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Dove c'è D'Alema c'è discordia?

Così è già finito il sogno del Max unificatore in Liberi e uguali

20 Gennaio 2018 alle 06:17

Dove c'è D'Alema c'è discordia?

Foto LaPresse

Roma. Massimo D’Alema l’aveva già detta in settembre, sempre al Corriere della Sera, la cosa che due giorni fa ha gettato nella costernazione la sinistra riunita sotto le insegne di Liberi e uguali: “Diceva Giovanni Sartori che quando la democrazia parlamentare non produce una maggioranza entra in funzione il motore di riserva: il governo del presidente…”. Non proprio le stesse parole dell’altroieri, ma quasi. E insomma ci si era appena abituati alla nuova immagine di un D’Alema non più divisivo come ai tempi delle lotte interne all’ex Pci-Pds-Ds, periodo della Bicamerale compreso; un D’Alema che dice cose anche un po’ incredibili per lui (tipo: “non possiamo né dobbiamo dare l’impressione di dar vita a un’operazione di ceto politico…”); un D’Alema che si fa improvviso sostenitore delle scelte dal basso; un D’Alema quasi quasi veltroniano, che si spinge a citare Papa Francesco sulla globalizzazione. Per un po’ era parso quasi un agente unificatore, e non un volontario o involontario moltiplicatore di discordia interna (come da letteratura su di lui). Ma la sola evocazione dalemiana del governo del presidente ha reso evidenti le piccole differenze che potranno fare la grande differenza in LeU. Ecco Laura Boldrini che, dopo aver commentato a caldo “mi permetto di dire che dobbiamo motivare le persone ad andare a votare, non possiamo dare per scontata l’ingovernabilità”, ieri tornava sull’argomento: “Facciamo una buona campagna elettorale… poi, numeri alla mano, capiremo che cosa s’ha da fare”. Ed ecco Pietro Grasso che ieri ribadiva quanto detto il giorno prima: in caso di ingovernabilità, “o si torna al voto o si fa un governo che possa fare soltanto la legge elettorale”. Da Sinistra italiana, Stefano Fassina, interpellato in proposito, diceva: “La posizione di LeU in Parlamento dopo il 4 marzo la deciderà LeU. Tutti noi impegnati con LeU dovremmo concentrarci sul messaggio da dare al paese, un messaggio credibile di discontinuità e di speranza. Discontinuità non soltanto con il Pd di Renzi, ma con l’ultimo trentennio di centrosinistra e di Ulivo. Obiettivo difficile, data la larga continuità di classe dirigente. Ma impegniamoci tutti”. Per Fassina dire governo del presidente vuol dire evocare fantasmi: “L’ultimo governo del presidente che gli italiani hanno avuto è quello di Mario Monti e mi pare che il ricordo che hanno, in particolare quella fascia di popolo che vorremmo recuperare, non sia positivo: ricordano la legge Fornero, la revisione liberista dell’art. 81 della Costituzione, i colpi all’art 18, l’Imu anche per le prime case delle fasce sociali in difficoltà. Quando noi annunciamo ‘senso di responsabilità’ lungo la schiena dei lavoratori corrono i brividi, e non votano o votano M5s o Lega”. Ieri D’Alema ribadiva il concetto, pur edulcorandolo (“ mi sono limitato a dire innanzitutto la verità …quando non c’è una maggioranza politica, spetta al presidente della Repubblica cercare le soluzioni”). Men che meno il presunto interventismo verbale dalemiano piace a Possibile. “Governo del presidente? Non è stato deciso nulla da nessuna parte”, diceva ieri Pippo Civati, dopo aver scritto sul sito di Possibile un post dal titolo “anche basta” in cui si paventa l’ipotesi più temibile: “dovevamo andare nel bosco a riprendere i delusi…e stiamo dando l’impressione di esserci persi nel fitto dei politicismi più rigogliosi…”. Per Civati il lavoro va fatto dopo: “Io le chiamo ‘le secondarie’: qualsiasi sia il risultato del voto, bisognerà interpellare il nostro elettorato, girando per assemblee, chiedendo opinioni. Come si fa da tempo in Germania e in Spagna. Dobbiamo dimostrare di aver imparato la lezione. C’è, sì, un segnale positivo: il dibattito interno, in LeU, mi pare comunque civile. Detto questo, mi attesterei su una posizione di cautela rispetto a qualsiasi futuro gioco”.

Marianna Rizzini

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    06 Marzo 2018 - 22:10

    A D’Alema non rimane che la rupe tarpea o il gladio con l’aiuto del fido Speranza. Un colpo di reni o l’affondo mantenuto dallo schiavo fedele. Si recupera così la dignità di uomo? Forse ma la dignità politica chissà.

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  • luigi.desa

    20 Gennaio 2018 - 13:01

    D'Alema poverino fa un pò pena. E 'un uomo insicuro ( in passato la prova era nell'intercalare continuo del "diciamo" come se ogni tre parole dubitasse della giustezza del suo pensiero) che giovine studente era capellone e lanciava molotov e poi senza soluzione di continuità e senza titoli fu innalzato a segretario generale della Figc. Così inizia il suo cursus honorum. Chiunque con queste credenziali sentirebbe il proprio curriculum incerto di qui la sua proverbiale malignità come scudo difesa del suo io che lui primo ritiene piccolo piccolo.

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  • giantrombetta

    20 Gennaio 2018 - 10:10

    Il direttore Cerasa pare suggerire che nei conteggi pre elettorali nel centro sinistra andrebbero pure inclusi Liberi e uguali. Sarebbe come a dire che non e’ da escludere dopo il voto un accordo di governo Pd - Leu. Ovvero, stando a programmi e propositi ogni giorno enunciati un governo nel segno della discontinuita’ rispetto all’attuale e soprattutto con Renzi fuori dai piedi. Non sarebbe male almeno il Foglio si adoperasse a mettere in giusta evidenza questa contraddizione alla luce di fatti e propositi politicamente insanabile.

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  • carmine.russo

    20 Gennaio 2018 - 09:09

    Tutto il ragionamento di D’Alema è volto alla ricerca del posizionamento post voto,sconfitto Renzi ( che D’Alema alacremente farà di tutto per favorire). “Obtorto collo “ si apriranno le stagioni degli inciuci di cui il soggetto ( D’Alema ) è un esperto. Alla fine ci si può vendere anche per un piatto di lenticchie. Carmine Russo

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