Arturo Parisi ci spiega perché il Pd ha abbandonato la sua missione

David Allegranti

“Il Pd serve ancora. Deve solo decidere a che cosa. La regressione proporzionalista ha fatto perdere al Partito le sue ambizioni”

Roma. Il Pd, dicono i sondaggi, non riesce a schiodarsi da quel diciassette per cento – ma è normale, non ha una leadership né una direzione politica – e trova il modo di perdere tempo e occasioni per rialzarsi. Arturo Parisi vede del masochismo nella scelta di indire le primarie il 3 marzo per scegliere il prossimo leader. Anche perché l’assemblea per la proclamazione o il ballottaggio per il nuovo segretario ci sarà il 17 marzo 2019: “Venti giorni dal deposito dei simboli per il voto europeo! Venti giorni da dedicare alla definizione degli organi, a impostare le liste, e, soprattutto, a ricomporre le divisione”.

  

Viene da chiedersi se ormai non ci sia chi, nello stesso Pd, spera che al congresso vada a votare poca gente per dichiarare così fallito il partito per bancarotta politica e magari prendere altre strade. “No”, risponde il professor Parisi allargando le braccia, “non credo che ci sia nessuno che abbia riguardo al Pd un disegno compiuto né nel bene né nel male. Il futuro del Pd appare oggi come la mera risultante oggettiva di disegni o forse soltanto pulsioni soggettive relative al futuro individuale di dirigenti che interagiscono tra loro dentro lo stesso perimetro politico”. Il che, a pensarci, è peggio: il desiderio di autodistruzione sarebbe comunque meglio dell’apatia politica. Parisi tuttavia ci conta ancora, confida in un sussulto. “Spero che dentro quel processo che chiamiamo congresso i candidati siano spinti a elaborare un progetto che sia comprensibile e condivisibile anche da cittadini sempre più preoccupati per il futuro del paese prima che per del futuro del Pd. Spero”.

   

Brutalmente, professore: ma il Pd serve ancora a qualcosa? Perché se nessuno, tra i dirigenti, ha un disegno compiuto allora viene il dubbio che non abbia più una missione da svolgere. “No, il Pd serve. Deve solo decidere a che cosa. Servire a rappresentare nelle sedi istituzionali i valori, le parole, e le abitudini di un pezzo di società che si era aggregato nel secolo scorso, accompagnandolo nel suo declino vitale. O organizzare il consenso di una maggioranza sufficiente a guidare l’Italia nel secolo nuovo. Io pensavo che potesse e dovesse svolgere questa seconda funzione”. Perciò, aggiunge Parisi, “ho lavorato per un processo che grazie alla legge maggioritaria spingesse ad aggregare la maggioranza degli italiani. Grazie alla regressione legislativa proporzionalista e prima ancora alla cultura proporzionalista che non ha mai abbandonato il personale formatosi nel solco dei partiti della Prima Repubblica, il partito ha tuttavia abbandonata l’ambizione di organizzare il tutto, ed è ritornato alla logica della rappresentanza della porzione. Forse sono io che ho sottovalutato il peso del passato. Forse sono loro che hanno perso di vista il futuro. Di certo siamo tornati di nuovo a dirci sinistra e soltanto sinistra, e a darci come suo primo compito la ricostruzione della unità di quanti si sono divisi o non ancora trovati”. Insomma, il proporzionale tira fuori il peggio di sé di ogni partito. In un partito senza identità, poi le pulsioni dei micro-interessi diventano prevalenti.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.