Paolo Savona e Giuseppe Conte (foto LaPresse)

L'incompatibilità di Savona alla Consob è con la realtà, non con la legge

Claudio Cerasa

Contro la povertà i mercati vanno incoraggiati, non combattuti

La notizia dell’accordo raggiunto dalla maggioranza di governo sul nome del nuovo presidente della Consob è stata accolta dall’opposizione con una serie di critiche tutte focalizzate su un dettaglio insignificante del profilo di Paolo Savona. L’opposizione sostiene che lo scandalo della scelta di Savona come nuovo numero uno della Commissione nazionale per le società e la borsa sia legato al fatto che in base alla legge Madia e in base alla legge Frattini ci siano una serie di elementi che renderebbero incompatibile il ministro uscente con la presidenza della Consob.

 

Ma una volta che sarà chiaro che la legge Madia non si può applicare al caso Savona perché è il governo che nomina il presidente di Consob, e non un’amministrazione pubblica, e una volta che sarà chiaro che la legge Frattini non si può applicare al caso Savona perché le norme della Frattini valgono per gli enti pubblici, cosa che non è la Consob, potremo finalmente tornare a parlare della più pericolosa delle incompatibilità nascosta dietro all’ultima mossa gialloverde: il rischio di incompatibilità non con una legge, ma ancora una volta con la realtà.

 

Potremmo arrivare a dire che il nome del presidente della Consob conta fino a un certo punto perché ciò che conta davvero è capire se chi guiderà la Consob sceglierà o no di avere un approccio punitivo nei confronti del mercato, sceglierà o no di trasformare in una priorità la rimozione degli ostacoli alla quotazione delle imprese, sceglierà o no di considerare la Borsa un grande alleato e non un grande nemico di una buona economia, sceglierà o no di fare tutto il necessario per trasformare il capitale di rischio in una potenziale fonte di nuove opportunità e non in una potenziale fonte di corruzione morale.

 

Più che pensare ai famigerati conflitti di interesse, dunque, una buona opposizione dovrebbe criticare il governo per aver scelto come presidente della Consob un tecnico nazionalista che nell’ultima fase della sua vita ha mostrato diffidenza nei confronti del mercato e indifferenza nei confronti di un problema considerato dai sovranisti una virtù piuttosto che un vizio: l’idea cioè di vedere nel nanismo delle imprese italiane non un punto di debolezza ma un punto di forza del nostro tessuto economico. Una buona opposizione dovrebbe discutere di questo. Dovrebbe ricordare che le società del mercato azionario che vantano una capitalizzazione superiore alla soglia dei 50 miliardi di euro in Italia sono solo due, la metà che in Olanda, un quarto di Francia e Regno Unito. Dovrebbe ricordare che in Italia il peso della capitalizzazione delle piccole e medie imprese quotate rispetto a quella complessiva di mercato è ancora molto basso anche rispetto alla media europea. Dovrebbe ricordare che pur essendo la nona economia del mondo in termini di Prodotto interno lordo l’Italia è solo il diciassettesimo stato in termini di ampiezza della piazza finanziaria.

 

Diciamo tutto questo non per perderci nei dettagli ma perché dal mandato (indiretto, perché la Consob è indipendente) che verrà conferito al prossimo capo della Consob capiremo molto di quella che potrà essere la traiettoria della dottrina sovranista – che speriamo duri il meno possibile e che forse durerà meno di quanto crediamo. Capiremo insomma se il governo ha chiaro che un paese che non riesce ad attrarre investimenti e che non riesce a fare tutto quello che andrebbe fatto per diventare l’approdo naturale delle aziende in fuga dalla Gran Bretagna è un paese perduto. Capiremo se il governo ha chiaro che un paese che non si preoccupa di riacquistare fiducia è un paese destinato a bruciare ogni giorno il valore della sua Borsa (da maggio a oggi l’indice Ftse Mib è sceso del 19 per cento bruciando circa 114 miliardi in termini di minore capitalizzazione). Capiremo in altre parole se il governo ha chiaro che un paese che trasforma i mercati in nemici piuttosto che in alleati sta giocando non con gli speculatori ma con il futuro dei suoi figli. Un paese con la testa sulle spalle capisce che i mercati finanziari, come disse giustamente il predecessore di Savona, Mario Nava lo scorso 11 giugno, devono essere al servizio dell’economia reale, ossia della crescita collettiva e del benessere individuale e collettivo. In questo senso un presidente della Consob diffidente sull’Europa e sull’euro non sembra essere quello giusto per evitare che il nostro paese continui a portare avanti un progetto di governo coerente con il metodo sovranista, ma suicida per l’Italia, finalizzato a combattere ogni giorno la ricchezza piuttosto che la povertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.