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C’è un filo che lega la strage di Marcinelle con l’immigrazione dei nostri giorni

Ricordare le vittime della più grave tragedia mineraria europea significa anche ricordare che quegli operai, con il loro sacrificio, hanno contribuito a dare carne e sangue alla dura costruzione delle istituzioni europee

10 Agosto 2018 alle 12:40

C’è un filo che lega la strage di Marcinelle con l’immigrazione dei nostri giorni

Il battibecco che è seguito alle celebrazioni dell’anniversario della strage di Marcinelle di 62 anni fa è sgradevole per l’evidente prevalenza di volontà propagandistiche sul dolore e il rispetto dovuto alle vittime e alle loro famiglie. Il carattere dell’emigrazione italiana di allora è diverso da quello che si registra ora dall’Africa, per il fatto che gli emigrati erano richiesti dalle industrie e dalle miniere. Questo non rende meno tragica la situazione dei migranti, che furono invitati dal governo italiano a trasferirsi in Belgio, dove vivevano in ex campi di prigionia e svolgevano un lavoro pesantissimo e come poi si vide tragicamente, terribilmente pericoloso.

 

Per ricordare degnamente quel tempo e la tragedia nazionale in cui è maturata la catastrofe di Marcinelle, si può rileggere l’accodo stipulato tra il governo italiano (ancora di unità antifascista, guidato da Alcide De Gasperi) e quello belga, firmato il 23 giugno del 1946. L’accordo prevedeva la partenza per il Belgio di 50 mila minatori, di età non superiore ai 39 anni, “a gruppi di 2000 a settimana in cambio della fornitura annuale all’Italia di un quantitativo di carbone compreso tra i due o i tre milioni di tonnellate, a prezzo preferenziale”. Insieme a qualche garanzia, come la parità salariale, previdenziale e sanitaria con i lavoratori belgi e l’erogazione degli assegni famigliari anche ai figli restati in Italia, vigevano l’obbligo di permanenza al lavoro per almeno un anno, e l’impossibilità di cambiare lavoro prima di cinque anni. Leggere ora queste clausole “schiaviste” fa impressione e sicuramente avrà turbato anche la coscienza dei firmatari italiani. Il fatto però che nemmeno i comunisti e i socialisti si sottrassero alla dura necessità di approvare quell’accordo dà la misura della gravità della situazione che bisognava fronteggiare. Furono i sindacati belgi a cercare di fare opposizione, chiedendo di favorire la mano d’opera nazionale, che però non si presentò per chiedere quel lavoro così disagiato, facendo fallire l’agitazione anti immigrati.

 

L’Italia dell’immediato dopoguerra, trattata come un nemico sconfitto in attesa della firma del trattato di pace, era isolata, priva di materie prime, con l’industria distrutta e le infrastrutture da ricostruire. La scelta obbligata era quella di cercare di procurarsi materie prime ed energetiche a tutti i costi, utilizzando anche l’eccedenza di mano d’opera, che era una caratteristica nazionale che durava già da quasi un secolo. Fu da questa situazione che nacque la convinzione di dover uscire dall’isolamento e di liberalizzare il mercato delle materie prime, esigenze da cui nacque la prima comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio favorita dall’entrata in vigore del piano Marshall. Fu proprio nell’ambito delle strutture della comunità che si poté, dopo la tragedia di Marcinelle, stabilire norme di sicurezza per gli impianti minerari, durante una conferenza convocata a questo scopo.

 

Ricordare le vittime della più grave tragedia mineraria europea significa anche ricordare il debito di riconoscenza che tutto il continente deve riconoscere a quegli operai che con il loro lavoro e il loro sacrificio hanno contribuito a dare, letteralmente, carne e sangue alla dura costruzione delle istituzioni europee. Non c’è niente di più lontano dalla trionfalistica retorica europeista come dalla vanagloriosa esibizione di precari sovranismi. La costruzione dell’Europa istituzionale fu un aspetto della ricostruzione materiale e civile di un’Europa lacerata dalle guerre e dalle ideologie della prima metà del secolo.

 

Ora, in una situazione incomparabilmente più prospera, molti dei problemi di allora appaiono capovolti: c’era la sovrappopolazione, ora c’è la denatalità, c’era l’emigrazione (non solo in Europa ma anche in America), ora c’è l’immigrazione, c’era la fame, ora c’è l’obesità considerata addirittura patologica. Dovrebbero essere, paragonati con quelli di allora, “tempi facili”, invece c’è meno speranza, meno convinzione oggi di allora. Di questo, non di qualche sciocca polemica sul carattere dell’immigrazione, dovrebbe preoccuparsi la politica.

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