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Perché è da populisti combattere il populismo con il corbynismo

L'errore di invocare un nuovo socialismo facendo propri i toni dei populisti e la loro stantia retorica che disegna il conflitto tra élite e popolo come nuova lotta di classe

31 Agosto 2018 alle 16:10

Perché è da populisti combattere il populismo con il corbynismo

Foto LaPresse

Socialismo è una parola nobile, antica, che nel tempo ha assunto connotazioni differenti e che è spesso stata utilizzata, talvolta violata, per giustificare aspirazioni antitetiche. Non si può dimenticare, ad esempio, che il partito di Hitler scelse per se stesso l’odioso nome “nazional socialista” e che Mussolini, prima dei fasci, fu un dirigente del partito socialista. Socialista come Giacomo Matteotti, ucciso per le sue idee proprio dai fascisti.

 

Questo è accaduto perché “socialismo” è una parola potente e autenticamente rivoluzionaria. Così ogni “uomo forte” ha cercato di violentarne il significato per adattarlo alla propria retorica. Ne sono nate dittature sanguinarie ed esperienze drammatiche che hanno ridotto alla fame popoli interi in tutto il mondo.

 

Eppure la parola è sopravvissuta, con tutta la sua capacità di rappresentare l’idea di una rottura epistemologica, il rovesciamento dello status quo, nel tentativo di costruire una società più giusta e soprattutto più equa. Questa è la grande forza del socialismo, la forza fraintesa di quell’orizzonte: esso non propone che tutti si diventi uguali, che lo Stato annulli le differenze in un indistinto in cui “tutte le vacche sono nere”, ma pretende che un principio di equità informi la società rendendola così più giusta e meno diseguale.

 

In questo senso io credo che il socialismo sia e continui ad essere un orizzonte da perseguire. In Italia e in Europa. E la crisi del partito socialista europeo per questo motivo è una crisi grave e pericolosa, alla quale va posto rimedio salvando i valori fondanti di quell’esperienza, che sono i valori europei per antonomasia. L’idea che tutti abbiano il diritto di raggiungere i più alti gradi di istruzione a prescindere dalla condizione sociale ed economica o il servizio sanitario nazionale pubblico e gratuito ne sono clamorosi e straordinari esempi.

 

Quello che reputo l’errore storico del socialismo anche europeo, però, è avere immaginato se stesso come avversario del liberalismo, di quell’orizzonte di pensiero sostanzialmente inaugurato da Locke che ha contribuito in misura eguale al socialismo a portare nel nostro Continente crescita e sviluppo. La teoria liberale dei diritti fondamentali che lo Stato deve garantire ma non dominare - ovvero la vita, la proprietà e la libertà - è l’altra gamba su cui ha camminato la modernità europea, fondamentale per le rivoluzioni illuministe nel continente e per lo sviluppo economico, politico e sociale dei secoli successivi.

 

È per questa ragione che all’opposizione anti storica tra socialismo e liberalismo io preferisco l’opzione progressista, ovvero la sintesi (in senso hegeliano) delle due, l’affermazione che senza crescita e sviluppo non c’è alcuna possibilità di socializzare la ricchezza e che senza che la ricchezza venga distribuita in modo più equo non c’è alcuna garanzia per i diritti fondamentali.

 

Ecco perché chi, come Corbyn e i suoi emuli italiani e non, invoca un nuovo socialismo facendo propri i toni dei populisti e la loro stantia retorica che disegna il conflitto tra élite e popolo come nuova lotta di classe – come se esistesse UNA élite e UN popolo – sbaglia. Perché ognuno di noi è l'élite di qualcun altro. L’impiegato pubblico a tempo indeterminato è l’élite della partita iva. Il pensionato è élite dell’esodato. Il rifugiato politico somalo è élite per il disoccupato italiano senza casa. Chiunque abbia qualcosa più di me è mio nemico. Di fronte a lui io sono il popolo, lui l’élite, il cui privilegio va combattuto e abbattuto.
In un tutti-contro-tutti che non ha nulla del conflitto sociale, che non ha nulla di sinistra, che non ha nulla di giusto.

 

E assecondare questa retorica è tradire una battaglia che oggi è fondamentale: quella della ragione contro la pancia. Per vincerla occorre coinvolgere il cuore, tornare ad appassionare le persone, a parlare al popolo, a tutto il popolo, come entità complessa costituita dalla sintesi di aspirazioni e bisogni individuali e collettivi che meritano non di essere esasperati, amplificati, ma risolti e incontrati. Se immaginiamo di vincere la nostra battaglia contro i “rumoristi”, coloro che guadagnano voti moltiplicando il rumore di fondo, facendo nostra la loro retorica e i loro nemici (vedi Macron) abbiamo già perso.
Tra la copia e l’originale la gente sceglie l’originale. È una delle poche regole auree della Politica.

 

Anna Ascani è deputato del Pd

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