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La fiducia al decreto sicurezza passa tra defezioni e rabbia del M5s

L’insofferenza dei grillini per la fiducia. “Non funzionerà”, dice Brescia. Un guaio per Bonafede

27 Novembre 2018 alle 20:58

La fiducia al decreto sicurezza passa tra defezioni e rabbia del M5s

Matteo Salvini a Montecitorio durante il voto sul decreto sicurezza (foto LaPresse)

Roma. Non si sforzano neppure d’essere credibili. Se la cavano con un “sarà l’influenza”, e filano rapidi verso il cortile di Montecitorio, schivando le domande di chi comincia già a fare di conto. E certo, è vero che andranno affinati i calcoli, nei giorni che verranno: ma le defezioni, nel M5s, alla fine sono state una decina, grosso modo. Quattordici in tutto, i voti mancati alla maggioranza: uno in meno rispetto a quanto pronosticavano, con inquietante approssimazione, due grillini alla buvette a ora di pranzo. 

 

E d’altronde l’insofferenza con cui nella pattuglia grillina ci si fosse rassegnati a votare la fiducia al decreto sicurezza, s’era resa manifesta già due ore prima del voto decisivo, arrivato intorno alle sette di sera. Riccardo Molinari, il capogruppo leghista, elogia le mirabolanti virtù del provvedimento voluto da Matteo Salvini, e i banchi del M5s sono mezzi vuoti. “Dobbiamo sentirci pure la predica? Anche no”.

  

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E così quando tocca a Federica Dieni, deputata calabrese del M5s non proprio di primissima linea, fare la dichiarazione di voto, il povero Francesco D’Uva, con quell’autorevolezza un po’ improbabile che lo contraddistingue, deve farsi avanti e indietro il Transatlantico per poter richiamare in Aula i suoi colleghi. Spingendosi fin dentro la Sala Verde, dove forse involontariamente Luca Carabetta, Andrea Giarrizzo e Francesco Berti, tra i più smaliziati dei giovani grillini, s’erano imboscati: “Se volete raggiungere i vostri scranni, siete i benvenuti”, li invita, quasi con discrezione, D’Uva. Che però non pensa di affacciarsi nel cortile. Dove, davanti al televisore che trasmette il dibattito, Riccardo Ricciardi, col solito abito da barricadero prestato al Parlamento – i jeans infilati negli scarponi slacciati, un giaccone che è quasi un eskimo e il catenone del portafoglio in bella vista sulla coscia: il tutto per mostrarsi fedele, dice lui, alla tradizione anarchica della sua Massa – confessa che no, questo provvedimento “proprio non mi piace”. E più di tutto se la prende col Daspo urbano: “Io davvero non riesco a capire quale accidenti di ratio ci sia nello spostare una persone ritenuta pericolosa da un posto all’altro”, si lamenta, riscuotendo il consenso di due sue compagne di Movimento. “E quindi credo che avrò una improvvisa necessità di nicotina al momento del voto”, sogghigna. Intanto in Aula la Dieni va avanti, con imbarazzo malcelato, sproloquiando su tutto – dal taglio dei vitalizi agli stipendi dei parlamentari devoluti alle popolazioni alluvionate – pur di non affrontare il tema in discussione. “Ha parlato d’altro, ammettilo”, dice Stefano Ceccanti, del Pd, a Giuseppe Brescia, il presidente grillino della commissione Affari costituzionali, che probabilmente, da buon fichiano, il decreto sicurezza lo apprezza meno rispetto al costituzionalista filorenziano. “E però dovrò votarlo”, ammette afflosciandosi in un sospiro di scoramento su uno dei divanetti del Transatlantico. “Più che sbagliato è irrealistico. Perché tutto funzioni, gli arrivi dovranno attestarsi sulle cifre di quest’anno, i tempi di risposta delle commissioni territoriali dovranno accorciarsi. E soprattutto dovrebbero aumentare, e di gran lunga i rimpatri”. E insomma? “Bah, tempo un anno e tutti i nodi di questo decreto verranno al pettine, sempre che prima non salti il tappo in Libia”.

 

C’è anche Alfonso Bonafede, che, forse per distrarre l’attenzione dei cronisti dall’evento politico di giornata, annuncia le nuove misure del governo. “Il codice rosso fa sì che vengano azzerati i tempi di reazione della Giustizia di fronte alla denuncia di una donna”, spiega. Funziona anche in caso di stalking, ministro? “Eh, ora non me lo ricordo. Devo controllare”.

 

A pochi metri da lui, due deputate della Lega corrono a complimentarsi con Molinari: “Splendido intervento”. Salvini esce dall’Aula per parlare al telefono: sfoggia l’abito blu delle grandi occasioni, le scarpe di cuoio lucido così diverse da quelle da ginnastica che portava il giorno prima, ancora insozzate dalla fanga calpestata alla Romanina, dove era andato a far finta di sapere manovrare la ruspa per abbattere la villa dei Casamonica. Gongola, il ministro dell’Interno. E ancor più si compiacerebbe, forse, se sapesse che fuori, in piazza Montecitorio, attivisti del Baobab manifestano contro il suo decreto. “Odia la Lega”, urlano. Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte, con la sua cravatta celeste, li osserva un po’ perplesso, fendendo la nebbia rossa dei fumogeni, mentre attraversa il piazzale, un faldone di documenti sotto il braccio. Oggi incassa la Lega, lo sa anche lui. Oggi, come ieri, come domani.

Valerio Valentini

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