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Liberi e Uguali, investimenti pubblici in Italia e lotta all'austerity tedesca in Europa

17 Gennaio 2018 alle 14:01

Lega nord, investimenti pubblici in Italia e lotta all'austerity tedesca in Europa

Il debito pubblico italiano nel 2007 era al 99,8% del Pil, oltre 20 punti meno del picco del 1994. Poi, è tornato a salire fino al 133% del 2017. I fattori della risalita sono stati due: la contrazione del denominatore (Pil nominale); l’aumento dei tassi di interesse prima del “whatever it takes” e del Quantitative easing. Il saldo primario non ha sostanzialmente colpe. Anzi, è stato sempre in attivo. Il Pil nominale, invece, ha subito i colpi della grande recessione, aggravata nell’eurozona e, in particolare, in Italia dalle autolesionistiche politiche di svalutazione interna, intreccio perverso di austerità, segnatamente durante il governo Monti, e riduzione della massa salariale martellata dalla precarizzazione del lavoro.

 

L’analisi ricordata deve essere utile per invertire la rotta di policy e portare su un sentiero di sostenibilità il debito pubblico. Quindi, vanno innanzitutto eliminate illusorie scorciatoie: l’innalzamento del saldo primario, destinato secondo il Def a impennarsi fino a un irrealistico 3,3% del Pil nel 2020; ulteriori tranche di privatizzazioni (Eni, Enel, Cdp-reti, ecc).

 

Sono, invece, due le strade parallele da percorrere. Entrambe richiedono una qualche forma di cooperazione con le istituzioni europee, a partire dalla Bce, e con i principali partner dell’eurozona: un Paese che non ha più il controllo della politica monetaria, quindi anche della politica del cambio, della regolazione dei mercati di capitali e di merci e servizi, della politica di bilancio, non può affrontare da solo la sfida del debito pubblico. Lo sa bene anche Schauble che nell’addio all’Eurogruppo ha presentato un “non-paper” che prevede, in un contesto di totale assenza di solidarietà tra Stati della moneta unica, l’inevitabile ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili.

 

La prima strada, con epicentro domestico, è la crescita e la conversione ecologica dell’economia, da accompagnare a un’inflazione vicina al, ma sopra il, target del 2% previsto dalla Bce. In altri termini, le politiche nazionali e europee devono puntare sul denominatore del rapporto. Come? Attraverso gli investimenti pubblici in piccole opere, per riqualificare il territorio e rigenerare le periferie, e nelle politiche industriali selettive. Va qui evidenziato che l’utilizzo alternativo, in investimenti pubblici, delle risorse spese dai governi Renzi e Gentiloni per decontribuzioni e bonus (oltre 30 miliardi) avrebbe alimentato la domanda interna in misura largamente superiore: Nens quantifica la maggiore variazione del Pil in circa un punto percentuale all’anno. Infatti, una letteratura empirica sostanzialmente concorde stima il moltiplicatore della spesa pubblica in conto capitale, in contesti di deflazione e sotto-utilizzo delle capacità produttive, superiore a tre volte il moltiplicatore della imposte. Il contrario di quanto continuano ideologicamente a sostenere Alesina e Giavazzi (ancora una volta, l’11 Gennaio sul Corriere della Sera). Per attuare la linea di keynesismo ecologista ed evitare ripercussioni eccessive sulla bilancia commerciale, l’altra variabile decisiva, rileva il comportamento di chi ha praticato e imposto politiche mercantiliste estreme: la Germania, con surplus estero al 9% del Pil, frena la discesa dei debiti pubblici e genera deficit di domanda interna e disoccupazione nel resto dell’Eurozona.

 

La seconda strada, di pari o superiore rilevanza, con epicentro a Bruxelles, anzi a Berlino e Francoforte, passa per un minimo di condivisione dei rischi sui tassi di interesse. Le difficoltà politiche sono evidenti. Tuttavia, è la soluzione da contrapporre alle proposte “tedesche” della Commissione Juncker, irricevibili in quanto aggravanti le divergenze territoriali e sociali. Per ridurre gli ostacoli politici, si incentra su meccanismi di mercato. E’ stata formulata dal prof. Marcello Minenna in diversi scritti (ad es, su ZeroHedge del 21/12/17). In estrema sintesi, prevede: da un lato, l’attribuzione al Fondo Salva-Stati (European Stability Mechanism) di funzioni di assicurazione dei debiti sovrani dietro il pagamento, da parte di ciascuno Stato dell’eurozona, di un premio di mercato (pari alla differenza tra lo spread medio della zona euro e lo spread dello specifico Stato), così da arrivare, in un decennio, alla convergenza dei tassi di interesse, condizione normale, anzi necessaria alla sopravvivenza di un’area a moneta unica; dall’altro, il re-investimento da parte dell’Esm dei premi pagati da ciascun Paese nel Paese stesso su programmi di infrastrutture verificati con l’ausilio dell’European Fiscal Board e co-finanziati da risorse nazionali escluse dal computo del deficit rilevante ai fini comunitari. In tale contesto, si può archiviare il Fiscal Compact e ripristinare l’art 81 della nostra Costituzione nella sua versione originaria.

 

E’ una strategia complessa e difficile sul piano economico e sopratutto politico. Ma è l’unica realistica per rivitalizzare la “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

 

Stefano Fassina, deputato di Sinistra Italiana ed esponente di Liberi e Uguali

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