Mettere in mutande la legge della decrescita

Claudio Cerasa

Un dossier del Parlamento certifica il dramma della manovra: non il deficit ma l’abolizione del futuro

Un’aggressione al passato, una follia per il presente, una minaccia per il futuro. La paludosa discussione relativa al giusto deficit da inserire nella prima – e forse ultima – manovra varata dal governo del cambiamento ha portato molti osservatori a dedicare una grande attenzione al ping pong tecnico tra l’esecutivo italiano e la Commissione europea, ma ha contribuito a far perdere di vista ciò che rende profondamente pericolosa, dannatamente sbagliata e terribilmente rischiosa la legge di stabilità che il Parlamento dovrà approvare entro la fine dell’anno: la sua incapacità a investire sul futuro. E’ possibile che la triangolazione del governo con la Commissione si concluda con un accordo capace di evitare al nostro paese una pesante procedura di infrazione per debito. Ma ciò che le limature sul deficit non potranno mai evitare – oltre a rimarginare la ferita dei 198 miliardi di euro di perdite registrate dal 4 marzo a oggi, secondo la Fondazione Hume, tra variazione della capitalizzazione del mercato azionario, del valore dei titoli di stato, del deprezzamento dei titoli di debito del mercato obbligazionario – è far dimenticare a chi ogni giorno deve decidere se investire o no nel nostro paese un fattore semplice e innegabile: la manovra del cambiamento è strutturata in modo tale da rendere incompatibile l’Italia con la crescita, con lo sviluppo e con la costruzione di un futuro. E per capire in modo plastico e immediato in che modo Salvini e Di Maio hanno scelto di rinunciare al futuro può essere utile andare sfogliare un dossier elaborato dal servizio degli uffici e del bilancio della Camera e del Senato pubblicato qualche giorno fa sul sito di Palazzo Madama e Montecitorio relativo all’analisi del bilancio dello stato per gli anni 2019, 2020 e 2021.

 

Nel dossier, messo in luce ieri mattina a “Omnibus” su La7 da Andrea Montanino, capo del centro studi di Confindustria, è presente una tabella in cui tutte le spese del 2019 vengono divise per missioni e in cui si esplicita in modo chiaro quali sono, numeri alla mano, i veri obiettivi della manovra. Qualche piccolo esempio per capire di cosa stiamo parlando. Cominciamo con due percentuali. Incidenza degli stanziamenti per le politiche previdenziali (quota cento) e le politiche dei diritti sociali (reddito di cittadinanza): 24,6 per cento del totale. Incidenza degli stanziamenti per la competitività e lo sviluppo delle imprese: 4,4 per cento del totale. Accanto alle percentuali può essere utile capire in che modo il governo ha scelto di utilizzare i miliardi della sua famigerata manovra espansiva e anche qui i numeri sono interessanti. Stanziamenti previsti per il diritto alla mobilità rispetto al 2018: meno 1,5 miliardi. Stanziamenti previsti per ricerca e innovazione rispetto al 2018: appena 64 milioni di euro. Stanziamenti previsti per istruzione universitaria e formazione post universitaria: 56 milioni di euro. Stanziamenti previsti per l’istruzione scolastica: 125 milioni di euro. Stanziamenti previsti per infrastrutture pubbliche: 50 milioni di euro. Stanziamenti previsti per il turismo: un (!) milione di euro. Stanziamenti previsti per i diritti sociali e le politiche sociali rispetto al 2018: 7 miliardi e 193 milioni. Stanziamenti previsti per le politiche previdenziali rispetto al 2018: 6 miliardi e 881 milioni di euro.

 

“La bassa crescita italiana – ha detto con garbo Mario Draghi sabato scorso agli studenti della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa – è un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro. Si tratta chiaramente di un problema di offerta”. Ecco. Quando si parla di “offerta” che non funziona si parla anche di altri deficit non contemplati nella trattativa con la Commissione europea. L’Italia, rispetto alla media dei paesi dell’Ocse, ha un deficit di efficienza rispetto alla quota di pil usata per le pensioni (l’incidenza delle pensioni sul pil nell’area Ocse è dell’8,2 per cento, in Italia è del 16,3 per cento) mentre rispetto alla media dell’Unione europea ha un deficit di investimenti pari a 4 punti del pil per quanto riguarda la voce istruzione, ricerca e sviluppo.

 

Il governo del cambiamento ha scelto di non mettere in campo l’unico cambiamento che avrebbe fatto bene all’Italia, decidendo di smontare in modo ideologico le riforme del passato, decidendo di usare la manovra solo per migliorare i propri sondaggi, decidendo di mettere a rischio il domani del paese rinunciando a fare qualcosa per investire sulla crescita. Quale che sia il risultato finale della trattativa sul deficit conviene pensare alla ciccia, non concentrarsi sui dettagli e dire semplicemente la verità: nulla potrà far cambiare verso a una legge di Stabilità che nell’attesa di abolire la povertà ha abolito il futuro del nostro paese.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.