Elly Schlein ci spiega l'ipocrisia di Salvini sull'immigrazione

David Allegranti

L'eurodeputata, relatrice del gruppo dei Socialisti & Democratici sulla riforma del regolamento di Dublino: “Il ministro non la considera una priorità perché non lo è per il suo amico Orbán”

Roma. La deputata Elly Schlein, poco più di trent’anni, è stata la relatrice del gruppo dei Socialisti & Democratici al Parlamento europeo sulla riforma del regolamento di Dublino. Quello che il governo gialloverde – attraverso i suoi due partiti – dice di voler cambiare, salvo però poi in Europa non partecipare alle riunioni in cui si negoziano le modifiche, formali e informali (22 a suo tempo), come ha fatto la Lega, o votare contro, come ha fatto il M5s. Da mesi Elly Schlein, parlamentare di Possibile ma nel 2014 eletta con il Pd, sottolinea le ipocrisie di Matteo Salvini e dei suoi amici di Visegrád sul tema dell’immigrazione. Per le prossime Europee spera in un fronte comune progressista ed ecologista, alternativo tanto all’austerità quanto ai nazionalismi, magari anche a partire da questi temi, ma il rischio che vede è l’ennesima polverizzazione di liste e listine anche a sinistra.

 

“Serve un fronte unitario ma coerente contro gli ipocriti”, dice al Foglio Schlein. E l’ipocrita supremo, aggiunge la parlamentare europea, “è Salvini”. Grida contro “l’invasione”, ma poi non vuole rivedere davvero il regolamento di Dublino, a iniziare dal criterio di primo ingresso, secondo il quale il primo paese in cui sbarcano i migranti è quello che deve esaminare le richieste d’asilo; un criterio “ingiusto perché ha bloccato migliaia di richiedenti asilo in Italia per il solo fatto di essere arrivati qui, ma al contempo ha permesso ai paesi europei di rimandare in Italia e in Grecia migliaia di persone che avevano la sola colpa di essere entrate in Europa dall’Italia e dalla Grecia. L’ingiustizia insomma è doppia”.

 

La verità, osserva Schlein, è che a Salvini conviene questa situazione, perché così può lamentarsi del fatto che l’Europa non fa abbastanza. “Salvini dice che riformare Dublino non è una priorità, perché non lo è per il suo amico Orbán”. Lo è invece per l’interesse dell’Italia, nota. “Anche perché a prescindere dal numero di sbarchi, le persone vengono continuamente rimandate in Italia dagli altri paesi. Riformare Dublino come chiede il Parlamento a larga maggioranza invece assicurerebbe solidarietà tra paesi europei”. Il problema è che se alle riunioni non ci vai, poi devi prenderti quel che viene. E se da un lato c’è una Schlein che presenta 145 emendamenti alla riforma per modificarla profondamente (“Non basta cancellare il principio di primo ingresso”), dall’altra c’è un Salvini (o chi per lui) che non partecipa alle riunioni e va solo a una riunione su sei del Consiglio giustizia e affari interni.

 

Il risultato è che del regolamento di Dublino - è notizia di questa settimana – si parlerà solo dopo il voto alle Europee. “Modificare il regolamento obbligherebbe anche gli amici di Salvini, come Orbán, a fare la loro parte nei ricollocamenti”. Ma niente di tutto questo sembra interessare la Lega. Eppure, le modifiche proposte da Schlein andavano nella stessa direzione – paradossalmente – del contratto di governo: modifica del criterio di primo ingresso, accelerazione delle procedure di ricongiungimento famigliare, “per evitare le scene viste a Como quando 500 persone, sopratutto minori che avevano famigliari in altri paesi, si sono trovate davanti alla stazione”. Servirebbero insomma altre procedure per ottenere “una piena solidarietà europea, con una equa condivisione delle responsabilità”.

 

Il parlamento europeo, che ha votato una proposta di modifica, “ha piena consapevolezza del fatto che Italia e Grecia non devono essere lasciate sole. Oltretutto, noi ci siamo spinti oltre nella riforma dicendo che chi non collabora si vede ridotti i fondi strutturali che riceve. Perché non puoi avere solo i benefici dello stare in Europa senza condividere mai le responsabilità che ne derivano. Ecco, Salvini ci spieghi perché lui o altri non si sono mai presentati alle 22 riunioni di negoziato e perché la Lega prima vota contro in commissione e poi si astiene in aula alla proposta di modifica. Sono atteggiamenti ipocriti. Spieghi perché si lamenta dei mancati ricollocamenti ma a Strasburgo nel 2017 quando abbiamo votato sui 160 mila ricollocamenti dall’Italia e dalla Grecia, la Lega ha votato contro. Spieghi perché su Dublino sacrifica l’interesse l’italiano sull’altare della sua alleanza politica con i nazionalisti di estrema destra, a partire da Orbán”. Il richiamo di Elly Schlein però vale anche per i suoi compagni di viaggio della sinistra. “Rischiamo di presentarci troppo divisi alle Europee, in due-tre liste, contro questa internazionale dei nazionalisti. Servirebbe invece un fronte progressista ed ecologista nel terzo spazio, alternativo tanto all’establishment quanto ai nazionalisti, che a livello europeo si faccia forte delle stesse battaglie che condividiamo nelle istituzioni e nelle piazze”.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.