Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Perché la rottura del "patto a quattro" complica i rapporti tra Di Maio e il Colle

David Allegranti

Il vicepresidente della Camera aveva l'occasione di dimostrare a Sergio Mattarella la “serietà” del partito di Grillo. Invece l'intesa sulla legge elettorale è naufragata

Roma. L’accordo sulla legge elettorale, ampio e sollecitato dal Quirinale, se non fosse naufragato giovedì alla Camera, avrebbe permesso alla componente istituzionale del M5s, guidata da Luigi Di Maio, di dimostrare a Sergio Mattarella la “serietà” del partito di Grillo. O, quantomeno, di una sua parte. Alla fine però hanno vinto i movimentisti di Roberto Fico e Paola Taverna, per i quali la purezza antropologica è il pre-requisito per far funzionare il M5s, che non solo non si allea con nessuno, ma neanche accetta di condividere le regole del gioco. La senatrice Taverna l’aveva pure detto apertamente nei giorni scorsi: “La nuova legge elettorale? È un mega-porcellum. Noi del M5s faremo degli emendamenti, ma sinceramente io non mi sarei messa nemmeno lì seduta”.

 

 

 

Fico, capo del fronte anti-Di Maio, d’altronde, è poco credibile quando cerca di smentire il suo coinvolgimento nello sgambetto al vicepresidente della Camera dicendo che “ha vinto la linea dell’Aula parlamentare che è sovrana”. Se c’è “un emendamento da presentare, l’Aula decide se bocciarlo o meno. Questa è la democrazia”. Il punto è che il M5s sapeva che presentando o facendo votare quel tipo di emendamento, che estende i collegi maggioritari anche al Trentino Alto-Adige, dove vige tutt’ora il Mattarellum, Svp si sarebbe sfilata dalla maggioranza che regge il governo creando qualche problema al Senato, dove ha due senatori. Il Pd, hanno spiegato sia il capogruppo Ettore Rosato sia il relatore della legge Emanuele Fiano, lo aveva detto chiaramente al M5s.

 

L’approvazione dell’emendamento sui collegi uninominali per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol, “è un atto di assoluta gravità”, dicono adesso i vertici della Svp, in una lettera inviata ieri al governo e al Pd. “In commissione Affari Costituzionali e in Aula abbiamo condiviso e sostenuto lealmente l’intesa raggiunta fra noi, Pd, Cinque Stelle, Forza Italia e Lega. Come tutti sappiamo e come è stato più volte affermato sia in sede di Commissione che di discussione in Aula, il testo del relatore Fiano non era soggetto a eventuali modifiche su alcun punto della legge elettorale”.

 

Ogni forza politica che “ha sostenuto l’accordo in Commissione – proseguono i vertici di Svp – era o avrebbe dovuto essere consapevole della esigenza di rispettare tale vincolo politico in Aula, perché questa era l’unica opportunità possibile per rispondere positivamente al richiamo del Presidente della Repubblica”. L’accordo raggiunto sul mantenimento dei collegi uninominali per il Trentino-Alto Adige /Sudtirol, “come previsto dalla legge elettorale vigente era un punto fermo e imprescindibile di tale intesa”.

 

 

Ora, mettiamo pure in conto che Rosato sia stato turlupinato dai ragazzi di Grillo nel corso delle trattative e che si sia fidato troppo. Resta il fatto che, anche se si riconosce alla parte istituzionale del M5s di averci provato, la linea del Sacro Blog è stata disattesa e neanche Grillo è più in grado di controllare i suoi parlamentari. Non è certamente un biglietto da visita utile per il Colle. I diversi toni utilizzati ultimamente dal M5s verso il Quirinale sono stati certo un viatico per costruire un buon rapporto, ma i sogni di Di Maio di diventare un interlocutore credibile si affievoliscono. Non essendoci ufficialmente canali aperti tra il M5s e il Quirinale, era lo stesso Di Maio a telefonare a Ugo Zampetti, ex segretario generale della Camera dei Deputati dal 1999 al 2014 e attuale segretario generale della presidenza della Repubblica. E l’unica udienza chiesta al Colle dai Cinque stelle risale a un anno fa. Il problema principale finora è stato che i loro capigruppo cambiano in continuazione, e questo non facilita il compito di tenere aperto un dialogo.

 

Ma dopo questa settimana, il compito è ancora più difficile e oltre alla rotazione dei capigruppo c’è qualche problema sostanziale e riguarda l’affidabilità di un partito che rivendica, soprattutto, la propria inaffidabilità. Ma da un partito con un leader come Beppe Grillo, che parlando dell’Ilva invoca la giustizia fai da te (“Quando alla gente porti via futuro, lavoro, salute, e visibilità ha tutto il diritto di essere violenta”) che altro aspettarsi?

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.