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Berlusconi, il nemico incredibile

L’antiberlusconismo suscita spasmi di vitalità, ma non funziona più

3 Novembre 2017 alle 06:00

Berlusconi, il nemico incredibile

Silvio Berlusconi a Catania (foto LaPresse)

L’antiberlusconismo venticinque anni dopo. Per un po’ li sorregge, li sospinge, agisce come un anestetico, suscitando spasmi di vitalità in qualcosa che non c’è più, che è stata amputata. E allora i giornali raccontano le frasi rubate, o forse no, del boss Graviano. E per un attimo tutti provano a crederci, si fanno coraggio, venticinque anni dopo la prima archiviazione, si rimboccano le maniche, con buona volontà: coraggio. Ma poi sbuffano, una certa diffusa insofferenza regna sovrana. Giornalisti e politici, i grandi cronisti della storia mafiosa, hanno tutti la voce annoiata di Attilio Bolzoni quando dice, in un commento su Repubblica, che “questa è una storia che non ha mai fine. La storia dei Graviano non si ferma mai. E’ l’atto quarto”. E nemmeno i Cinque stelle, che di solito vivono in uno stato di sovreccitazione, e si compiacciono dell’eccesso, nemmeno loro trovano le parole. Azzannano l’aria. E’ tutto uno sbadiglio. Se la prendono con i giornalisti, che è meglio, i pennivendoli che “si occupano della Appendino e non della mafia”. Così Alessandro Di Battista se la prende con chi “ha criticato il tweet infelice contro Rosato, mentre tace su Berlusconi e Dell’Utri”, e Giulia Di Vita dice che “fa più notizia un tweet del nostro aspirante assessore di Berlusconi e Graviano”. E la verità è che nemmeno loro, che pure ci provano, riescono a fare del Cavaliere un nemico credibile. 

 

E certo per la sinistra la tentazione è fortissima, “torna l’impresentabile”, scriveva Repubblica, ieri. Riecco lo psiconano, finalmente! E per un attimo c’è qualcuno che si lecca i baffi, forse ricorda quando i giornaloni vendevano qualche decina di migliaia di copie in più, negli anni della guerra all’Egoarca. E tutto questo mentre le procure riaprono le indagini, e ritornano anche le accuse di corruzione, la compravendita dei senatori, con tutto il cucuzzaro di questi ultimi due decenni di salti nei cerchi di fuoco. E ci si lecca i baffi, allora, accusatori d’ufficio e difensori per contratto, perché viviamo in tempi ideologicamente imprevedibili, pieni di contropiedi e di spiazzamenti, mentre con il Caimano, il perno della Seconda Repubblica, si torna a un tempo remoto, fidato, rassicurante: si sciolgono i ghiacciai e cambiano le stagioni, ma sappiamo che domani ritroveremo il nostro cielo italiano, sempre diviso tra berlusconiani e antiberlusconiani. Solo che prima c’erano le paginate d’inchiesta sulla nascita di Milano 2, sul patrimonio problematicamente acquisito, su Mangano e sul conflitto d’interessi. E invece adesso non c’è nemmeno Michele Santoro a trasmettere le docufiction, quelle con il pentito, che parla e rivela.

 

E infatti il replay è stanco, va avanti per storpiature e allitterazioni. Il Pd per un attimo ci prova, qualcuno si spinge a dire che “Berlusconi deve chiarire”. Ma chiarire cosa? Se sono sempre le stesse accuse che si ripetono con indifferente e monotona pendolarità? Così anche la sinistra farfuglia, ammicca, lascia intendere. Eppure non ci riesce, a mordere. E non solo perché con il Cavaliere ci ha già fatto il governo Monti e quello Letta, ma perché forse ci dovrà fare anche il prossimo governo. E insomma tutto questo insieme di cose già sentite, già lette, già viste, questa specie d’intreccio di repertorio non è moda vintage ma precipita sul proscenio elettorale con la verve di un revival, una parola imparentata con dissotterramenti, tombe, zombie e fantasmi. Roba da toccare ferro. E così, alla fine, tutto quello che di Berlusconi era inaccettabile, diventa quasi elemento di una normale, per quanto stramba, dialettica politica. Persino Luigi Di Maio glissa sulla mafia, e si concede un video tutto dedicato a lui, il Cavaliere redivivo. Lo rimprovera, come un figlio deluso: “Mio padre l’ha votata, ma non ha visto nessuna rivoluzione liberale”.

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