoi confronti, disse che si trattava di gente pagata dai “banchieri ebrei”. Ma come dice Di Maio, queste sono le “energie più fresche e belle d’Europa”. Rientra nel pacchetto anche il semisconosciuto “Akkel”, cioè il partito greco “della coltura e dell’allevamento” – prospettive d’impiego future per Luigi e compagni? – guidato da tale  Evangelos Tsiobanidis, leader carismatico e pastorale che mesi fa, proprio davanti allo statista Luigi, aveva consegnato al mondo queste poche (ma belle fresche) parole: “La Grecia è occupata come nella Seconda guerra mondiale dai nazisti, oggi siamo occupati dall’Ue e dalla Nato”.

 

C’è forse molta richiesta di moderazione, in un’Italia che moderata non è affatto. Una perenne ombra di rimpianto per la grammatica e per la democristianeria, ma pure una codificata inabilità a recuperare l’elevata lezione della Dc, un desiderio che talvolta può anche far scambiare il gioco a tombola esistenziale di un povero ex studente fuoricorso di Pomigliano d’Arco, uno che si è fatto ministro sulle ali del vaffa, per politica e moderatismo. Ed è a questo proposito significativo che l’unico ad aver sorriso pietosamente   di fronte a Di Maio sia stato l’ immoderato d’Italia, cioè Salvini: “Quando Di Maio va a Parigi e mette in difficoltà il governo, io mi tengo le mie riserve per me”. Nell’esecutivo dei vicepremier gli immoderati sono in realtà due, uno furbo e uno tonto. Salvini è quello furbo.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.