Il senatore delle manette

Marianna Rizzini

Mario Michele Giarrusso, lo sceriffo di Di Maio che, da giustizialista, difende il “garantismo” su Salvini

Con quella faccia un po’ così, e quell’espressione un po’ così, tanto per scomodare Paolo Conte, succede che il senatore a Cinque stelle Mario Michele Giarrusso, nei giorni duri del caso Salvini-Diciotti, dica cose un po’ così, ma anche un po’ cosà: e una mattina non si vergogna di essere manettaro, e un pomeriggio sul Corriere della Sera, intervistato da Fabrizio Roncone, fa capire che sì, lui è manettaro, ma il caso Salvini è diverso – e dopo il voto del M5s che ha salvato il ministro dell’Interno se ne esce nel cortile del Senato ridacchiante più che sorridente – ché il sorriso pare anche vagamente un ghigno sul suo volto di catanese falstaffiano – e a chi dal Pd gli urla “buffone” risponde mimando nell’aria, davanti agli avversari politici, il gesto delle manette, e lo fa con bambinesca soddisfazione e con l’insistenza dello sberleffo, come neanche fosse un senatore della Repubblica e il ministro della Giustizia a cinque stelle Alfonso Bonafede glielo manda a dire: sbagliato, non ti sei comportato come un senatore della Repubblica, ma che importa, a Giarrusso, in fondo, quando il vicepremier, ministro e capo politico a 5 stelle Luigi Di Maio lo difende con parole da genitore indulgente? (Precisamente, come ha detto Di Maio a “DiMartedì”, su La7: “Gli è scappata di mano la situazione, lì vicino c’erano i senatori del pd che protestavano”). E non s’accontenta, Giarrusso, oggi, di sbandierare la verve giustizialista come il fazzoletto davanti a un parente imbarcato sul transatlantico per l’America. Macché: oggi si sente libero di esternare come quando, nel 2015, alla “Zanzara”, su Radio 24, diceva che per lui Matteo Renzi poteva anche essere impiccato, e infatti non accontentandosi oggi rincara: non siamo noi ad avere i genitori arrestati (ai domiciliari). E Renzi, a sentir rievocare la truculenta frase dell’impiccagione, twitta in risposta che “siamo oltre la barbarie” e che “stupisce che nessuno intervenga” e Giarrusso su Facebook torna a monte: tu ripeschi una mia battuta del 2015 per non parlare di quello che succede nella tua famiglia. E niente, non se ne esce: padri e figli, figli e padri, colpe presunte dei padri e colpe presunte dei figli, innocenza, prove e non prove si mescolano nell’eloquio del senatore in un unico minestrone dove tutto ha spazio, tranne il garantismo.

      


E l’uomo che mima il gesto delle manette di fronte al Pd che protesta, colui che dice “non ho io i genitori ai domiciliari”


     

D’altronde sempre lui, Giarrusso, è l’uomo che qualche giorno fa ha dovuto pensare e dire tra sé e sé, alla maniera dei sofisti, tutto e il contrario di tutto, come ha spiegato al Giornale, preparando due versioni di un testo esplicativo prima del voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau: uno per il sì e uno per il no all’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini. Non so ancora se devo convincere per il “sì” o per il “no”, diceva, ma intanto si mostrava sicuro che, in ogni caso, l’intendenza avrebbe seguito e gli attivisti avrebbero capito. E, al termine della riunione della Giunta per le immunità di Palazzo Madama sul caso Diciotti, tanto più si mostrava sicuro, il senatore, per non dire di quello che scriveva su Facebook a proposito del suddetto voto su Rousseau: “Dopo un grande ‘travaglio’ i cittadini iscritti a Rousseau hanno deciso. Il dibattito è stato intenso, partecipato e appassionato. Il voto è stato un grande esempio di democrazia, un grande esempio di maturità. Negli anni a venire si parlerà molto di questa decisione e molto si scriverà”. Ai posteri l’ardua sentenza, sì, intanto però, se Di Maio difende Giarrusso (a differenza di Beppe Grillo che a Roma, durante il suo spettacolo, ha invitato le sue creature politiche a “non aggredire gli altri”, gesto delle manette compreso), Giarrusso con Di Maio si è schierato più volte, forse in chiave preventiva rispetto alla lotta di equilibri interna al M5s. E ha difeso Di Maio in qualità di informale sentinella, bodyguard e persino, scherzano gli osservatori più burloni, di “cameriere” (nel senso della fedeltà alla causa e della deferenza quando fa capire agli astanti che questa o quella cosa la dice Luigi, e lui sente Luigi, ci parla, lo ascolta e si fa, più che interprete, ventriloquo delle decisioni “collegiali” prese nell’inner circle del vicepremier). E anche se Giarrusso è uscito sconfitto dalla precedente partita per la presidenza dell’Antimafia (a cui poi è andato, per un soffio cioè per due voti, il senatore m5s Nicola Morra, “ortodosso” di linea critica con l’attuale vertice a Cinque stelle), di fatto Giarrusso da allora è come rafforzato, visto anche il suo già sperimentato strabordare mediatico che ne fa un beniamino dei talk-show nella sua aderenza alla corrente del capo, anche se poi Giarrusso ci mette molto del suo.

      


Con il vicepremier a Cinque stelle si schiera, in suo nome parla, in qualità di paladino e “cameriere” della causa


     

“Io non ho i genitori agli arresti”, la suddetta frase detta il giorno delle proteste pd contro il M5s per il voto sulla Diciotti, ha aggiunto il parlato al gesto delle manette, ed è stato come sottolineare il non sottolineabile. Eppure lo faceva, Giarrusso, roteando gli occhi verso l’alto e procedendo mastodontico nel completo blu, mentre sul web si scatenavano gli ex fan grillini scandalizzati: “ignobile”, “vergognoso”, “volgare”, “siete come quelli che volevate combattere”, “perderete tutti i voti”, “non nascondetevi dietro l’immunità”. Ma che vuoi che sia, questo, per Giarrusso, l’uomo che nell’ottobre del 2017 scatenava, come titolava la Stampa, nientemeno che una “crisi diplomatica con Malta” dopo l’omicidio della reporter Daphne Caruana Galizia? E insomma in quell’occasione il senatore, che avrebbe voluto che il governo di Malta si dimettesse per “complicità” quantomeno “indiretta” e per omissione” con il fatto tragico, dichiarava di essere persona non gradita a La Valletta, escluso dalla delegazione italiana antimafia che doveva sbarcare sull’isola per seguire le indagini, e veniva però smentito, provocando imbarazzo non soltanto a livello di cancellerie ma anche ai piani alti del Movimento, dove, scriveva sulla Stampa Ilario Lombardo, non si riusciva in alcun modo a fermare “l’incontinenza verbale” del “portavoce m5s” catanese, il quale, presentandosi come smascheratore di interessi ambigui mafia-politica fin da quanto, a inizio anni Novanta, da ammiratore del giudice Antonino Caponnetto, muoveva i primi passi nel Movimento per la Democrazia-La Rete (Leoluca Orlando), è stato anche detentore precauzionale di una pistola, tenuta in casa e nascosta sotto al letto, anche prima della scorta che a un certo punto ha avuto a Catania. E proprio a Catania, quest’estate, in concomitanza con l’esplodere del caso Diciotti, il senatore Giarrusso, intervistato da questo giornale, spiegava, a proposito di migranti, che non c’era “alcuna emergenza umanitaria in città. Anzi, se noi li facessimo sbarcare, li condanneremmo a essere schiavi. L’Ue capisca che noi italiani non siamo più i camerieri d’Europa”.

       


Quando vedeva una “manina” dietro la rimborsopoli a Cinque stelle, e quando ha provocato una crisi diplomatica con Malta


     

E si capisce che il tono fa la musica per il senatore manettaro, già avvocato e guru della Fondazione Caponnetto per la legalità, esponente politico non eletto in Parlamento con la suddetta Rete, nel 1992, nonché uomo che considerava naturale, proprio in virtù dell’impegno in Sicilia, l’approdo al vertice dell’Antimafia (nei giorni precedenti al voto continuava a ripetere ai cronisti di non aver nulla da dire, forse per scaramanzia, salvo poi parlare e a lungo dopo la non-elezione, non rinunciando mai, dal vivo e in tv, dove appare sempre con una delle sue cravatte-feticcio di raso multicolore, a dire frasi che ogni volta si presentano all’ascoltatore, qualsiasi sia l’argomento, come il definitivo suonare della campana per ipotetici disonesti, caste varie e oscuri manovratori, motivo per cui non gli è piaciuta la frase “onestà-onestà”, gridata dai senatori pd dopo il voto in Giunta pro-Salvini). Fatto sta che è come se la macchina del tempo l’avesse riportato ai tempi dello Tsunami tour, e del Beppe Grillo sbraitante e mefistofelico del 2013. E dunque, dopo aver fatto il gesto delle manette, Giarrusso è riuscito a dire che no, non chiede scusa manco per niente, come del resto riusciva a dire, intervistato da Valerio Valentini su questo giornale, la primavera scorsa, che sulla ri-legittimazione ufficiale di Silvio Berlusconi, oggetto di un appello dell’allora capogruppo di Forza Italia alla Camera Mariastella Gelmini, il M5s “non aveva problemi”: “Noi lo riconosciamo come condannato e pregiudicato. E come noto frequentatore di prostitute, anche minorenni. E del resto, io non potrei che rispondere così”. Nè si risparmiava verbalmente nell’inverno 2018, Giarrusso, in fase pre-elettorale, quando scoppiava la cosiddetta “rimborsopoli grillina” in seguito a un servizio delle “Iene”. Lui, sul Corriere della Sera, ci vedeva dietro non “una manina”, ma “la manona dei servizi… sono cinque anni che pestiamo i piedi a gente pericolosa. E uno qualunque non poteva avere accesso a quei dati. I servizi, com’è noto, sono in mano al ministero dell’Interno, che è del Pd. Il Copasir dovrebbe convocare il ministro Minniti e chiedergli spiegazioni… Sono preoccupato perché a noi ci buttano addosso la stampa, visto che non ci possono ricattare, ma chissà quanti altri, invece, sono sotto scopa. Di qui al 4 marzo ne vedremo di tutti i colori. Ci sarà un’escalation. Quelli non mollano il potere così facilmente”. E si diceva preoccupato per la tenuta democratica del Paese, Giarrusso: “Vorrei evitare di vedere tornare un’altra volta gli anni Settanta”.

       


Ha iniziato a far politica negli anni Novanta in Sicilia con La Rete, e puntava alla presidenza dell’Antimafia (persa per 2 voti)


    

Andando a ritroso, già nel 2013, appena sbarcato in Senato, si era fatto notare come colui che, tra gli altri, perorava presso i colleghi il nome di Pietro Grasso come presidente del Senato (in quota “legalità&antimafia”). E però, tempo due mesi, si qualificava anche come senatore borbottante contro le misteriose “mele marce” nascoste nel paniere a Cinque stelle. Se ne devono andare, se ne devono andare, tuonava. E se la prendeva con l’allora capogruppo Vito Crimi che “non l’aveva votato” come presidente della Giunta per le immunità (e questa di Giarrusso che per un soffio non ce la fa quando c’è un’elezione-conta interna è questione ricorrente che rende periodicamente incendiario l’umore del senatore). I toni non diplomatici di Giarrusso, comunque, paragonati allora a quelli flemmatici di Crimi, il senatore a Cinque Stelle immortalato con Roberta Lombardi durante il primo streaming con Pierluigi Bersani, avevano rapidamente portato Giarrusso sul lato “capoclasse” della truppa grillina assalita dalla realtà dei Palazzi, non apribili come scatole di tonno ma anche a loro modo seducenti per i neofiti. Legalità, legalità, rendicontazione, rendicontazione, erano le parole d’ordine del senatore che nel tempo libero, su Facebook, volentieri postava foto da cuoco pazzo, con grembiule verde e torso nudo. Un’immagine che gli estimatori del personaggio ricordano al pari della frase detta all’allora ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri nel 2014: “Caro ministro, lei non è il ministro della Giustizia, ma della liquidazione della Giustizia!”. E tuonando agitava le braccia, Giarrusso, come a voler far fuori nemici immaginari. E però (ohimé) non di Don Chisciotte si trattava.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.