Viva il populismo, stress test sui nostri valori non negoziabili

Claudio Cerasa

In America, il commercio non è mai stato così popolare come oggi e il motivo è la reazione al protezionismo di Trump. Perché il sovranismo può far bene alla democrazia solo nella misura in cui ci ricorda cosa non possiamo perdere della nostra libertà

La chiave di lettura giusta per capire meglio l’epoca che stiamo vivendo si trova forse nella nostra camera dal letto, nel nostro morbido piumone, nel nostro cuscino ovattato. E se ci pensiamo per un istante, per comprendere cosa ci sta succedendo conviene partire proprio da qui. Da un verbo che dovrebbe diventare il vero filo conduttore della prossima campagna elettorale: svegliarsi. La politica italiana raccontata con uno sguardo italiano alla lunga rischia di essere noiosa e per questo oggi per provare a ragionare sul nostro futuro e sul nostro presente ci serviamo di due bellissimi articoli usciti la scorsa settimana sul Washington Post che ci aiutano a spiegare con un taglio originale in che modo il sonno della ragione ha generato il populismo e in che senso il populismo può aiutare a risvegliare la ragione dal suo sonno profondo. Il primo articolo lo ha scritto un famoso docente americano di nome Daniel Drezner specializzato in politica internazionale. Il ragionamento di Drezner è controintuitivo e nasce sulla scia di un sondaggio sul commercio pubblicato pochi giorni fa negli Stati Uniti. In questi giorni, lo sapete, il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato di essere a un passo dal raggiungere “un accordo molto buono con il Messico” in materia di libero scambio e ha inserito i suoi colloqui nell’ambito di un progetto molto più importante, che riguarda un nuovo grande accordo regionale anche con il Canada e che supererà l’attuale accordo del Nafta firmato venticinque anni fa. 

  

Drezner, nel corso dei mesi, è stato uno dei commentatori più critici di Donald Trump, rispetto alla vocazione del presidente americano al protezionismo. Ma nell’articolo pubblicato la scorsa settimana sul Washington Post ha dovuto ammettere che negli ultimi due anni c’è qualcosa che è andato in una direzione non prevedibile. Il protezionismo di Trump si è finora manifestato in forme diverse e i dazi sulla Cina e la minaccia di ritirare gli Stati Uniti dal Wto sono in fondo una delle tante spie della diffidenza trumpiana sul tema del libero commercio. Eppure, scrive Drezner, negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, è successo qualcosa di inaspettato e quel qualcosa è sintetizzato bene in un sondaggio pubblicato un mese fa dal Chicago Council on global affairs: in America, il commercio e il mercato libero non sono mai stati così popolari come oggi. “Ho erroneamente supposto – scrive Drezner – che i metodi usati da Trump sul tema del mercato avrebbero indotto gli americani a volgersi contro la liberalizzazione del commercio. In fondo, la rivolta populista contro il commercio internazionale ha rappresentato un filo conduttore delle elezioni vinte nel 2016. Ma oggi sappiamo che gli americani amano il commercio molto più di quanto possano amare Trump. E sappiamo che un numero sempre più elevato di americani pensa che il commercio in un mercato aperto sia un bene per l’economia, sia un bene per i consumatori e sia un bene per permettere al proprio paese di avere sempre più posti di lavoro”.

   
Le percentuali a cui fa riferimento il Washington Post sono queste e indicano che da quando il Chicago Council svolge il suo sondaggio (dal 2004) mai il commercio era stato considerato importante per l’82 per cento degli americani (nel 2016 era al 56 per cento) e arrivati a questo punto del ragionamento Drezner si chiede come sia stato possibile tutto ciò. Una parte del merito, riconosce Drezner, va attribuita alla capacità da buon negoziatore con cui Trump ha fatto sentire protetti gli americani. Ma un’altra parte del merito, e questo è implicito nel ragionamento del Washington Post, non può che essere attribuita a un fattore che, aggiungiamo, potrebbe riguardare anche il nostro paese: la naturalità con cui uno stato travolto da un’ondata populista è costretto a riconsiderare in fretta quali sono i propri valori non negoziabili.

  

Nel secondo dopoguerra, dopo due conflitti mondiali, europei e americani non desideravano altro che il ritorno “alla pigra
via della pace”. Ma con il succedersi delle generazioni, e con la progressiva scomparsa dei testimoni della guerra, molti di noi
hanno dimenticato quanto possa essere pericoloso mettere
in discussione i pilastri della pace

E’ successo in America con Trump, sul tema del commercio, ed è possibile che accada anche in Europa, e in Italia, nei prossimi mesi quando sarà chiaro che la grande sfida che si giocherà nel nostro continente da qui alle elezioni europee non è solo una sfida tra sovranisti e anti sovranisti ma è una sfida tra chi sogna di riportare le lancette dell’Europa alla prima metà del secolo scorso, quando la pace garantita oggi dall’Europa unita non era affatto garantita, e chi sogna invece di trasformare l’Europa non in qualcosa da sfasciare ma in qualcosa da migliorare.

 

Se il populismo, il nazionalismo e l’estremismo fossero uno stress test sulla nostra coscienza civica e sulla nostra capacità di riconsiderare le nostre priorità, lo tsunami lepenista e salviniano che minaccia oggi l’Europa potrebbe provocare un risveglio brusco e importante delle nostre coscienze. Ma per poter innescare l’effetto stress test è necessario prima capire perché ci siamo ritrovati al punto di vedere minacciati i valori non negoziabili della nostra democrazia. E per ragionare su questo tema occorre cambiare pagina, rimanere sul Washington Post e curiosare all’interno di un articolo scritto da un altro bravissimo editorialista di nome Max Boot, che sempre la scorsa settimana ha provato a spiegare le ragioni della maturazione dell’internazionale populista con una parola semplice: la noia. Boot sostiene che l’ascesa dei Trump, dei Brexiteers e dei sovranisti europei, arrivando a minacciare istituzioni internazionali come la Nato, come l’Unione europea e come lo stesso Wto, “ha messo a repentaglio le conquiste democratiche dell’era successiva al 1945”.

 

E per capire il motivo che ha spinto negli ultimi anni così tante persone a votare per partiti capaci di minacciare i pilastri della pace del mondo libero, Boot cita una teoria contenuta in un saggio scritto nel 2000 da uno storico militare di nome Michael Howard. Il saggio si chiama “L’invenzione della pace” e il succo del ragionamento suona più o meno così: la democrazia è vittima dei suoi successi e ha abituato le persone a vivere in un modo molto comodo e pieno di cuscini – e quando si vive con eccessiva comodità può succedere che ci si dimentichi in che modo quella comodità sia stata raggiunta. Nel secondo dopoguerra, dopo due conflitti mondiali, scrive Boot, europei e americani non desideravano altro che il ritorno “alla pigra via della pace”. Ma con il succedersi delle generazioni, e con la progressiva scomparsa dei testimoni della guerra, come in fondo è stato anche John McCain, molti di noi hanno dimenticato quanto possa essere pericoloso mettere in discussione i pilastri della pace. L’ultima volta che il sonnambulismo dell’occidente si andò a saldare con gli eccitanti nazionalismi fu all’inizio dello scorso secolo. Sappiamo tutti poi come è andata finire. Alziamoci presto da quel cuscino, please.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.