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Viva il populismo, stress test sui nostri valori non negoziabili

In America, il commercio non è mai stato così popolare come oggi e il motivo è la reazione al protezionismo di Trump. Perché il sovranismo può far bene alla democrazia solo nella misura in cui ci ricorda cosa non possiamo perdere della nostra libertà

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

3 Settembre 2018 alle 08:13

Viva il populismo, stress test sui nostri valori non negoziabili

Una nave mercantile passa accanto a un arcobaleno sul Mare del Nord al largo delle coste di Whitley Bay, Tyne e Wear (foto LaPresse)

La chiave di lettura giusta per capire meglio l’epoca che stiamo vivendo si trova forse nella nostra camera dal letto, nel nostro morbido piumone, nel nostro cuscino ovattato. E se ci pensiamo per un istante, per comprendere cosa ci sta succedendo conviene partire proprio da qui. Da un verbo che dovrebbe diventare il vero filo conduttore della prossima campagna elettorale: svegliarsi. La politica italiana raccontata con uno sguardo italiano alla lunga rischia di essere noiosa e per questo oggi per provare a ragionare sul nostro futuro e sul nostro presente ci serviamo di due bellissimi articoli usciti la scorsa settimana sul Washington Post che ci aiutano a spiegare con un taglio originale in che modo il sonno della ragione ha generato il populismo e in che senso il populismo può aiutare a risvegliare la ragione dal suo sonno profondo. Il primo articolo lo ha scritto un famoso docente americano di nome Daniel Drezner specializzato in politica internazionale. Il ragionamento di Drezner è controintuitivo e nasce sulla scia di un sondaggio sul commercio pubblicato pochi giorni fa negli Stati Uniti. In questi giorni, lo sapete, il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato di essere a un passo dal raggiungere “un accordo molto buono con il Messico” in materia di libero scambio e ha inserito i suoi colloqui nell’ambito di un progetto molto più importante, che riguarda un nuovo grande accordo regionale anche con il Canada e che supererà l’attuale accordo del Nafta firmato venticinque anni fa. 

  

Drezner, nel corso dei mesi, è stato uno dei commentatori più critici di Donald Trump, rispetto alla vocazione del presidente americano al protezionismo. Ma nell’articolo pubblicato la scorsa settimana sul Washington Post ha dovuto ammettere che negli ultimi due anni c’è qualcosa che è andato in una direzione non prevedibile. Il protezionismo di Trump si è finora manifestato in forme diverse e i dazi sulla Cina e la minaccia di ritirare gli Stati Uniti dal Wto sono in fondo una delle tante spie della diffidenza trumpiana sul tema del libero commercio. Eppure, scrive Drezner, negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, è successo qualcosa di inaspettato e quel qualcosa è sintetizzato bene in un sondaggio pubblicato un mese fa dal Chicago Council on global affairs: in America, il commercio e il mercato libero non sono mai stati così popolari come oggi. “Ho erroneamente supposto – scrive Drezner – che i metodi usati da Trump sul tema del mercato avrebbero indotto gli americani a volgersi contro la liberalizzazione del commercio. In fondo, la rivolta populista contro il commercio internazionale ha rappresentato un filo conduttore delle elezioni vinte nel 2016. Ma oggi sappiamo che gli americani amano il commercio molto più di quanto possano amare Trump. E sappiamo che un numero sempre più elevato di americani pensa che il commercio in un mercato aperto sia un bene per l’economia, sia un bene per i consumatori e sia un bene per permettere al proprio paese di avere sempre più posti di lavoro”.

   
Le percentuali a cui fa riferimento il Washington Post sono queste e indicano che da quando il Chicago Council svolge il suo sondaggio (dal 2004) mai il commercio era stato considerato importante per l’82 per cento degli americani (nel 2016 era al 56 per cento) e arrivati a questo punto del ragionamento Drezner si chiede come sia stato possibile tutto ciò. Una parte del merito, riconosce Drezner, va attribuita alla capacità da buon negoziatore con cui Trump ha fatto sentire protetti gli americani. Ma un’altra parte del merito, e questo è implicito nel ragionamento del Washington Post, non può che essere attribuita a un fattore che, aggiungiamo, potrebbe riguardare anche il nostro paese: la naturalità con cui uno stato travolto da un’ondata populista è costretto a riconsiderare in fretta quali sono i propri valori non negoziabili.

  

Nel secondo dopoguerra, dopo due conflitti mondiali, europei e americani non desideravano altro che il ritorno “alla pigra
via della pace”. Ma con il succedersi delle generazioni, e con la progressiva scomparsa dei testimoni della guerra, molti di noi
hanno dimenticato quanto possa essere pericoloso mettere
in discussione i pilastri della pace

E’ successo in America con Trump, sul tema del commercio, ed è possibile che accada anche in Europa, e in Italia, nei prossimi mesi quando sarà chiaro che la grande sfida che si giocherà nel nostro continente da qui alle elezioni europee non è solo una sfida tra sovranisti e anti sovranisti ma è una sfida tra chi sogna di riportare le lancette dell’Europa alla prima metà del secolo scorso, quando la pace garantita oggi dall’Europa unita non era affatto garantita, e chi sogna invece di trasformare l’Europa non in qualcosa da sfasciare ma in qualcosa da migliorare.

 

Se il populismo, il nazionalismo e l’estremismo fossero uno stress test sulla nostra coscienza civica e sulla nostra capacità di riconsiderare le nostre priorità, lo tsunami lepenista e salviniano che minaccia oggi l’Europa potrebbe provocare un risveglio brusco e importante delle nostre coscienze. Ma per poter innescare l’effetto stress test è necessario prima capire perché ci siamo ritrovati al punto di vedere minacciati i valori non negoziabili della nostra democrazia. E per ragionare su questo tema occorre cambiare pagina, rimanere sul Washington Post e curiosare all’interno di un articolo scritto da un altro bravissimo editorialista di nome Max Boot, che sempre la scorsa settimana ha provato a spiegare le ragioni della maturazione dell’internazionale populista con una parola semplice: la noia. Boot sostiene che l’ascesa dei Trump, dei Brexiteers e dei sovranisti europei, arrivando a minacciare istituzioni internazionali come la Nato, come l’Unione europea e come lo stesso Wto, “ha messo a repentaglio le conquiste democratiche dell’era successiva al 1945”.

 

E per capire il motivo che ha spinto negli ultimi anni così tante persone a votare per partiti capaci di minacciare i pilastri della pace del mondo libero, Boot cita una teoria contenuta in un saggio scritto nel 2000 da uno storico militare di nome Michael Howard. Il saggio si chiama “L’invenzione della pace” e il succo del ragionamento suona più o meno così: la democrazia è vittima dei suoi successi e ha abituato le persone a vivere in un modo molto comodo e pieno di cuscini – e quando si vive con eccessiva comodità può succedere che ci si dimentichi in che modo quella comodità sia stata raggiunta. Nel secondo dopoguerra, dopo due conflitti mondiali, scrive Boot, europei e americani non desideravano altro che il ritorno “alla pigra via della pace”. Ma con il succedersi delle generazioni, e con la progressiva scomparsa dei testimoni della guerra, come in fondo è stato anche John McCain, molti di noi hanno dimenticato quanto possa essere pericoloso mettere in discussione i pilastri della pace. L’ultima volta che il sonnambulismo dell’occidente si andò a saldare con gli eccitanti nazionalismi fu all’inizio dello scorso secolo. Sappiamo tutti poi come è andata finire. Alziamoci presto da quel cuscino, please.

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Commenti all'articolo

  • DBartalesi

    03 Settembre 2018 - 12:12

    Il nostro credo resta certo la libertà di movimento di merci, capitali, uomini, idee. Siamo per società aperta e non per quella chiusa, dei muri, dei dazi, delle discriminazioni varie in nome di qual si volgia supremazia. Però...Occore fare i conti con fenomeni tipo quel talJeff Bezos, che con Amazon è diventato uno degli uomini più ricchi della terra. Fornendo un servizio a noi ormai indisopensabile, ha sterminato milioni di negozianti al dettaglio e commesse al seguito, eliminando quasi lo shopping nei centri delle nostre città. E con lo shopping anche lo struscio e i ritrovi dove si frequentava la chiacchera pomeridiana. Ora molte città si animano solo la sera, la notte. Bar e ristoranti, preferibilmente per giovani che di giorno non sanno che fare. Insomma per risvegliare la gente dal sogno populista occorre parlare con quelli come Bezos e far loro intendere che non redistribuire in qualche modo le immense fortune del loro business non funziona. Fa deserto non società.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    03 Settembre 2018 - 11:11

    Messa giù così sembra che Trump sia uno contrario al commercio, cosa che invece non è, è contrario al commercio in cui a perderci siano gli Stati Uniti, cosa ben diversa. D'altronde la sua storia, anche quella prepolitica, narra del suo rincorrere il "deal", l'accordo, ove possibile. Certo ora lo fa con i dazi, ma credo che sarebbe ben contento di rimuoverli se si arrivasse ad accordi commerciali meno sfavorevoli agli americani. Il compianto McCain ha avuto due torti: l'ultimo di aver votato contro la cancellazione dell'Obamacare, e il primo, più grande, di aver perso le elezioni proprio contro Obama. Quante disgrazie l'America e il mondo avrebbero evitato...

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  • stearm

    03 Settembre 2018 - 10:10

    L'anti-razzismo deve essere al centro dei valori non negoziabili. Capisco le remore che ci possono essere per alcuni eccessi retorici dell'ideologia multiculturalista, ma la storia del Novecento insegna che le forze anti-liberali e anti-capitalistiche nelle società occidentali riescono ad arrivare al potere solo se riescono ad evocare l'Urmythos della razza. Se non ci si oppone a questo Urmythos, è come sventolare bandiera bianca. E non è stata la sconfitta al referendum a rompere l'arginare, ma non essere stati in grado di opporsi alla deriva xenofoba e a sancire, attraverso uno Ius Soli moderato, un'idea di Italia aperta alle nuove generazioni.

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    • Carlo A. Rossi

      03 Settembre 2018 - 12:12

      Mi permetto umilmente di far notare che xenofobia e razzismo non siano esattamente lo stesso concetto. Io penso a buon diritto di essere xenofobo (ho paura di alcune categorie di stranieri, è forse illegittimo?), ma non penso che quelli di cui ho paura mi siano geneticamente inferiori e meritevoli di ogni insulto. Però, ancora una volta, io le camicie nere con manganello e olio di ricino agli ordini di Salvini ancora non le ho viste: mentre leggo il Foglio e i commenti di certi lettori, mi pare di essere tornato ai tempi dei girotondini, degli appelli "Resistere, resistere, resistere", dei golpe per abbattere il caimano...ma il Foglio era dall'altra parte con ragionevolezza. Cosa succede?

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      • stearm

        03 Settembre 2018 - 17:05

        Scusa Sig. Carlo, mentre parlare di Ius Soli moderato è da girotondini, parlare di 'esercito di riserva del capitalismo' cos'è? Non sarebbe forse il caso di trovare un terreno comune sul primo -solo per mettere un argine ad estremismi anacronistici- piuttosto che mettere in discussione i fondamenti dell'economia liberale. Oppure Marx fa meno paura di un 'italiano' con genitori non nati in Italia? No perchè di girotondi io non li ho mai fatti, mentre applaudivo invece il governo passato quando aboliva l'Articolo 18, tra gli sberleffi (un eufemismo) di quei 'compagni' che adesso votano in massa M5s e, non so se li frequenti, ma sono anche loro contrari allo Ius Soli perchè, come dice Fassina, rappresentano solo uno strumento del capitalismo per impoverire il 'popolo'. Perchè è risaputo, il capitalismo è l'equivalente dello schiavismo e la democrazia uno strumento del capitale. Così scriveva Marx, un folle visionario che scopro essere diventato molto popolare tra i lettori de Il Foglio.

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        • Carlo A. Rossi

          04 Settembre 2018 - 09:09

          (prosegue) Sono almeno sessant'anni da che il colonialismo europeo è ufficialmente terminato e non è cambiato nulla. Sicuramente ci sono interessi in Africa da parte europea, russa, cinese che non aiutano lo sviluppo. Ma pensare che sia solo responsabilità europea è equivalente a dire che i neri siano incapaci di prendere in mano il loro futuro. E io (da xenofobo!) questo non riesco ad ammetterlo: la possibilità c'è, basterebbe un po' di volontà anche dall'altra parte e non pensare sempre, da un lato, che l'Europa debba intervenire o accogliere a tutti i costi o che i popoli africani non debbano pensare ad un modo di svilupparsi perché c'è l'Europa. Questa è la peggior specie di carità, una carità pelosa che non giova a nessuno. E molti ci sguazzano, sulle due sponde del Mediterraneo. Salvini è truce, ma, mi dispiace, penso che abbia ragione in ciò che fa. Che poi parli e straparli troppo, verissimo. Un bel tacer non fu mai scritto.

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        • Carlo A. Rossi

          04 Settembre 2018 - 09:09

          Vede, il nocciolo della questione per me è questo clima permanente di "resistere, resistere, resistere" di cui il foglio si è fatto latore. Per carità, è una scelta legittima, ma stona con la passata storia ed una passione (non era ragionevolezza, era proprio passione quasi amorosa, come per Macron) per Berlusconi. A scanso di equivoci: lo votai anch'io, convinto allora e anche oggi. Come oggi non voterei M5S nemmeno sotto tortura. Ma si difendeva Bossi quando chiamava i neri "bingo bongo", perché dai, in fondo non faceva male a nessuno. Salvini non mi pare abbia mai usato simili termini, eppure è messo in croce. I migranti sulla Diciotti sono forse i "più deboli dei deboli": ma far finta di nulla significa ancora sostenere una politica che da almeno vent'anni (sì, vent'anni) è errata. Perché parte dal presupposto che l'Africa non possa redimersi da sé, che ogni suo problema è un problema dell'Europa (e solo dell'Europa) (segue)

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        • Skybolt

          03 Settembre 2018 - 17:05

          Egregio Stearm, poi, i girotondini manco sanno chi è Marx, nè Karl nè Groucho. Vuole che riconoscano una citazione?

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        • Skybolt

          03 Settembre 2018 - 17:05

          L'esercito di riserva l'ho citato io... vedo che il vecchio Marx usato bene fa ancora male. Vuole parlarne in termini neo-classici, allora parliamo di mercato del lavoro. Se l'offerta sale a dismisura, chi detiene la domanda cosa fa? Valorriza l'offerta. Soprattutto se per decenni non ha spostato le produzioni verso l'alto valore aggiunto e l'innovazione di processo, ma addirittura ha usato l'innovazione in modo becero. Vuole che paliamo della sostituzione dei robot in una grande fabbrica di elettrodomestici in Friuli con un sistema di carrelli guidati da un umano che andava a destra quando il display gli diceva "vai a destra"? Avveniva alla fine dei '90, l'era della flessibilità all'italiana che continua ancora. Inoltre, lei sa bene che il mercato del lavoro non funziona a scompartimenti, infatti noi abbiamo richieste di ingegneri a 1300 euro al mese che mandiamo a fare i venditori.

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      • Skybolt

        03 Settembre 2018 - 13:01

        Che sono sempre quelli, si travestono da ius soli moderati, ma sempre quelli sono. E' una questione identitaria, che ironia....

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        • stearm

          03 Settembre 2018 - 14:02

          Io non ne faccio una questione identitaria, ma di natura economica. Purtroppo in Europa esiste storicamente un connubbio forte tra forze anti-capitaliste e forze che basano il consenso sul concetto di razza. Tra l'altro è ben rappresentata da questa alleanza di governo. E' anche ben rappresentata da un certo Fassina. Poi se a destra non ci si vuole alleare con una sinistra riformista e pro-liberale in campo economico accettando magari qualche compromesso (come quello di uno Ius Soli moderati per chi nasce e va a scuola in Italia), ma si vuole continuare a considerare 'nemici' anche potenziali alleati, bè allora in bocca al lupo. Probabilmente c'è anche una destra che tutto sommato di un'economia liberale di mercato non ne sente il bisogno e preferisce allearsi con il 'populismo economico' di Grillo, Fassina e co. E allora magari la xenofobia è veramente solo un pretesto per una rivolta popolare giacobina.

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      • stearm

        03 Settembre 2018 - 13:01

        La xenofobia è un fenomeno che ha una base fisiologica, ovvero si prova disagio di fronte al diverso, tra l'altro ha anche una origine evolutiva. Il problema è di natura politica, ovvero se questo sentimento pre-politico diventa la base del consenso. Perchè una volta conquistato il consenso sulla base di questo disagio, tutto il resto, ovverto l'arte del governare, essendo subordinata al mantenimento del consenso stesso, perde ogni altro punto di riferimento. La domanda però che ti pongo è un'altra: è secondo te un caso che le forze populiste in Europa abbiano storicamente preso il potere con un mix distruttivo di 'populismo economico' e 'nazionalismo'? E' questa unione che è pericolosa, ovvero quando all'ideologia anti-capitalistica di origine marxista si abbina, al posto della coscienza di classe, una coscienza di razza, Manganello ed olio di ricino, ma anche estremi peggiori, sono solo delle modalità. Irripetibili nel Ventunesimo secolo.

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        • Skybolt

          03 Settembre 2018 - 13:01

          Il motivo è semplice, l'elite al potere propugnava l'esatto opposto: libero commercio (finto, il mercato si applica ai nemici, si regola con gli amici) e immigrazione per creare un esercito di riserva per tenere buoni i ceti inferiori, gli operai, i contadini ma anche la borghesia, che non è che cha bbai visto crescere il proprio reddito engliultimi vent'anni. La società se ne va a donne di facili costumi? E chi se ne frega, noi abbiamo le walled communities, gli aerei privati e al massimo andiamo alle Bahamas (siamo redditieri, le fabbriche non ci servono più). La chattering class garantita che sostiene le elite? Quando le vedrà partire per scampare al disastro scoprirà che sul jet non c'è posto. Sono come le rane nell'acqua, solo che sono lontane dal fuoco, ma bolliranno solo poco più tardi.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Settembre 2018 - 10:10

    Il nodo autentico, il core di ogni azione umana, il commercio fu la prima, si direbbe oggi, azione multiculturale dell'uomo, è l'uso della libertà nell'ambito della libertà di mercato. La libertà, in ogni senso, non congiunta ad una responsabilità che perimetri i suoi spontanei, inarrestabili eccessi, diventa strumento d'oppressione. La necessità di perimetri responsabili e condivisi indica chiaramente l'uso appropriato e i limiti della libertà stessa. Il problema è che i perimetri ciascuno pensa di poterseli tracciare da se. I principi non negoziabili, spesso ne fanno la spesa.

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