Gli appetiti dei “truffati” delle banche irretiti dal M5s

Valerio Valentini

Andrea Arman e l’odioamore per i grillini. Faide e ambizioni dei risparmiatori rimasti scottati dal fallimento delle banche venete, sedotti e abbandonati da Di Maio

Roma. Per lui che sognava uno scranno a Montecitorio, un post su Facebook, seppure sulla bacheca di Luigi Di Maio, non può certo bastare. “Ma è l’inizio di un dialogo che finora non c’è stato”, spiega Andrea Arman l’avvocato trevigiano, classe ’59, presidente del Coordinamento Don Torta, l’associazione dei risparmiatori rimasti scottati dal fallimento delle banche venete che ora, dopo avere visto dissolversi le sue velleità da parlamentare, spera quantomeno di far valere il malcontento di cui si è fatto portavoce per ottenere un qualche incarico. 

   

Ed è così che, a seconda dei giorni e delle contingenze, Arman amplifica o silenzia la protesta dei suoi corregionali travolti dal crac di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, con intenti che non è detto che non siano nobili – fare in modo che i “truffati” ottengano il massimo possibile in termini di risarcimento – ma che di certo non sono solo quelli dichiarati. Elogi e scudisciate sapientemente bilanciati, nei confronti dei grilloleghisti. “C’è tanta buona volontà, in questo governo”, ci garantisce. “Ma c’è anche una notevole inesperienza mista a superficialità”. E non a caso una manciata di giorni prima d’essere ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Chigi dal vicepremier grillino, lo stesso Arman era sbottato contro il sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, durante un incontro al Mef: “Non ascoltate nemmeno chi vi ha portato i voti”. Il tutto ripreso col cellulare e fornito in pasto al Moloch della stampa.

   

D’altronde i voti glieli aveva portati davvero, Arman. Lui che, indipendentista con un passato nella Liga veneta, dopo aver perso quasi 700 mila euro come azionista della Popolare di Vicenza, il 4 marzo aveva accettato di candidarsi nel collegio uninominale della sua Montebelluna sotto le insegne del M5s. A chiederglielo, in una riunione improvvisata al termine di un convegno a Mestre, nel dicembre del 2017, era stato proprio il capo grillino. A lui, infatti, Arman confessò il suo progetto: “Stiamo mettendo su una lista coi truffati delle banche di tutta Italia”. E fulminea, allora, la proposta di Di Maio e Gianluigi Paragone, che s’accingeva ad arruolarsi nella truppa grillina: “Uniamo le forze: dateci una decina di nomi e io ve li candido negli uninominali”, disse Di Maio. Delegato a gestire la trattativa fu David Borrelli, potente europarlamentare veneto già in rotta di collisione col M5s e presente pure lui all’incontro.

  

Solo che le cose si complicano subito: di gente da accontentare, di associazioni da irretire e voti da accalappiare, Di Maio ne ha troppi, e insomma i posti liberi scarseggiano. Si va avanti due mesi: quando si arriva al dunque, della decina di collegi promessi ne restano appena quattro, e tutti pessimi. Perché in Veneto è scontato il trionfo della Lega: e infatti anche Arman prende meno della metà dei voti della salviniana Ingrid Bisa. E poi c’è chi, come Angiolino Cirulli, “vittima di Banca Etruria”, viene offerto come vittima sacrificale nel collegio romano di Paolo Gentiloni. Ma è quando, alla vigilia della definizione delle liste, dall’uninominale di Castelfranco Veneto scompare il nome di Giuliano Giuliani, altro attivista del Don Torta, per far spazio a Eva Liberalato, avvocato 44enne ben voluta da Riccardo Fraccaro, nella Marca deflagra la rabbia. Ma Arman non demorde, sa che il tempo della contrattazione arriverà. E arriva, infatti. All’incontro con Villarosa e Massimo Bitonci, l’altro sottosegretario, leghista, al Mef, l’8 novembre scorso, ci arriva agguerrito. “Ci convocate a cose già fatte, ci proponete un ristoro del 30 per cento del perduto e ci obbligate a rinunciare a ogni azione legale contro le banche fallite? E’ una truffa”. Bitonci e Villarosa parlano di un errore tecnico: “E’ scomparsa una parte del testo in corso d’opera”. Arman non ci sta. “Le ‘manine’? S’intrufolano solo nelle tasche degli sprovveduti”, dice ora al Foglio. “La verità è che ci hanno provato. O che, peggio, non hanno il controllo della macchina ministeriale”. Ieri è arrivato l’emendamento leghista che pone, in parte, rimedio al guaio. “E’ qualcosa, ma ancora tutto troppo nebuloso”, ci dice Arman. Che nel frattempo, però, forse un obiettivo l’ha centrato: nel gran tourbillon di associazioni e comitati di “truffati”, quasi tutti in guerra con tutti gli altri, l’interlocutore privilegiato del governo, ora, pare essere proprio lui. Qualcuno, a Montebelluna, già lo paragona a Sergio Bramini, l’imprenditore brianzolo fallito e adottato da Di Maio prima come simbolo delle vittime dello stato, poi come consulente al Mise. Il problema è che Bramini è finito presto per lamentarsi: “Usato e dimenticato dai gialloverdi, col contratto che mi è stato fatto non mi resta in tasca un euro”. E anche questo, a Montebelluna, lo tengono ben presente.