cerca

Una mucca nel corridoio di nome Grasso

Il nulla ideologico, culturale, politico. Auguri sinceri al presidente del Senato

1 Dicembre 2017 alle 06:05

Una mucca nel corridoio di nome Grasso

Foto LaPresse

Chiamare “articolo 1” un partito, passi. Ma chiamare Pietro Grasso alla sua guida, questo è più dubbio. Io lo avrei chiamato “Bandiera rossa”, e alla guida o un boss riconoscibile come D’Alema o Bersani oppure una bella operaia di Gambettola o un giovane strafico molto diverso dal professionista triste che allude alla Speranza escatologica ma produce Velleità verbali malinconiche. Cuperlo forse no, per via dell’eccesso “povetico”, a parte che sta soffrendo in un altro partito. Ma Grasso.

 

Primo, non lo conosce nessuno. Chi ha fatto televisione e magari un po’ di politica sa che non è facile farsi riconoscere. Appena ti distacchi dal mezzo, che è il messaggio (come diceva McLuhan, quello che secondo Duccio Trombadori “ha scoperto l’importanza della radio”), subito ti danno per morto. Ma almeno come caro estinto di te si ricordano, se hai fatto una buona performance di cazzaro per un numero considerevole di anni. Grasso: nessuno sa chi sia. E’ un’ombra istituzionale, un magistrato che riproduce un vizietto togato della vecchia sinistra, una faccia senza temperamento, uno che non ha mai avuto niente da dire, e ha letto maluccio discorsi di altri funzionari, e che ha sempre avuto il problema di dove sedere, uno che ha dato al Cav. l’Oscar per il contrasto alla criminalità organizzata (meritato, ma non da lui, non alla radio, non per bieco opportunismo). Grasso è il nulla ideologico, culturale, politico, un tecnico dell’autopromozione, un sottoculturale bon à tout faire.

 

Nella divisione del lavoro sta dalla parte dei burocrati, non ha mai frequentato proletari, contadini, rivoluzionari professionali, per lui la sinistra e anche il centrosinistra sono ritrovati scaldadivani. Non ha mai battuto la piazza in cerca di voti, se li è fatti portare su un vassoio di peltro. Ha staccato il biglietto della lotteria bersaniana, all’epoca dei governi grillini che non sono mai nati, è la mucca nel corridoio che staziona per cinque anni in un posto fisso, poi si decide d’improvviso a diventare il capo dei rivoluzionari per tornare al posto fisso, sarà il problema principale della nuova formazione, dico la sua faccia anziana, sbiadita, che parla a pochi. Fate la prova se non ci credete. Uscite di casa e prendete dieci persone: due vi diranno che presiede un ente inutile, anche se hanno probabilmente votato No alla sua abolizione per dispetto a Renzi, e gli altri otto vi guarderanno smarriti: Grasso chi?

 

La mafia è stata un fenomeno importante. Ci hanno pensato Falcone e Borsellino. Sulla loro scia tanti, ma spesso dispersi in un rivolo di incarichi nullatenenti, di affabulazioni senza succo, di carriere antimafiose subliminali, naturalmente con ampia scorta, ci mancherebbe ed è giusto, con qualche inchiestina e qualche processo sbilenco, una quantità inverosimile di interviste inutili. Ci sta da Dio, ha detto Bersani, come leader dell’articolo 1, e non aggiungo nulla al suo giudizio illuminato, vittorioso, effervescente. Conoscere la politica, il proprio paese, la letteratura storica sul movimento operaio, anche la modernità di una politica e antipolitica nuove, conoscere ed essere conosciuto, riconosciuto come un simbolo riformatore, trasformatore: sono qualità che gli mancano, insieme all’energia che è notoriamente di due sole categorie: i giovani e Berlusconi.

 

Eppure gli porteranno i fiori alla fine del comizio, come una volta a Peppino Stalin, a Di Vittorio, a Togliatti, a Berlinguer, a Cernenko, l’unico cui somigli, e diranno di lui che è il leader necessario. Un rassembleur, ma de che? Jean-Luc Mélenchon è un seduttore, si è guadagnato voti e posizione politico-parlamentare, ha fatto scelte difficili al momento giusto, ma tanto tempo fa, e ha condotto battaglie chaviste in terra di Francia, declamando poesie umanitarie al porto di Marsiglia, ottenendo successi inconfortevoli, ma successi. Ora blandisce i deputati macroniani, come racconta maliziosa Libération, e si fa omaggiare. Vuole capire, intrigarsi, inserirsi, da vecchio trotzkista, dopo aver conosciuto il dolore della lotta, della sconfitta, della mezza vittoria. Vuole fare un club degli amici di Robespierre ed erigergli una statua in Parlamento, quando tutti dovrebbero sapere che a Parigi non c’è nemmeno una piccola rue Robespierre: vaste programme. Ma è un programma, che nasce da un’esperienza. Grasso è un’inesperienza senza programma. Perfetto per un articolo 1, ci sta da Dio.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    03 Dicembre 2017 - 21:09

    La Repubblica delle Procure e’ da tempi remoti il programma politico di tanta sinistra. Indicare a leader il procuratore dei procuratori non poteva che essere la Logica conclusione di una lunga parabola. Discendente.

    Report

    Rispondi

  • gl_gssn

    02 Dicembre 2017 - 13:01

    Sono pienamente d'accordo con Ferrara! Mi chiedo: quanto dureranno ancora questi personaggi?

    Report

    Rispondi

  • carlo.trinchi

    01 Dicembre 2017 - 16:04

    Il tremendo è che non possono mettere la loro faccia. Da sempre si camuffano dietro un parvenue che li nasconda. D’Alema che fa tanto il teologo sfascia partiti e ammazza rivali, copi Veltroni, come disse Craxi, in politica non ne azzecca una. Il povero Bersani ha già dato e riprovare sarebbe diabolico. Quello che fa caso è Speranza, oltre a non dire mai nulla di politicamente interessante non è nemmeno fotogenico e gli tocca sempre rimanere terzo. Questi comunisti non hanno faccia politica e ancora meno quelli non comunisti che prendono a prestito. Prodi fu una marionetta in mano ai Turigliatto e ai Bertinotti. Grasso sarà l’essenza di quel che resta di magisttati che non avendo attributi politici propri si appoggiano a residui politici del secolo scorso fuori tempo e storia, fregandosene della logica politica che portano avanti.

    Report

    Rispondi

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    01 Dicembre 2017 - 16:04

    Uno sguardo asettico al clima politico nostrano, ai protagonisti “de la politique a l’italienne”, alla immaturità politica e culturale delle italiche masse, i voti, caro Ferrara sono lì, porta a concludere che “la botte dà il vino che ha”. Il niente del presidente del Senato, v’è organicamente implementato. Conclusione non degna della prosa e dell’acume dell’Emerito, ma descrive bene la pervicacia infantile con cui abbiamo mescolato le peggiori annate. Il metodo è stato quello di dare a tutti un posticino nella botte. Lo abbiamo chiamato il democratico arricchimento reciproco tra culture diverse. Bah!

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi