Di Maio è un caso psichiatrico o è il suo caos mentale che ci sta tirando pazzi?

Guido Vitiello

Due libri (seri) sulla pazzia sociale e il crollo delle istituzioni

Luigi Di Maio è un caso psichiatrico? Lo ha suggerito giovedì Vittorio Sgarbi alla Camera, e certo non è il solo a dubitare della piena presenza mentale del vicepresidente del Consiglio, che è parsa intermittente da ben prima che cominciasse ad allucinare manine o a sviluppare intricate ideazioni paranoidi a sfondo persecutorio sui tecnici del Mef. Avremo impressa per sempre nei nostri incubi la terrificante apparizione di Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi mentre, posseduto dallo spirito di Norman Bates, fendeva l’aria con un invisibile coltello da cucina. E tuttavia, per chi non si accontenta di queste evidenze iconologiche, la risposta ai dilemmi sulla capacità d’intendere e di volere del capo politico grillino rischia di essere più complicata e, insieme, più inquietante. La mia diagnosi, in breve, è questa: sì, siamo in presenza di un gigantesco caso psichiatrico, ma non perché il paziente Di Maio sia clinicamente pazzo; semmai, lui e il suo partito stanno facendo quanto è in loro potere per far impazzire noi e il nostro sistema istituzionale.

 

 

    

Consiglio di rileggere un piccolo classico della letteratura psichiatrica, “The effort to drive the other person crazy”, scritto da Harold F. Searles nel 1959. L’idea è che non diventiamo schizofrenici solo per cause endogene, ma anche perché qualcuno nel nostro mondo, per lo più inconsapevolmente, ci spinge alla pazzia tramite diversi usi ambigui della comunicazione. Ad accomunarli è l’effetto di alimentare la confusione fino a quando l’interlocutore non sa più chi è, non capisce chi è l’altro, non riesce a decifrare la situazione in cui si trova. La sua percezione di una realtà coerente vacilla e, se lo stillicidio del caos è metodico e prolungato, può portarlo alla follia. Per esempio, chi punta a far impazzire l’altro può trattare lo stesso argomento una volta in modo serio e un’altra in modo scherzoso, accusando la sua vittima, a seconda della reazione, di essere troppo frivola o troppo seriosa – non è il fondamento stesso della comunicazione del M5s e del suo capocomico? E le citazioni mussoliniane di Salvini, stentoree e buffonesche insieme, non obbediscono a un meccanismo simile? Oppure, l’istigatore alla follia può mantenere lo stesso registro nel parlare di questioni cruciali e di fesserie – le sanzioni contro la Russia e i sacchetti biodegradabili, la Siria e i vitalizi – disorientando l’interlocutore. O ancora, può esporlo a un’alternanza ravvicinata di stimoli e frustrazioni, fino a mandarlo in tilt: il caso più eclatante – ma lo schema è adottato quotidianamente – fu la pochade della messa in stato d’accusa di Mattarella, il succedersi di minacce e rassicurazioni, proclami e smentite.

  

Lo stesso Searles accennava a una possibile estensione politica delle sue teorie, accostando le strategie comunicative dei familiari del futuro schizofrenico alle tecniche di brainwashing impiegate in modo tutt’altro che inconsapevole nella propaganda totalitaria e nella tortura mentale dei prigionieri di guerra. Io però vorrei azzardare un’ipotesi più temeraria e, soprattutto, più catastrofica: che si possa, cioè, portare alla follia un intero sistema istituzionale. In un libro di trent’anni fa che raccomando alle mani bucate del lettore, l’antropologa britannica Mary Douglas sostenne che le istituzioni, pur non avendo una mente indipendente dagli individui che ne fanno parte, “pensano”: ossia classificano, ricordano, dimenticano, prendono decisioni di vita o di morte. Non mise in conto, tuttavia, la conseguenza estrema della sua tesi: sottoposte a un bombardamento di stimoli contraddittori, a un’alternanza forsennata di registri, a una coltivazione perseverante del caos, le istituzioni possono impazzire. E’ quel che Di Maio, Casaleggio, Casalino e compari stanno tentando da anni con ogni mezzo, il vero default a cui stanno guidando il paese, il collasso finale della razionalità. Vogliono renderci schizofrenici: e ci stanno riuscendo piuttosto bene, fidatevi dei due autori di questo articolo.

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