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Bucci, l'uomo giusto nel contesto sbagliato

Salvatore Merlo

Ritratto del sindaco di Genova che è stato nominato commissario per la ricostruzione. Dovrà ricostruire il ponte Morandi e sopravvivere al decreto kafkiano di Toninelli

Roma. Dovrà correre con una mano legata dietro la schiena, bendato e con la palla al piede, destreggiarsi nei cunicoli di quella mostruosità ideologica e giuridica che Danilo Toninelli ha disegnato con sembianze talmente contorte da far sospirare i maggiori esperti e accademici di logistica e d’infrastrutture che esistono in Italia. I professori che osservando la struttura commissariale, le sue ramificazioni burocratiche, il pasticcio dell’affidamento a Fincantieri e il prevedibile lungo iter di gare pubbliche, prevedono un percorso accidentato verso la restituzione di Genova alla normalità, un’odissea che potrebbe durare anche cinque anni. E infatti il sindaco Marco Bucci, nominato commissario per la ricostruzione del Ponte Morandi dopo cinquanta giorni di paralisi, non sarà per la sua Genova un’idea come un’altra, ma quella faccia un po’ così che si ha quando per generosità, e chissà persino incoscienza, ci si fa carico d’una soma che nessun altro voleva prendere sulla schiena. Nessuno dentro il ministero delle Infrastrutture, e in realtà nemmeno nessuno tra i manager che il governo aveva tentato di contattare e che subito avevano evidenziato il pericolo di venire inghiottiti da una delle tante difficoltà che si aprono come botole per tutta la lunghezza del cammino tracciato per decreto dal ministro Toninelli: la struttura commissariale, i venti dipendenti da assumere tra cui almeno un funzionario con qualifica da dirigente, i due subcommissari da nominare sui quali si è già scatenata un’incongrua voglia di lottizzazione, le pastoie del Consiglio superiore dei lavori pubblici, le gare d’appalto cui ci obbliga l’Europa, i probabili ricorsi al Tar… E tutto perché a ogni costo per Toninelli andava esclusa Autostrade, la società che un giorno potrà anche essere condannata da un tribunale per il crollo del ponte, costretta a cedere la concessione della rete, multata e appesa per i piedi in pubblica piazza, ma che intanto il ponte lo avrebbe ricostruito senza lungaggini procedurali e arabeschi amministrativi.

 

Ed è così che al centro di questo pasticcio, di questo ingorgo, spunta la barba metodica e tenace di Marco Bucci, burbero e schivo, lui che alla giornalista che, non riconoscendolo, gli chiedeva se fosse di Genova, rispondeva: “Sono il sindaco, veda un po’ lei”. L’ex manager addestrato negli Stati Uniti, l’introverso e scontroso, come i cantautori della sua città, l’uomo nelle cui rughe si acquatta una forza assestata. In comune ha l’abitudine di convocare i funzionari alle 7.30 del mattino, anche di sabato. “Ah, dite che questa delibera non si può fare? Beh, vediamo se non si può fare nemmeno dopo che avrò licenziato cinque di voi”.

 

E forse soltanto uno come lui, funzionalista e sicuro di sé, persino fin troppo, poteva accettare un incarico da perfetto capro espiatorio per una politica di governo che si muove tra furbizia e stupidaggini, affermazioni gratuite, indicazioni sbagliate e complessi spaventevoli. Se Bucci fallirà, sarà soltanto colpa sua. Se invece riuscirà, allora sarà il ministro Toninelli a tagliare il nastro dell’inaugurazione, aggiustandosi gli occhiali sulle sopracciglia concentrate.

 

Dunque Bucci è davvero la scelta più giusta con le premesse più sbagliate, come ha detto Giacomo Raul Giampedrone, l’assessore ai Lavori pubblici della regione Liguria. Sul serio questo sindaco laureato in Chimica che ha vissuto in Minnesota e poi a New York, lui che per vent’anni ha diretto negli Stati Uniti la divisione ricerca e sviluppo d’una multinazionale che produce macchinari ospedalieri, questo genovese atipico che infila una parola in inglese ogni due in italiano, questo sindaco senza tessera di partito ma molto stimato dalla Lega e dal sottosegretario Edoardo Rixi, possiede la fede, non solo in Dio (ha anche un fratello frate, Luca), ma la fede nel dinamismo e nelle proprie capacità. Quella sorta di complesso di superiorità che distingue i dogmatici e i capitani d’impresa, unito a una capacità di lavoro, di tenuta fisica, che tutti definiscono mostruosa.

 

Si alza con le galline, è ricco ma disprezza le raffinatezze, e della barca a vela (ne possiede una molto grande) ama il silenzio e il vigore marinaro. E infatti veste come uno che agguanta al buio le prime cose che gli capitano tra le mani. Dunque talvolta indossa calzini di spugna sotto l’abito formale, e ai piedi si ritrova con scarpe sformate. Dalla sua casa nel quartiere Carignano, proprio accanto alla famosa e antica pasticceria San Sebastiano gestita dalla famiglia della moglie, la signora Laura – una donna molto simpatica che lo chiama affettuosamente “Bucci” – il sindaco raggiunge di buon mattino il Palazzo del municipio a bordo di una piccola Toyota del parco macchine comunale. E lì, appena entra nel suo studio, tra la foto del porto e una vignetta che lo ritrae, ecco che Bucci diventa il terrore dei dipendenti, dei funzionari, del vicesindaco e pure degli assessori che talvolta si mettono a piangere di fronte alle sue richieste imperative. E’ rapido, e pretende rapidità. E’ deciso, e pretende decisione. Eppure malgrado sia brutale – ci sono assessori che si sono dimessi e altri che minacciano le dimissioni dalle due alle tre volte al giorno – di lui quasi nessuno parla male, “perché non è rigoroso solo con gli altri ma anche con se stesso. E alla fine è uno che ci sa fare”.

 

Tempo fa, nel corso di una riunione in comune, mentre si discuteva dell’affidamento dell’azienda del trasporto pubblico locale genovese, di fronte alle mille obiezioni dei funzionari, di fronte alla montagna apparentemente inscalabile dei regolamenti e delle leggi, immerso nell’intrico più stretto della burocrazia amministrativa, ecco che Bucci, sbuffando, tagliava corto: “Va bene, va bene. Intanto noi facciamo quello che dobbiamo fare. Poi, male che vada, chiederemo scusa”. Un atteggiamento di fastidio, a voler significare che tutto quell’apparato di leggi e politica, quella realtà vana e burocratica, non c’entravano niente con il suo concreto mondo di tipo imprenditoriale e sociale. Una frase pericolosa e nemmeno consigliabile in un paese come l’Italia, dove sindaci e commissari speciali finiscono sempre indagati per un nonnulla, perché codici e vincoli sono macchine sorprendenti, piene di trappole anche negli articoli più semplici, che non si possono mai ricordare o citare a memoria e che vanno sempre aperti e letti a ogni applicazione, come il messale. Ma nelle regole Bucci ci si trova male, perché lo frenano nel fare le cose. Figurarsi il ginepraio della “struttura commissariale” voluta da Toninelli, l’intrico kafkiano del decreto Genova.

 

“Se hai cento fai una cosa che costa duecento e vedrai che gli altri cento alla fine arrivano”, è una specie di motto, di filosofia che Bucci ha più volte espresso di fronte ai suoi cauti collaboratori. E d’altra parte, dopo la tragedia del ponte, nel giro di un mese il sindaco, assieme a Giovanni Toti che è il governatore della Liguria, è riuscito a trovare casa a 400 famiglie sfollate e ha fatto anche costruire dentro l’ex stabilimento Italsider una strada per i tir che arrivano dal porto, un percorso che ha sollevato così la viabilità cittadina dal traffico pesante.

 

Incontrando i Cinque stelle s’è trovato all’improvviso in un paese misterioso, dove non la ragione, non l’efficienza né la tempestività, ma oscure e contorte ossessioni governano l’azione e il pensiero. Ancora adesso Bucci ha ribadito, di fronte al governo e al Parlamento, la necessità del Terzo valico e della Gronda, le due infrastrutture che assieme al ponte da ricostruire nel più breve tempo possibile sono essenziali allo sviluppo e alla capacità competitiva del porto di Genova. Richieste precise, su due opere pubbliche che sono oggi molto discusse, e sulle quali ancora Toninelli dice che “si stanno valutando costi e benefici”. E allora forse davvero Bucci non è un’idea come un’altra, ma quella faccia un po’ così che può sfidare il tempo che urge e incalza, saltando gli ostacoli insensati frapposti dal ministro e dal decreto più involuto del mondo. Quale che sia la strada per uscire dalla crisi, non c’è prospettiva di buon futuro che non abbia quello stile rischioso e spavaldo, che non rispetti la faccia larga e barbuta di questo sindaco del mugugno genovese e dell’azzardo americano. “Veda un po’ lei”.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.