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La cultura del sospetto spiegata con 49 milioni

Il filo tra la difesa impossibile di Matteo Salvini e le norme liberticide sulla corruzione

7 Settembre 2018 alle 06:04

La cultura del sospetto spiegata con 49 milioni

Foto LaPresse

Ci sono svolte che i populisti si devono permettere e ci sono svolte che i populisti non si possono permettere. Tra le svolte che i populisti non si possono permettere, ci sono quelle cruciali e attuali che riguardano la giustizia e che toccano due notizie importanti finite ieri sui taccuini di tutti i giornalisti d’Italia.

 

La prima notizia riguarda la decisione del tribunale del Riesame di Genova che ha accolto la richiesta della procura di poter procedere al sequestro dei 49 milioni di euro che la Lega nord avrebbe ottenuto in maniera fraudolenta tra il 2008 e il 2010.

 

La seconda notizia riguarda il pacchetto “spazza corrotti” presentato ieri in Consiglio dei ministri comprensivo di Daspo per i corrotti e potenziamento delle normative legate agli agenti sotto copertura.

 

Il legame tra le due storie forse non è immediato ma se ci si riflette un istante si capirà che in entrambe le notizie è presente un filo che costituisce un punto fermo dell’ideologia sfascista: la predisposizione naturale del populismo giustizialista ad avere una concezione totalitaria dello stato di diritto. La proposta di inibire a vita l’accesso alle gare pubbliche come sanzione accessoria alla reclusione per le pene sopra i due anni è l’indizio di una direzione precisa portata avanti con coerenza dal governo: stravolgere il nostro ordinamento dandogli una forma sempre più inquisitoria e sempre meno accusatoria, creando tutte le condizioni necessarie per trasformare la presunzione di colpevolezza in un valore non negoziabile della Costituzione non materiale del paese.

 

Non c’è bisogno di essere dei sofisticati giuristi per capire che combattere la corruzione trasformando l’Italia in uno stato di polizia dominato dalla cultura della delazione, proponendo per di più norme che come tutte le pene accessorie che non si estinguono con l’estinguersi della pena principale sono in violazione dell’articolo 27 della Costituzione, è solo un modo per alimentare la pancia già gonfia del populismo penale, negando quello che dovrebbe essere invece un concetto elementare in un paese civile: la corruzione si combatte non aumentando le pene e alimentando la cultura del sospetto, cosa che viene fatta ininterrottamente in Italia ormai da venticinque anni, ma si combatte aggredendo prima di tutto le inefficienze del paese. L’idea di combattere la corruzione promuovendo una visione del diritto ispirata ai princìpi dello stato di polizia non è estemporanea, ma è coerente con il programma di governo ed è in sintonia anche con un’altra promessa messa nero su bianco giusto poche settimane fa (rivedere la riforma delle intercettazioni del precedente esecutivo per dare la possibilità ai cittadini “di ascoltare le parole dei politici indagati o dei politici quando sono al telefono con persone indagate”).

 

La trasformazione del sospetto nell’anticamera della verità è purtroppo il vero collante identitario di questo esecutivo ed è anche la principale ragione per cui Salvini oggi non può usare l’unico argomento non ridicolo che andrebbe utilizzato per difendersi dalla decisione del tribunale del Riesame di Genova. Questo: chiudere il primo o il secondo partito d’Italia sulla base di una condanna non definitiva significa non avere a cuore i princìpi basilari dello stato di diritto. Ma per farlo, il ministro di un governo che ha scelto di rivolgersi agli elettori spiegando ogni giorno che un paese civile è quello che non attende i tempi della giustizia penale dovrebbe fare qualcosa che per uno sfascista è più difficile che cambiare idea su un vincolo europeo: mettere da parte la propria predisposizione naturale ad avere una concezione totalitaria dello stato di diritto.

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