La storia dimostra che il populismo prospera solo dove non c'è riformismo

Giuseppe Bedeschi

“La democrazia populistica è caratterizzata dall’insorgenza di un nuovo clima di idee semplici e di passioni elementari, da un diffuso atteggiamento di rancore e di invidia contro le 'aristocrazie'”. Quelle lezioni dal passato sempre valide

Di populismo si è parlato in altre stagioni della nostra Repubblica. Quando, nel 1968 e poi negli anni immediatamente successivi, una ondata di contestazione si abbatté sulle nostre università e sulle fabbriche, scavalcando i partiti, i sindacati e le rappresentanze tradizionali, si parlò di “populismo”. Un illustre studioso liberale, Nicola Matteucci, scrisse nel suo libro "Il liberalismo in un mondo in trasformazione” (1972): “La democrazia populistica è caratterizzata, sul piano delle cultura politica, dall’insorgenza di un nuovo clima di idee semplici e di passioni elementari, non più mediate dalle forze politiche e dalla cultura tradizionale, da un diffuso atteggiamento di rancore e di invidia contro le “aristocrazie” (lo specialista, l’esperto, lo studioso) in nome di un estremo egualitarismo, dalla presenza massiccia della cultura dei giovani, in radicale protesta contro la tradizione (di destra e di sinistra) e contro il peso del passato, globalmente giudicato come male, perché espressione dei padri, da un radicato anti intellettualismo, fiducioso soltanto nell’attivismo per risolvere i problemi”.

 

Ci sono, in questa caratterizzazione data da Matteucci del “populismo” dei primi anni Settanta, alcuni elementi che colpiscono perché si ripresentano anche nel populismo di oggi. E ciò non può stupire, perché il populismo di ieri e quello di oggi hanno la loro origine in una assenza di efficace riformismo. Ieri (1967-69) un ciclone di contestazione si abbatté sulle nostre università, perché il centro-sinistra non aveva assolutamente saputo far fronte alle esigenze delle università medesime. Le quali avevano visto aumentare enormemente i loro iscritti, all’interno di strutture ormai soffocanti (pochi laboratori, poche aule, biblioteche insufficienti ecc.), e con una amministrazione arcaica del potere (detenuto da pochi “baroni”, più interessati, nella loro maggioranza, alla professione privata che al contatto con gli studenti). Le parole d’ordine che scaturirono dal movimento studentesco furono stupefacenti nella loro rozzezza, negatrice della complessità della società moderna: le università dovevano essere dirette dagli studenti in assemblea permanente, gli esami non dovevano essere “selettivi” (perché la selezione era “di classe”), il 27 “politico” doveva essere assicurato a tutti, i seminari dovevano essere “autogestiti”, e così via, di pazzia in pazzia. Il movimento, estesosi alle fabbriche, negò la divisione del lavoro, l’organizzazione industriale della produzione, i compiti speciali, le gerarchie. Anche qui si pagava il tragico fallimento del centro-sinistra, che di fronte a una immigrazione massiccia di meridionali nelle città del nord (per il boom economico degli anni precedenti) non aveva realizzato un grande piano riformistico (più case, più ospedali, più trasporti, più scuole), ma si era baloccato con parole d’ordine ridicole e impotenti (il “nuovo modello di sviluppo”, il “nuovo modo di produrre e di consumare”, ecc. ecc.).

 

Dietro ogni fase “populistica” c’è, a veder bene, una radicale insufficienza di riformismo. E così come Berlusconi al governo non realizzò le riforme liberali che aveva promesso, così i governi di sinistra (Prodi ecc.) non vararono un programma incisivo di riforme (contro le corporazioni e i loro privilegi, contro la politica dei sindacati pressoché insensibili alle esigenze della produttività del lavoro, …). Il risultato di questo deficit di riformismo è stato per molti anni una crescita irrisoria del Pil e quindi un aggravarsi della situazione lavorativa dei giovani, un peggioramento delle condizioni dei disoccupati. Solo con Renzi, e con le riforme da lui fatte, è stato possibile raggiungere un modesto tasso di crescita del Pil.

 

Ma intanto il populismo aveva già messo profonde radici (per la seconda volta) nella storia della Repubblica. Ed era destinato a crescere, con le sue “idee semplici” e le sue “passioni elementari” (per riprendere le parole di Matteucci): un misto di demagogia e di improvvisazione. Tutto viene dichiarato possibile, anche l’impossibile (come aumentare enormemente la spesa pubblica improduttiva, senza danneggiare gli equilibri di bilancio), a un patto: che il popolo creda ciecamente nella sincerità dei nuovi governanti venuti dal nulla.

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