Beppe Grillo (foto LaPresse)

Grillo e il golpe silenzioso contro lo stato di diritto

Claudio Cerasa

Lo scandalo di una classe dirigente immobile di fronte a un partito eversivo che sogna di abbattere la democrazia rappresentativa e che in prima serata annuncia senza reazioni: “Aboliamo la prescrizione”

Negli ultimi giorni la stampa italiana ha dedicato molto spazio alla suggestiva tesi del ritorno al fascismo generato dall’approvazione con voto di fiducia di una legge elettorale. E tra una dichiarazione del padre di Alessandro Di Battista, un commento del generale Pappalardo e un piede finto di Beppe Grillo nessuno ha trovato il tempo di approfondire una notizia clamorosa che in un paese sano e normale avrebbe dovuto occupare con forza le prime pagine dei giornali. La notizia è legata a un passaggio incredibile di una delle rare (ehm) interviste concesse a La7 da Luigi Di Maio e quel passaggio è andato in onda martedì sera nel corso di una chiacchierata che il candidato premier del Movimento 5 stelle ha concesso a Giovanni Floris e a un piccolo gruppo di giornalisti al seguito: Massimo Giannini, Maurizio Belpietro, Luisella Costamagna, Myrta Merlino, Massimo Franco. Nel corso della chiacchierata, molto allegra, Luigi Di Maio, al minuto ventidue, affronta il tema della giustizia. E ai suoi interlocutori offre una dichiarazione mozzafiato, di fronte alla quale nessuno accenna una reazione e neppure uno svenimento: “Noi abbiamo sempre chiesto l’abolizione della prescrizione, perché la prescrizione oggi sta bloccando la giustizia”.

  

 

Avete letto bene, sì. Il candidato premier del Movimento 5 stelle ha sostenuto, in prima serata, e nell’indifferenza generale dei suoi interlocutori, il diritto per un partito politico di teorizzare la sospensione dello stato di diritto. E lo ha fatto arrivando a dire che nel mondo ideale del grillismo una democrazia che funziona è solo quella che straccia uno dei capisaldi della nostra Costituzione: il diritto a un giusto processo e alla sua ragionevole durata (articolo 111). L’affermazione di Luigi Di Maio è la spia di un istinto culturale di cui il grillismo è portavoce e che forse dovrebbe preoccupare più di un collegio uninominale: l’idea cioè che l’unico mondo nel quale vale la pena vivere è un mondo, come sogna Davigo, dominato dalla dottrina pura del totalitarismo giudiziario, dove la repressione ossessiva diventa l’alternativa naturale dello stato di diritto, dove la democrazia punitiva diventa l’unica dimensione possibile per governare una società di presunti colpevoli e dove il magistrato diventa infine non più un garante del buon funzionamento della giustizia ma un formidabile giustiziere della notte, delegato a difendere con forza il paese da tutti coloro che provano a resistere all’incubo di una magistratura intimidatoria.

 

Ma il principio della abolizione della prescrizione (tra i giornali solo il Messaggero si è accorto dell’orrore) nasconde una volontà più grande tipica di un mondo che considera il totalitarismo giudiziario come l’unica forma di democrazia possibile. Scommettere sulla prescrizione per spiegare le vere cause del cattivo funzionamento della giustizia – senza capire che il problema della giustizia non sono i processi troppo corti ma semmai sono i processi troppo lunghi – non significa solo voler negare il diritto di una comunità a conoscere nei tempi più brevi possibili se un imputato è colpevole o innocente ma significa voler offrire ai magistrati un potere incondizionato sul processo e in definitiva accettare che un pubblico ministero abbia di fatto una incontrollata e arbitraria discrezionalità sull’azione penale e sulle vite degli altri.

 

Nella cornice del codice grillino, la sospensione dello stato di diritto è simmetrica all’idea eversiva portata avanti dal grillismo di sospendere la democrazia rappresentativa per sostituirla con una più efficace forma di democrazia diretta (diretta non dai cittadini ma da un blog solo al comando gestito da un comico teleguidato da un’azienda privata non eletta da nessuno). E il principio che il controllo dei processi democratici debba essere delegato a un server esterno – e dunque niente libertà di espressione, niente diritto al dissenso, niente elezione del parlamentare senza vincolo di mandato, niente diritto al voto segreto, a proposito di fascismo – in fondo è lo stesso che si trova alla base di un altro principio che prevede che il controllo della democrazia debba essere delegato non agli elettori (voto) ma a una magistratura senza controllo (veto) simbolo di un potere oppressivo al quale le forze anti sistema sognano di consegnare le chiavi della democrazia. Martedì sera il candidato premier del 5 stelle ha esposto la sua particolare idea di paese, spiegando in che senso la democrazia rappresentativa e la Costituzione sono solo noiosi ostacoli da superare per avere garantita una democrazia pienamente punitiva. Ma il tempo per occuparsi di tutto questo non c’è. Vuoi mettere un partito che sogna di archiviare lo stato di diritto quando c’è una democrazia minacciata da un collegio uninominale?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.