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Renzi, Draghi e Mélenchon. Il dramma del D’Alema collettivo

Quando si parla di guerra tra le sinistre si preferisce personalizzare lo scontro. Così non si ammette che le ragioni che hanno portato la vecchia sinistra lontana dalla nuova sinistra coincidono con quelle che hanno portato l’Italia lontana dalla crisi

31 Ottobre 2017 alle 06:00

Renzi, Draghi e Mélenchon. Il dramma del D’Alema collettivo

Massimo D'Alema e Matteo Renzi (foto LaPresse)

E se il vero punto fosse l’oggetto prima ancora del soggetto? Lunedì prossimo, all’indomani del voto siciliano, una volta messa a fuoco la dimensione della crisi del populismo e una volta compreso se il centrodestra può davvero essere considerato il muro contro il quale si andranno a schiantare le onde antisistema, il grande tema che verrà affrontato da molti osservatori sarà il destino del Pd di Renzi, ed è scontato che il livello del processo al renzismo, con conseguente downrating del segretario, sarà proporzionale al risultato che il partito otterrà in Sicilia.

 

Ma a prescindere da quale sarà nei prossimi mesi il destino del centrosinistra c’è un elemento di verità che viene sistematicamente ignorato quando nel nostro paese si prova a mettere a fuoco il dossier delle divisioni a sinistra: ma da dove diavolo nasce la guerra atomica della sinistra italiana? Il retroscenista collettivo (e anche il D’Alema collettivo) tende spesso ad avvalorare una tesi in base alla quale lo scontro tra le anime della sinistra deriva da un’incompatibilità di carattere squisitamente personale e la tecnica della personalizzazione (“no al ducetto Renzi”) ha una sua forza oggettiva perché tende a semplificare il dibattito trasformando in un problema il soggetto e non l’oggetto della questione. Si dirà: e perché mai? Da un certo punto di vista, se ci si pensa bene, personalizzare lo scontro è l’unica soluzione possibile per fuggire dalla realtà e per non ammettere che le ragioni che hanno portato la vecchia sinistra lontana dalla nuova sinistra coincidono perfettamente con le ragioni che hanno portato l’Italia lontana dalla crisi economica.

 

Di questo naturalmente è difficile parlare, ma forse, prima di personalizzare lo scontro, bisognerebbe fermarsi un attimo e chiedersi non se la direzione della nuova sinistra sia “giusta” oppure “sbagliata” ma se sia stato efficace oppure no, per il paese, per la sua occupazione, la sua crescita, i suoi consumi, la sua produzione industriale, i suoi indici di fiducia, sfidare i conservatorismi di sinistra, per esempio, con la riforma del lavoro, l’abolizione dell’articolo 18, la riforma delle banche popolari, l’alleggerimento della tassazione sulle imprese e se ci sarebbe stata da parte della Bce una politica così generosa se l’Italia non avesse risposto di sì al punto numero uno della dottrina Draghi: sostegno monetario in cambio di riforme strutturali. In questo senso, il vero dramma del dibattito tra le sinistre italiane è che al centro dello scontro oggi esiste una discussione che prescinde completamente dal merito e che si concentra solo su temi fuffa (Renzi, il suo carattere, Banca Etruria, il giglio magico, la violenza di una mozione parlamentare) che portano a trasformare ogni discussione in un referendum su Renzi (sì o no?) e che portano ad allontanarsi dai binari del merito.

 

Eppure, osservare la realtà senza personalizzare la realtà è un’operazione che qualche volta riesce persino alla sinistra più antagonista, come dimostra una frase sincera, anche se sofferta, confidata sabato scorso ad alcuni giornalisti da uno dei nuovi eroi della sinistra italiana, Jean-Luc Mélenchon, che pur essendo distante anni luce da Emmanuel Macron ha ammesso che la forza delle idee dal presidente francese, per il momento, è una forza oggettiva, senza rivali e contro la quale non si riesce neppure a organizzare una forma credibile di dissenso: “Pour l’instant, c’est lui qui a le point”. Se ci si riflette bene, la ragione per cui la sinistra italiana è costretta a personalizzare il dibattito concentrandosi più sulla forma che sulla sostanza è legata proprio a un concetto simile, perché senza parlare di Banca Etruria, di giglio magico, di stupidaggini eversive la sinistra antagonista sarebbe costretta ad ammettere che le ragioni che l’hanno portata lontana dal Pd sono le stesse che hanno portato l’Italia lontana dalle secche. Al di là di quello che accadrà in Sicilia, parlare del soggetto prescindendo dall’oggetto è inevitabile e sarà inevitabile per molte ragioni ma per una in particolare: concentrarsi sulla realtà significherebbe essere costretti a dire che anche in Italia le idee alla Macron, pour l’instant, possono non piacere ma sono quelle che funzionano.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    31 Ottobre 2017 - 11:11

    Caro Cerasa, proprio alcune della riforme che lei ha citato, job act, abolizione dell’articolo 18 ed altre costituiscono la base oggettiva dell’insanabile contrasto fra le due sinistra. Esistono anche fondamentali motivi di ordine soggettivo ancora piu’ deprecabili. Sta di fatto che in Sicilia si presenteranno divise sapendo di perdere e, quindi, volendo perdere. Faciliteranno la strada al centro destra ed ai grillini, di cui ci tocchera’ ascoltare Il peana della vittoria. Si sa in Sicilia e’ difficile cambiare le cose che, anche quando cambiano , spesso restano uguali. Piu’ grave sara’ la situazione in campo nazionale e l’ottimo Mattarella dovra’ darsi da fare per renderla almeno curabile.

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  • Giovanni

    31 Ottobre 2017 - 11:11

    Vediamo intanto cosa succede fra 5 giorni in Sicilia. Non è solo un voto regionale quello siciliano e mai è stato così incerto. Quello che tutti pronosticano è la sconfitta del PD e il testa a testa fra Cancellieri e Musumeci. Ma anche se così fosse è importante vedere quanto sarebbe eventualmente perdente il PD: tanticchia, assai o assai assai? Che se fosse "assai assai" i guai per Renzi si moltiplicherebbero e la guerra intestina al partito ripartirebbe e ...non si sa come potrebbe andare a finire. Molti potrebbero dire, "chi se ne frega del destino di Renzi" se non fosse che la speranza di far diventare il PD un vero partito social democratico di stampo europeo si basa a mio avviso proprio sul destino di Renzi. Se disgraziatamente il giovanotto fiorentino fosse costretto all'abdicazione o comunque ad una subalternità alla componente di sinistra e di sinistra-sinistra, il sogno sfumerebbe forse per sempre e gli italiani si ritroverebbero con un PD molto PCI.

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