Tornare alle idee dell'Illuminismo plurale è l'antidoto al populismo. Il libro di Veca e Mori

Annalisa Chirico

"Non dobbiamo rinunciare ai capisaldi di uno stato di diritto fondato sull’apertura verso l’altro e sulla tolleranza nella diversità"

Roma. Il governo in carica le fa ribrezzo, lo ammetta. “Il peggiore della storia repubblicana: un governo di nani sulle spalle di nani che, alla incessante ricerca di consenso a breve termine, assomma una straordinaria dose di incompetenza”, risponde il professor Salvatore Veca, filosofo militante che agli insegnamenti universitari ha unito mille iniziative in ambito culturale, a partire dalla direzione della Fondazione Feltrinelli. Con Massimo Mori ha curato un’antologia di saggi dal titolo “Illuminismo. Storia di un’idea plurale” (Carocci). L’Età dei lumi è tornata d’attualità? “In tempi di populismo l’Illuminismo, inteso come idea plurale e non monolitica, riporta al centro alcune credenze base su cui si fondano le istituzioni, la scienza, l’autorità, la tolleranza in una società aperta al mondo”. Oggi, tra dazi e frontiere, sembra vincere l’orizzonte opposto, quello della chiusura. “L’idea illuministica è messa sotto pressione da politiche che la negano. Lo slogan ‘prima gli italiani’, o i francesi o gli americani, rappresenta un passo indietro rispetto all’idea di una umanità condivisa. Immanuel Kant pone alla base di una pace perpetua il cosiddetto diritto cosmopolitico che è in capo alle singole persone, non agli stati; ne deriva il dovere di ospitalità non ostile verso chiunque voglia entrare a far parte, non ostilmente, di una comunità diversa da quella originaria”.

 

Il fatto è che la filosofia si scontra poi con la realtà: non sempre l’incontro tra culture migliora la convivenza civile. “Io rifuggo dalle derive buoniste: se centomila immigrati vengono inseriti in una cittadina di 45 mila anime, l’esperimento è destinato a fallire. L’immigrazione va regolata, del resto non può essere bloccata, la storia dell’umanità è storia di migrazioni. La sinistra ha combinato un mare di guai, e l’Europa ha scaricato il problema su paesi come l’Italia o la Grecia”. Come se ne esce? “Non dobbiamo rinunciare ai capisaldi di uno stato di diritto fondato sull’apertura verso l’altro e sulla tolleranza nella diversità. Tutti abbiamo radici ma non siamo alberi: siamo dotati anche di gambe”. Nel libro vengono riportate alcune credenze base illuministiche: il pensiero critico, l’autonomia rispetto alla tradizione, l’idea che ogni autorità debba sottoporsi all’esame della ragione per essere legittimata. “Montesquieu è il teorico della separazione dei poteri, non oso immaginare che cosa penserebbe oggi un giurista come Cesare Beccaria della proposta di legge sulla legittima difesa, fuori da ogni canone di proporzionalità”. I romantici accusano gli illuministi di essere ostaggio del razionalismo, privi del senso della storia e delle tradizioni. “Come si dimostra nel libro, è un’accusa ingiusta: l’Illuminismo si pone per primo il problema della filosofia della storia. L’immagine di un illuminismo tecnocratico non corrisponde al vero”. Il populismo, con l’esaltazione delle identità locali e delle radici, è più romantico che illuminista. “Oggigiorno viviamo un revival del romanticismo politico. Il romanticismo è legato all’insorgenza dei popoli e delle nazionalità. Per il filosofo Herder, non esistono i cittadini del mondo ma centri di gravità di storie, lingue, religioni diverse. L’interrogativo contemporaneo è se piccole entità, isolate le une dalle altre, possano sopravvivere in una realtà globale interdipendente”. Il libro sfata il luogo comune di un Illuminismo radicalmente ateo. “Gli illuministi non sono contro la religione in quanto tale ma avversano piuttosto i ceti religiosi, i detentori del potere religioso. Il rapporto con le credenze invece è più complesso: ci sono forme di deismo, per esempio”. Il secolo dei Lumi segna il trionfo della scienza. “A sentire certi dibattiti attuali sui vaccini, si direbbe che Edward Jenner, il padre del vaccino contro il vaiolo, sia vissuto invano. Oggi assistiamo, da un canto, alla santificazione della tecnologia, dall’altro alla revoca di fiducia verso le autorità competenti”. Siamo diventati più egoisti? “Si fa strada la tendenza a praticare verso gli altri la virtù elusiva della indifferenza. Stiamo perdendo un po’ il senso di umanità, ma non è detto che non si possa recuperare. Anche gli intellettuali e i filosofi, pur non essendo ‘funzionari dell’umanità’, possono contribuire a una presa di coscienza collettiva”. E’ per questo che lei non smette di pensare, scrivere, progettare? “Non saprei cos’altro fare, così, per dirla con Emily Dickinson, continuo a scrivere lettere al mondo, anche se il mondo non mi risponde”.

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