Gse, Consob, Istat e non solo. Il governo ponte e la paralisi del cambiamento

Valerio Valentini

Lega e M5s litigano sulle poltrone. Sviluppo economico al palo. L'ennesima prova di un esecutivo che annuncia rivoluzioni, ma vive di rimandi

Roma. Alla fine, la tensione troppo a lungo accumulata, è deflagrata – comme il faut, nell’era del grilloleghismo – nel modo più scomposto. E cioè con un post su Facebook contro i soliti pezzi di burocrati di Via XX Settembre, pubblicato con rabbia al termine dell’ennesimo vertice inconcludente. “Mi sfuggono i motivi per cui il Mef stia rimandando una decisione così importante”. A scriverlo, mercoledì pomeriggio, è stato Davide Crippa, grillino di Novara e sottosegretario al Mise. Si riferiva alla nomina del nuovo presidente di Gse, la società pubblica che si occupa di energie rinnovabili e che gestisce ogni anno 16 miliardi di euro. Un gesto avventato, quello di Crippa, evidentemente sfibrato da mesi di lavorio sottobanco in verità neppure troppo discreto, se è vero che il candidato per cui lui si sta spendendo è noto a tutti da tempo: Roberto Moneta, già ai vertici dipartimento per l’efficienza energetica Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie. E però da possibile a probabile, poi data perfino per scontata, la promozione di Moneta è divenuta un mistero strano. “L’assemblea giusta per eleggerlo alla presidenza – dicono ora a Via Veneto, non senza un certo nervosismo – sembra sempre la prossima”.

 

E chissà se sarà quella di oggi: la settima, ormai, dopo le precedenti sei concluse con un nulla di fatto. Uno smacco per Crippa, che infatti ha prima scritto il post al veleno, facendo infuriare anche i vertici del M5s, poi lo ha rimosso dalla sua bacheca non prima però che qualche giornale lo riprendesse. E infine, ieri mattina, ha pubblicato quelle stesse righe sottoforma di comunicato, sul sito del Mise: “Non possiamo più aspettare. Ci aspettiamo che il 5 ottobre l’assemblea del Gse scelga”. Non è detto che avvenga. Anzi. E allora i rinvii non sarebbe più solo un problema per il sottosegretario grillino, ma per centinaia di imprenditori impegnati nel settore energetico. La fibrillazione è tanta, e la rabbia di chi, specie nel nord produttivo, assiste a questa stasi surreale da mesi, cresce. Gse distribuisce incentivi milionari per le rinnovabili, assegna i titoli di efficienza energetica: è insomma uno snodo centrale per il settore. “Colpa del Mef”, sbuffano a Via Veneto; ma è pur vero che nello stesso M5s la designazione di Moneta è tutt’altro che condivisa. E così lo stallo perdura.

 

Lo stesso che, a giudicare dall’aria che tira, si riproporrà anche per Invitalia: anche per l’agenzia degli investimenti e dello sviluppo, come per Gse, il M5s rivendica la presidenza: “Sarà il braccio armato del governo per la politica industriale”, dicono i grillini. Ma chi in queste settimane ha parlato con Luigi Di Maio e con i suoi consiglieri, sollecitando celerità, ha percepito un’estrema incertezza.

 

D’altronde anche per la guida di Consob, a venti giorni dalle dimissioni del presidente Mario Nava, non s’intravede soluzione. Si fa il nome di Antonio Rinaldi, allievo del ministro Paolo Savona, e anche quello del capo della procura di Milano, Francesco Greco. E poi c’è Marcello Minenna, dirigente della Commissione di vigilanza sulla Borsa molto vicino a Carla Ruocco, la presidente della commissione Finanze della Camera che tanto si è spesa per la rimozione di Nava. “Al momento nessuno dei tre è spendibile”, tagliano corto al governo. E non perché abbiano chissà quale asso nella manica: “E’ che si è ancora in alto mare”. Così come per l’Antitrust, che verrà assegnata alla Lega e per la quale si pensa a Marina Tavassi, presidente della Corte d’appello di Milano; così come per l’Istat, rimasta orfana della guida di Giorgio Alleva in piena estate. Si era fatto il nome del suo vice, Gian Carlo Blangiardo: poi quell’ipotesi, tanto per cambiare, è sfumata. “Potrebbe volerci ancora un po’”, sospirano ai vertici della Lega, con un misto di fatalismo e di stanchezza.

 

E allora, mentre ancora non c’è traccia di una versione vagamente attendibile del Def a una settimana e più dalla festa sul balcone di Palazzo Chigi, pare quasi che i pasticci di Genova, i cinquanta e rotti giorni per scegliere un commissario che era quello su cui sin dall’inizio sembrava scontato dovere convergere – il sindaco Marco Bucci – più che un incidente appaiono il modello di questo governo ponte: annuncia rivoluzioni, ma vive di rimandi.

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