Luigi Di Maio ed Emilio Carelli. Foto LaPresse

Il paradigma Carelli

Giuseppe Sottile

I grillini che hanno sempre odiato i giornalisti propongono un giornalista per la presidenza della Camera

Per carità, il funambolismo grillino ci ha ormai abituati a ogni acrobazia, a ogni salto mortale in avanti e all’indietro. Anche alla tripla piroetta finale, quella che un tempo era vanto e privilegio dei più ardimentosi trapezzisti del circo. Eppure, ciò che si ode in queste ore riesce a sorprendere tutti, persino chi, sullo stomaco, non ha più il pelo ma la moquette. Nello stato maggiore del Movimento cinque stelle, e precisamente nelle stanze dove regna sovrano il genio di Rocco Casalino, capo e regista della comunicazione, s’avanza la certezza che il futuro presidente della Camera dei deputati sarà Emilio Carelli, un giornalista di antico lignaggio che, dopo avere a lungo prestato la propria opera al Tg5 di Silvio Berlusconi, è passato con Murdoch per lanciare e dirigere Sky Tg24. 

  

Il primo istinto, visto che stiamo qui a scrivere per un giornale, sarebbe quello di dire: vivaddio. Anche perché Carelli, sia da cronista sia da direttore, ha un passato professionale di tutto rispetto: ha obbedito quando c’era da obbedire e ha tirato dritto quando il suo incarico glielo ha consentito. Non solo. Se un giorno qualcuno dovesse chiedergli il conto potrà sempre sostenere di avere lavorato con umiltà e compostezza, e di non avere mai lanciato “parole nell’aria aprendo la coda come i tacchini”, tanto per dirla con il vecchio e abusato Pirandello.

  

Oggi Carelli è un parlamentare grillino eletto a pieni voti come i duecento e passa deputati che siederanno a Montecitorio. Ma le domande che la sua candidatura pone non riguardano certamente lui. Riguardano anche e soprattutto la disinvoltura – la faccia tosta, si stava per dire – con la quale il Movimento, dopo avere per oltre dieci anni lanciato accuse e contumelie contro i giornalisti di ogni ordine e grado, compie un’improvvisa capriola e passa direttamente, senza pudore e senza rossore, a una sorta di beatificazione del giornalista Emilio Carelli. Perché proprio di questo si tratta: l’elezione del presidente della Camera è la prima scelta istituzionale che il partito del vaffanculo è chiamato a fare. E la scelta che, ovviamente poteva cadere su chiunque altro – da quelle parti impera ancora il sacramentale principio di “uno che vale uno” – va a cadere, manco a dirlo, su un uomo che, al di là della sua sincerissima fede nei programmi di Beppe Grillo e Giggino Di Maio, incarna comunque una categoria che i militanti del Movimento hanno fino all’altro ieri sputtanato con ogni email, con ogni tweet, con ogni post, con ogni nota diramata da Casalino e dal suo staff.

  

La scelta dei Cinque stelle potrebbe mostrare un minimo di credibilità nel solo caso in cui Carelli fosse stato un giornalista che paradossalmente non sapeva di esserlo. Come quell’ostinato testimone della rivoluzione francese, Célestin Guittard, meglio conosciuto come “il ragioniere della ghigliottina”, che solo perché abitava in place Saint-Sulpice si trovò ad annotare minuziosamente su un quadernetto a righe le teste che il Terrore faceva rotolare ogni giorno a due passi da casa sua. La mattina del 21 gennaio 1793, per esempio, quando ghigliottinarono il re, il termometro segnava tre gradi. E l’impassibile Célestin riportò con molta precisione la notizia. Senza battere ciglio, senza un minimo cenno di esaltazione o di orrore, freddo quanto il suo termometro.

  

Di Carelli, obiettivamente, non si può dire altrettanto sia perché è stato un uomo del suo tempo sia perché è arrivato dentro il Movimento cinque stelle – lo ricorda Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e ora deputato di Forza Italia – “senza avere mai abiurato i suoi ex editori Berlusconi e Murdoch, che per i grillini sono sempre stati e sono tuttora i più grandi manipolatori dell’informazione, i moloch della bugia e dell’antiverità”. Il paradosso – insiste Mulè – “sta nel fatto che i Cinque stelle vogliono innalzare a terza carica dello Stato l’esponente di quella che hanno sempre considerato una casta per nulla bramina ma certamente infida, proprio perché custodisce nel suo ventre i peggiori traditori della verità”. A Carelli semmai va riconosciuto un merito: “E’ approdato tra i rivoluzionari di Grillo senza passare attraverso un martirologio alla Santoro, senza esporre le stimmate della persecuzione politica”. Ma a Di Maio che l’altro ieri se lo è portato alla conferenza stampa di via della Mercede per mostrare la nuova alleanza ai giornalisti di tutto il mondo, quale merito va riconosciuto? Probabilmente il candidato premier dei Cinque stelle ha voluto fare un altro passo verso la democristianizzazione della sua immagine e anche del suo ruolo: Grillo e Casalino vi hanno insegnato che i giornalisti bisogna sputacchiarli, io invece vi dico che alcuni di loro possono anche sedersi a tavola con noi, e qualcuno addirittura alla mia destra. Del resto l’amore tra Di Maio e Carelli, a quanto se ne sa, non è certamente esploso l’altro ieri, in vista delle elezioni. Il giornalista rivendica di essere stato il primo, nel 2007, ad aprire le porte di Sky Tg24 alle sceneggiate politiche di Beppe Grillo; e il candidato premier ammette senza difficoltà che Carelli, soprattutto dal luglio del 2011, quando la direzione del telegiornale è passata a Sarah Varetto, ha sempre partecipato agli avvenimenti più significativi del Movimento: è stato un militante mai appariscente ma costante, riconoscono anche quelli che non lo amano più di tanto. Ma basta tutto questo per trasformare di colpo l’uomo che ieri rappresentava un mondo da spernacchiare in un simbolo da collocare, con tutta la magnificenza istituzionale, sullo scranno più alto di Montecitorio? C’è da pensare che l’improvviso capovolgimento del giudizio, e quindi della linea da seguire sia legata al fatto che Di Maio crede, fortissimamente crede, di essere presto chiamato a guidare il governo del Paese. Al punto che l’impresa, per lui mastodontica e monumentale, richieda innanzi tutto un passaggio repentino dalla logica del dogma e del furore a quella più morbida e convenevole del compromesso, con gli altri e con se stesso.

  

E’ al venticello caldo del potere che vanno probabilmente ricondotti molti dei miracoli che il palcoscenico della politica mostra al suo popolo. Resta solo da capire – e a questo punto la domanda si fa dura e insopportabile come un macigno – se giornali e giornalisti servono ancora alla politica. Dice Mulè che “in questo nostro mondo di carta stampata dobbiamo tutti ammettere una sconfitta: credevamo di dominare il mare grande dell’elettorato solcando le onde come se fossimo al comando di un transatlantico; invece eravamo a bordo di piccoli, insignificanti carrettini a mano, sballottati qua e là dai nostri pregiudizi, dalle nostre certezze, dalle nostre mitomanie”. Ma tutto questo è successo non perchè si sono sbagliate le analisi o, tanto per scimmiottare il New York Times, gli endorsement. No. “Non abbiamo voluto soprattutto capire che i Cinque stelle non leggono. Hanno anche il loro giornale di riferimento che è il Fatto, ma basta vedere quante copie ha perso negli anni, mentre crescevano i consensi del Movimento, per avere la prova provata che non è da quella carta che si abbevera la gens nova di Grillo e Di Maio”. Secondo Mulè “ciacolano in rete, copiano e incollano brandelli di antiverità che poi brandiscono, sempre in rete, per alimentare rabbia e risentimento, per creare feticci e paure, e inseguire così l’illusione manettara di una rivoluzione sempre dietro l’angolo e comunque capace prima o poi di scardinare il sistema e di mandare tutti i corrotti in galera”.

  

Che cosa potrà fare l’onesto giornalista Emilio Carelli davanti a tanta desolazione e a tanto smarrimento? Sul Journal d’un bourgeois de Paris sous la Révolution, che era poi il suo diario, si legge che Célestin Guittard, rimasto freddo e impassibile di fronte alla ghigliottina che ammazzava il re, cambia registro due anni dopo, quando è costretto a contabilizzare non più le teste mozzate ma le rovine della rivoluzione. “Qui la gente muore di fame”, scrive. La magnifica oratoria della Bastiglia abbattuta, che pure aveva creato e spezzato molti idoli, non lo incanta più: “Tous le beaux discours ne flattent plus l’oreille”.

  

Certo, Carelli non è Guittard e il M5s non ha nulla a che vedere con il terrore dei giacobini e dei tagliatori di teste. Ma dopo gli ardori e i furori arriva sempre, anche per i giornalisti, il momento in cui l’unica cosa da fare è quella di tapparsi le orecchie. Allons enfants!

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  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.