Il crollo del M5s in Sardegna non spalanca le porte a Salvini (che però vince)

David Allegranti

Il nuovo presidente è Christian Solinas. Il centrosinistra tiene ed è l’alternativa alla Lega ma il modello Zedda non va. Il M5s dal 42,5 all'11 per cento

Roma. Qualche giorno fa il capogruppo del M5s alla Camera Francesco D’Uva, dopo il brutto risultato in Abruzzo, spiegava che, insomma, ci sono stati problemi di comunicazione. Un grande classico dei partiti in difficoltà, insieme alla “ripartenza dalle periferie”. Adesso ci manca solo che qualche autorevole esponente del M5s dica che “Luigi Di Maio è una risorsa” ed è fatta. Le Regionali in Sardegna svelano il bluff del partito di Beppe Grillo: alle elezioni politiche, un anno fa, aveva preso il 42,5 per cento, conquistando tra Camera e Senato nove collegi uninominali su nove. Domenica il candidato del M5s Francesco Desogus ha preso appena l’11 per cento (il partito è intorno al 9,5). A leggere le sue dichiarazioni, degne di chi ha una mentalità vincente, in effetti stupisce che non abbia conquistato le masse: “Sapevo sin dall’inizio che sarebbe stata difficile… Mi stava bene anche un secondo posto. Però l’importante era fare un buon risultato ed entrare in consiglio regionale”, ha detto Desogus all’Adnkronos. “L’unico rammarico che ho è che io non sono un animale politico… Non siamo politici di professione. Io sono una persona venuta dal nulla, mentre chi ha avuto la sua esperienza amministrativa, fa radio, teatro, ha qualità che trovano più appeal. Non posso certo paragonarmi a Salvini”, dal punto di vista mediatico. Vince, ancora una volta, il centrodestra. Christian Solinas, senatore della Lega, è il nuovo presidente. E’ dunque il momento del centrodestra, anche se c’è chi può restare deluso dal risultato, nonostante la vittoria: lo stesso partito di Matteo Salvini. 

 

    

Il 12 per cento è troppo poco, anche se a questo risultato hanno senz’altro contribuito le molte liste a sostegno del candidato Solinas, 11 di cui almeno 7 civiche. Il punto è che Salvini oggi ha nei sondaggi oltre il trenta per cento. Le elezioni sarde, come spiega Giovanni Toti in un’intervista al Foglio, sono però il segnale che il capo della Lega non è inarrestabile. “Mi accontento della sesta vittoria contro la sinistra, poca roba….”, dice però Salvini che c’entra il punto: “Sei giunte di sinistra, sei giunte con la Lega”. Già, perché la Sardegna, come l’Abruzzo, era regione governata dal Pd. E cinque anni fa la Lega in Sardegna nemmeno era riuscita a presentare le liste. Il centrosinistra modello Massimo Zedda, che poi è quello che piace molto a uno dei candidati al congresso del Pd, Nicola Zingaretti, non riesce a soverchiare la coalizione di centrodestra. Quattordici punti di differenza non sono uno scherzo, se pensiamo che cinque anni fa Francesco Pigliaru aveva preso il 42,45, battendo di tre punti il candidato del centrodestra Ugo Cappellacci. Non tutto però è da buttare, osserva Paolo Gentiloni. “Il messaggio politico mi sembra chiaro: in un Paese fermo, isolato, perfino incattivito, c’è un’alternativa”. Certo, aggiunge, “la strada è lunga, non siamo arrivati al traguardo, però l’alternativa è in campo. Il Pd deve lavorare per essere al centro di una coalizione alternativa al centrodestra”. Resta però da capire quanto possa funzionare una coalizione che ha il baricentro sbilanciato a sinistra, a partire dal candidato. Gentiloni è tuttavia convinto che il centrosinistra possa lavorare sui “delusi” del M5s. E’ lo stesso schema di Zingaretti. “Il M5s ha perso tre elettori su quattro rispetto a un anno fa e mi auguro che molti dei delusi dai Cinque stelle capiscano che c’è un’alternativa a Salvini, c’è un’alternativa al nazionalismo e questa alternativa è il centrosinistra”. La caccia ai voti del M5s è dunque cominciata, ma se i delusi del partito di Beppe Grillo sono quelli che vogliono fermare la Tav e non ci riescono, quelli che volevano stoppare il Tap e non ci sono riusciti, quelli che vorrebbero tagliare qualsiasi indennità parlamentare considerandola un costo della casta, beh, viene da chiedersi che cosa possa dir loro il Pd per conquistare quei voti. Il M5s, invece, si appresta a ripartire dalle periferie, qualsiasi esse siano, sono infatti un luogo dell’animo politico. Abbastanza inquieto, peraltro, a vedere gli stracci che volano nel partito di Grillo: la senatrice Paola Nugnes dice che la “leadership di Di Maio va messa in discussione”. Sergio Battelli, presidente della commissione Affari europei, la attacca: “Affronti e sfati la profezia di Fassino: si candidi lei per guidare il M5s. Non abbiamo bisogno di picconatori ma di visione e proposte”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.