Contro l'Italia arrestata dal moralismo

Claudio Cerasa

Ieri Di Pietro e Ingroia, oggi Emiliano e Grasso, domani Di Matteo e Davigo. Perché una campagna dominata da pm e procure alimenta una visione farlocca dell’Italia, dove il moralismo conta più del riformismo. Antidoti al supermercato della paura

When in trouble, go pm. A pochi giorni dall’inizio della nuova campagna elettorale c’è un tema importante che, come spesso accade in Italia alla vigilia di una campagna elettorale, inizia a prendere forma nel dibattito politico. In molti tendono a far finta di nulla ma la possibile discesa in campo di Pietro Grasso è l’ennesima ed evidente spia di una tendenza incontrollabile di un pezzo importante del nostro paese a delegare a un magistrato o a un ex magistrato il compito di salvare l’Italia dai nuovi e inesorabili corruttori della morale pubblica. Pietro Grasso – a differenza di Antonio Ingroia o di Antonio Di Pietro, che proprio ieri ha sposato senza riserve la possibilità di affidare all’ex capo dell’Antimafia la guida del nuovo Ulivo, perché Grasso, dice Di Pietro, “ha affrontato criminali di ogni genere e non credo che avrebbe paura ad affrontare le elezioni” – si candida a guidare il paese dopo un periodo di decantazione di cinque anni non proprio indimenticabili alla presidenza del Senato (la situazione è grave, non seria).

 

Ma al di là di questo dettaglio il dato politico e culturale resta ed è difficile da negare. Vale la pena di mettere insieme i tasselli. In una campagna elettorale dove (a) un capo di partito (Berlusconi) è stato accusato in modo surreale di essere il mandante delle stragi mafiose del 1993 dopo essere stato cacciato via dal Parlamento sulla base di un’interpretazione discutibile di una legge che delega al potere giudiziario il compito di decidere chi presentare in una lista. In una campagna elettorale dove (b) un capo di partito (Renzi) è stato sottoposto al tritacarne mediatico a causa di un’inchiesta che ha colpito il padre condotta da carabinieri accusati di depistaggio, dopo essere stato sfidato in campagna elettorale (referendum) da una corrente della magistratura (Md) e dopo essere stato sfidato in un’altra campagna elettorale (primarie) da un altro magistrato (Emiliano). In una campagna elettorale dove (c) un movimento arrivato alla guida della capitale d’Italia sulla scia di un’inchiesta della magistratura (Mafia Capitale) ammette di aver costruito parte del suo programma ispirandosi all’agenda di un magistrato (Davigo) e riconosce di voler costruire una squadra di governo intorno alla figura di un altro magistrato (Di Matteo).

 

In una campagna dove succede tutto questo, e dove chissà che altro potrà accadere, capita che la sinistra alternativa alla nuova sinistra sceglie con coerenza di trasferire sulla figura di un ex magistrato il compito di riportare il paese sulla retta via della morale politica. La coerenza della scommessa su un ex magistrato è chiara: la traiettoria della sinistra alternativa al Pd – che a Ostia ha invitato i suoi elettori a votare per il Movimento 5 stelle – da mesi sembra voler seguire un percorso simmetrico a quello del 5 stelle e in fondo per dialogare con un movimento portavoce delle procure cosa c’è di meglio che avere un ex magistrato a garanzia della propria linea politica? Ma accanto al tema della coerenza c’è anche un tema di carattere diverso, legato alle implicazioni culturali che porta con sé la presenza costante in Italia di magistrati che diventano protagonisti di una campagna elettorale. La ragione per cui una parte importante dell’opinione pubblica considera legittimo delegare a un pm o a un ex pm il compito di arrestare ogni forma di rupture riformista deriva dalla volontà esplicita di alimentare la narrazione (distorta) di un paese “ideologicamente corrotto” per spostare il focus del dibattito sul terreno facile del moralismo e non su quello più tosto del riformismo. Ieri Paolo Gentiloni, con una definizione azzeccata, ha invitato gli osservatori a “non ridurre l’Italia a un supermercato della paura” e a suo modo rinunciare all’idea di voler scommettere nella prossima campagna elettorale più sul riformismo che sul moralismo è un tentativo di alimentare il supermercato della paura (when in trouble, go pm). La scelta può essere legittima (alcuni giornali e alcuni partiti l’hanno già presa) ma prima di farla bisogna sapere che la conseguenza è una ed è simile a quella che si materializza in tutti i contesti in cui l’agenda delle procure (vedi Roma) diventa più importante di quella della politica: alla fine, non si fa altro che arrestare l’Italia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.