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Proposta di lavoro oltre i limiti della propaganda sull'immigrazione

Roberto Rossini e Michele Faioli

La “Transnational labor citizenship” come soluzione per un inserimento nel mondo del lavoro

Roma. C’è una narrazione sulle migrazioni che ha “avvelenato il discorso pubblico negli ultimi anni” secondo il sociologo Maurizio Ambrosini (Avvenire, 6 gennaio 2018). Questa narrazione contrasta con i principi sulla dignità che gli Stati hanno elaborato nel tempo e ha l’effetto di rendere molto difficile un confronto propositivo. Il confronto è difficile perché si crea un’insanabile visibile divisione tra il sentire di alcuni (pochi), il sentire comune (tanti) e i principi declinati dalle carte sui diritti fondamentali. Tuttavia, ci sono analisi nazionali e internazionali che mostrano un’altra faccia, cioè quella non patologica, delle migrazioni. In questa ottica il sociologo Ambrosini cita le modifiche normative che hanno interessato recentemente Giappone e Germania, i quali – facendo i conti con la realtà – hanno ripristinato/aggiornato il sistema di ingresso con quote e formazione professionale.

 

Secondo le previsioni più attendibili siamo di fronte a un fenomeno destinato a perdurare nel tempo, quasi irreversibile. Da alcuni è persino annoverato tra i mega-trend universali dato il quadro demografico e quello delle guerre, delle povertà e delle calamità naturali. Si segnala che tutto ciò che orbita intorno alle migrazioni, dalle cause agli effetti, non ha più il carattere di emergenzialità o residualità. Di qui molti giuristi discutono se sia ancora corretto applicare regolazioni, nazionali e europee, a forme di mobilità geografica collettiva che non hanno più quelle caratteristiche di marginalità o residualità che avevano negli anni ’90. Per esempio, è stato aperto un dibattito sul regolamento di Dublino e sulla relativa applicabilità ai fenomeni migratori di massa che osserviamo oggi nel Mediterraneo. Questi presupposti aiutano a aprire qualche riflessione anche in tema di migrazioni, formazione e lavoro. Il mercato del lavoro spesso permette a lavoratori migranti di svolgere attività che altri lavoratori non sono (più) interessanti a effettuare. Del resto del lavoro dei migranti beneficia, indirettamente, anche il sistema pensionistico. I dati statistici confermano che i figli dei migranti, nati in occidente, compensano di gran lunga lo scarso indice di natalità, con effetto sul sistema mutualistico e intergenerazionale di sicurezza sociale. Sappiamo, però, che molti lavoratori migranti sono lavoratori non dichiarati.

 

L’attuale sistema economico produttivo intrappola molti migranti nel lavoro irregolare. Il caporalato è difficile da vincere. La corruzione è fortissima in alcuni settori. La corruzione alimenta le migrazioni irregolari e il caporalato. L’isolamento e la mancata integrazione sociale dei migranti sono deleteri, lo sfruttamento è frequente. I migranti, soprattutto quelli irregolari, accettano condizioni di lavoro e di salario inferiori a quelli fissate dalla legge e dalla contrattazione collettiva e, cosa ancor più grave, non denunciano, spesso perché non possono, con la conseguenza che si crea un’economia parallela, invisibile alle autorità di controllo, dove il profitto si genera schiacciando i diritti dei migranti e determinando ulteriori forme di competizione sleale e economie parallele. Nel futuro anche la tecnologia avrà un certo impatto sulle migrazioni. Nel mercato del lavoro si richiederanno professionalità sempre più evolute, lavoratori motivati, lavoratori formati. La gestione della mobilità potrebbe essere facilitata da forme di matching tecnologico che oggi non sono ancora usate in questo campo. Il controllo della mobilità geografica è già oggi possibile se si osservano con attenzione le possibili geo-localizzazioni che si realizzano tramite l’uso di telefoni e cose simili.

 

Molti si stanno chiedendo cosa si possa fare, tenendo presente che l’attuale sistema delle quote di ingresso è di fatto bloccato da alcuni anni e, forse, pur ripristinato, non sarebbe più rispondente a ciò che è oggi il mercato del lavoro, nazionale e europeo.

 

Di qui muove una proposta. Il punto da cui partire sarebbe la definizione di un sistema che qui chiamiamo “Transnational labor citizenship” (Tlc). Tale soluzione prende spunto da alcuni studi nordamericani e consiste in una speciale forma di regolazione della mobilità geografica per ragioni economiche.

 

In particolare, il lavoratore migrante riceverebbe il visto Tlc solo se è inserito in programmi di formazione nel paese di origine. Ciò obbligherebbe il migrante, successivamente all'ingresso in Europa, a svolgere un’ulteriore periodo di formazione professionale nell’ambito del lavoro svolto. La formazione dovrebbe essere programmata e certificata secondo gli standard europei. I lavoratori muniti di visto Tlc avrebbero la possibilità di ottenere la residenza permanente e, eventualmente, la cittadinanza. In Italia un ruolo importante, nell’ambito dell’analisi del fabbisogno di manodopera specializzata e formata da inserire nei programmi di accesso Tlc, potrebbe essere svolto anche dagli istituti tecnici superiori e dall’università, in cooperazione con associazioni sindacali e datoriali. I principi su cui si fonda tale proposta sono delineati per combinare la formazione professionale con la protezione del migrante nonché la collaborazione istituzionale di governi e organizzazioni con una forma di mobilità più semplice e controllabile. L’effetto potrebbe coincidere con la garanzia delle prestazioni sociali e una visione solidale sul futuro dei lavoratori migranti nel nostro contesto sociale. Il Tlc sarebbe totalmente gestito in via digitale, con gestione documentale più efficace.

 

Da tale narrazione diversa, che rende possibile un pensiero critico su quelle impostazioni non rispettose della dignità della persona, si può avviare una discussione sul lavoro dei migranti e sulle regole di accesso ai paesi occidentali e può prendere avvio un confronto volto a presentare una proposta che superi gli attuali difetti del sistema di migrazione. 

 

Roberto Rossini è presidente nazionale Acli, Michele Faioli è docente all’Università Roma Tor Vergata

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