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I futuristi unfit

Ci sono molte somiglianze tra il movimento di Marinetti e i Cinque stelle. Ed è spaventoso

12 Agosto 2018 alle 06:00

I futuristi unfit

Umberto Boccioni, Visioni simultanee, 1911

Al direttore - Dal 4 marzo nel paese c’è una incertezza diffusa nascosta da sondaggi emotivi, e che si è accentuata stranamente dopo la formazione di questo governo. Un’incertezza economica e sociale che travalica anche i confini nazionali ed irrompe sui mercati finanziari internazionali. Il primo effetto negativo, infatti, è stato l’aumento di cento punti base tra i nostri Btp decennali e gli analoghi titoli tedeschi, con una spesa in più per interessi sul nostro debito pubblico di circa 4 miliardi nel 2019. Ma quali sono i motivi che alimentano questa profonda incertezza, visto che l’attuale governo ha una maggioranza solida e un’opposizione debole? Bisogna avere lo sguardo lungo e profondo per cogliere alcuni profili delle due forze politiche che inquietano l’opinione pubblica nazionale e internazionale.

 

Partiamo dal primo partito italiano, il Movimento 5 stelle, che ha raggiunto il 32 per cento dei voti. Non basta la prorompente inadeguatezza della sua classe dirigente per spiegare questa incertezza diffusa. Certo, quell’inadeguatezza culturale e politica è un fenomeno che per vastità rappresenta un precedente nella storia politica dell’Italia unita. Basti ricordare che su 19 ministri, presidente compreso, ben otto sono tecnici prestati alla politica e tra questi lo stesso presidente del Consiglio, i ministri dell’Economia, degli Esteri, della Difesa, degli Affari europei, dell’Istruzione, dei Beni culturali e dell’Ambiente. Una tale composizione ci dovrebbe far dire che questo è un governo di tecnici con una spruzzatina di politici alla loro prima esperienza governativa. Un giudizio vero e grave ma ancora insufficiente per spiegare quella profonda incertezza di massa che permea la società italiana e la sua migliore classe dirigente.

 

Per capire qualcosa in più forse bisogna fare un raffronto su ciò che accadde all’inizio del secolo scorso, quando irruppe con violenza e aggressività quel movimento futurista che in nome della modernità che avanzava a grandi passi nell’economia, nelle scienze e nella tecnologia tentò di fare strame di valori tradizionali e delle culture letterarie e politiche. Quel movimento artistico e culturale, fondato da Filippo Tommaso Marinetti, esaltava la fede nel futuro e nel progresso tecnologico sostenendo gli ideali della velocità, del dinamismo e della violenza verbale. Caratteristiche e principi che cento anni fa alimentarono l’adesione popolare alla Prima guerra mondiale e ispirarono poi il fascismo. I Cinque stelle hanno in comune con il movimento futurista una fede estrema nel progresso tecnologico – nel senso che non si preoccupano di piegare le grandi conquiste tecnologiche al valore dell’umanesimo di ogni tipo, ma al contrario credono che sia l’umanità nelle sue espressioni migliori e più alte a sottostare alle nuove tecnologie digitali. Di qui innanzitutto la visione onirica di una democrazia diretta, dove con un clic puoi dire sì o no a una legge o all’articolo di un decreto mettendo in soffitta competenze, talento politico e conoscenze – e quindi l’inutilità del Parlamento repubblicano. E’ quasi matematico che un siffatto meccanismo alimenterebbe un sistema politico autoritario, e sconcerta che intellettuali e giornalisti autorevoli non si accorgano per tempo su quale discesa la nostra democrazia stia scivolando.

Non è un caso che quel Movimento delle cinque stelle abbia la stessa violenza verbale, mutatis mutandi, del futurismo di Marinetti, con la sua visione iconoclasta e immaginifica.

 

Naturalmente il contesto in cui si muove il movimento di Grillo è profondamente diverso da quello in cui visse e si sviluppò il futurismo, che inseguì anche nuovi valori artistici e culturali, ma le analogie politiche sono davvero inquietanti, e più si approfondiscono i rispettivi percorsi più le analogie impressionano. L’autoritarismo che il futurismo aveva in sé lo si ritrova appieno nel modello di partito del Movimento, in cui i parlamentari devono avere privazioni economiche e ubbidir tacendo perché la parola e il pensiero sono privilegi che vanno autorizzati di volta in volta dal Santone Grillo o da Casaleggio (qualche volta da Di Maio).

 

Ciò che sfugge al nostro dibattito politico sembra invece che sia avvertito da tanti, e in particolare dai circoli culturali ed economici internazionali, che nella stagione della globalizzazione hanno una propria decisiva influenza. Ciò che vale per i 5 stelle, ma in qualche maniera vale anche per la Lega anche se in questo caso ci troviamo dinanzi a un partito che ha venticinque anni di vita parlamentare e una massa di amministratori locali che fanno la differenza con il suo alleato di governo. Eppure, anche nella Lega sembra che stiano prevalendo le pulsioni dei centri sociali nei quali Salvini mosse i primi passi politici, e non una politica nazionale con le sue complessità e i suoi inganni. Se la lega di Bossi pronunciava smargiassate ma ancorate a una chiara tenuta democratica, quella di Salvini sembra stregata da un autoritarismo crescente che gli fa correre rischi in particolare in economia e in politica estera.

Le radici dell’incertezza di cui parlavamo, dunque, stanno tutte in questi profili politici dei partiti di governo e nel silenzio assordante di quanti hanno i mezzi culturali per capirne le ragioni e tacciono o per prudenza o per convenienza mentre il paese arranca tra annunci roboanti e quotidiane difficoltà.

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