Matteo Salvini e Giorgia Meloni (foto LaPresse)

Salvini e l'arma Fratelli d'Italia

Salvatore Merlo

Le promesse da impresario di Salvini a Meloni, vecchia gag, ora servono per minacciare Di Maio

Roma. “Sai come lo chiamo io Salvini? Lo chiamo Er Bugia”, le dice ogni volta Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera, che la conosce da quando era ragazzina e ancora, quando può, tenta di proteggerla. E questo malgrado lei, Giorgia Meloni, sia ormai adulta e capace di proteggersi anche da sola, al punto che la leader di Fratelli d’Italia risponde al suo vecchio mentore Rampelli con il labbro arricciato in un sorrisetto sornione che rivela intimi propositi di doppio gioco. E infatti Er Bugia, cioè il ministro dell’Interno Matteo Salvini, getta ancora una volta, come nel 2016, il nome di Giorgia nel frullatore delle elezioni comunali romane, ammesso che mai ci siano, ammesso che Virginia Raggi sia condannata dal tribunale di Roma il 10 novembre, e ammesso che davvero si dimetta. Animato da una sorta di audacia sfrontata e tranquilla, una completa mancanza di scrupoli e la convinzione che il mondo politico sia popolato d’imbecilli, Salvini usa Meloni come uno strumento di minaccia e di pressione, ma in carne, ossa e voti, uno spaventa-grillini da brandire a Roma e persino a Montecitorio, da far aleggiare, danzare come una zanzara sotto il muso agitato di Luigi Di Maio ogni volta che la situazione lo richiede: “Se mancassero i voti sul decreto sicurezza potremmo fare entrare Giorgia in maggioranza”, si è lasciato andare il capo della Lega qualche giorno fa, con incauta e apparente spensieratezza, mentre nei Cinque stelle andava in onda la soap opera dei senatori dissidenti e lamentosi. E tutto questo come se Salvini non sapesse che l’ingresso di Fratelli d’Italia in maggioranza significherebbe la fine della maggioranza stessa. Detta allora in modo brutale: a Meloni, Salvini ha riservato la parte della spalla. Della “sua” spalla. Ruolo che non è solo subalterno, ma utile a mettere in risalto la sfrontatezza del vero protagonista, che sarebbe lui. E’ chiaro che Meloni non ci sta. Soffre, si sottrae, ma deve giocare di rimessa. In una recita che va avanti così da tre anni.

 

Un’operetta dal ritmo brillante, una specie di pochade parlamentare e politica a base di porte girevoli, giochi di specchi, labirinti, ammiccamenti maliziosi e diaboliche promesse tipo quella pronunciata da Salvini guardando Meloni negli occhi quattro mesi fa, alla vigilia della formazione del governo poi presieduto da Giuseppe Conte: “Entriamo insieme, te lo assicuro”. Figurati. Il potere si conferma un gioco rischioso e crudele, oltre che un tantinello cannibale. E dire che Salvini e Meloni filavano perfettamente bene insieme, alleati alla pari, tanto che nel 2015, quando a Palazzo Chigi c’erano ancora Renzi e Alfano, forti di una comunanza anagrafica s’erano anche messi in testa di pensionare Berlusconi, il vecchio Cavaliere che trascinato su un palco di Bologna dovette subirsi una bordata di fischi padani e poi l’annuncio salviniano: “Qui nasce il nuovo centrodestra guidato da noi”. Matteo e Giorgia, Giorgia e Matteo, dunque, abbracciati e vincenti, con Berlusconi colpito da una penombra ingrata, mentre Paolo Romani, allora potente capogruppo di Forza Italia, mormorava tra i denti: “Questi due ci hanno messi nel sacco”.

 

Ma poiché in Italia si diventa leader sporcandosi le mani, tradendo cioè l’alleato, il fratello, o uccidendo il padre, come già Renzi e D’Alema, ben presto Salvini ha sfogato su Meloni il proprio istinto ambivalente di predominio. Quindi nel 2016 prima la convinse a candidarsi a sindaco di Roma per impedire la vittoria berlusconiana. Poi, una volta ottenuto il risultato, temendo a quel punto la vittoria di Giorgia, s’impegnò alimentando una campagna elettorale in cui il protagonista era lui, e infine addirittura tirò fuori una vecchia battaglia settentrional-leghista che per Meloni fu il colpo di grazia: far pagare ai romani il pedaggio sul Raccordo anulare. Giorgia la prese malissimo, e ovviamente perse anche le elezioni. Da quel momento si è capito che Salvini non è soltanto un attore nato, un attentissimo regista di se stesso e un grande impresario: la cosa che forse gli riesce meglio di tutte è assegnare le parti agli altri, facendoli recitare al suo proprio ritmo. Così adesso, dietro ogni parola di Salvini, Meloni legittimamente vede il balenio di uno specchietto allusivo, un doppio fondo, come quello nelle scatole dei prestigiatori o dei truffatori. “Sai come lo chiamo Salvini? Er Bugia”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.