Il tranello del falso garantismo grillino. Calabresi, Rep. e il totalitarismo digitale

Claudio Cerasa

Su Grillo, leggere Bobbio: “Nulla rischia di uccidere la democrazia come l’eccesso di democrazia”

Il direttore di Repubblica Mario Calabresi, a differenza dei suoi energici predecessori, è un garantista vero e già dal suo primo giorno di direzione ha ammesso che avrebbe fatto fare al giornale di Largo Fochetti un passo in avanti rispetto, parole testuali, “alla teocrazia di Ezio Mauro”. In un paese complicato come l’Italia, nel quale l’articolo 27 della Costituzione viene magicamente dimenticato da chi vuole sconfiggere gli avversari per via giudiziaria e viene improvvisamente rivalutato da chi vuole salvare i propri amici dalla gogna del moralismo chiodato, non è semplice essere garantisti, e lo sappiamo. Essere poi garantisti in un giornale come Repubblica, che ha avuto una grossa responsabilità nell’aver difeso l’idea che gli avversarsi si possono combattere a colpi di avvisi di garanzia e nell’aver alimentato l’idea che la questione morale sia il vero cuore del riformismo italiano, è ancora più difficile ed è un piacere dunque leggere proprio sul giornale promotore del Palasharp, sul giornale promotore dei post it a favore dello sputtanamento per interposta intercettazione, sul giornale che per distruggere Berlusconi ha pubblicato tutti i dettagli non penalmente rilevanti della vita privata dell’ex presidente del Consiglio, un editoriale di elogio sincero alla svolta garantista del Movimento 5 stelle. “Ci sembra più corretto – scrive Calabresi – guardare alla sostanza per dire che l’intervento di Grillo è giusto per il principio che esprime e serve a ristabilire alcuni elementi di correttezza nel rapporto tra politica e magistratura. Le nuove linee guida dei 5 stelle restituiscono all’iscrizione nel registro degli indagati il suo valore autentico: l’inizio di un procedimento in cui vengono raccolti e pesati gli elementi a sostegno dell’accusa e non un indizio automatico di colpevolezza”.

 

  

Ci fa piacere che anche Repubblica consideri il garantismo non un gargarismo – mitica definizione di Marco Travaglio, che tra un gargarismo e un altro deve essersi distratto non facendo caso al fatto che i paladini dell’onestà-tà-tà hanno scelto di approvare un garantismo ad personam, che vale cioè non per tutti i cittadini italiani, come prevede la Costituzione più bella del mondo all’articolo 27, ma che vale solo per i politici indagati e iscritti al Movimento 5 stelle, che magicamente diventeranno così non più “impuniti” fino a prova contraria ma “immacolati” fino a sentenza definitiva. Ci fa piacere dunque la svolta garantista di Repubblica, se non fosse però che il garantismo che “restituisce all’iscrizione nel registro degli indagati il suo valore autentico” di cui parla il direttore del più importante giornale progressista italiano, come abbiamo raccontato ieri su queste colonne, è l’ennesima incredibile truffa del Movimento 5 stelle. Quando si accetta che sia lecito che il perimetro del garantismo sia definito non da ciò che prevede la Costituzione ma da ciò che decide un blog eterodiretto da un’azienda privata non si sta dando una carezza ai padri costituenti: si sta dando uno schiaffo alla democrazia e si sta avallando l’introduzione nella nostra grammatica politica di una forma grottesca di totalitarismo digitale, che attraverso la truffa della democrazia diretta punta ad alimentare un sistema in cui lo schema dell’uno vale uno è funzionale solo alla demolizione e alla delegittimazione dei corpi intermedi e alla contestuale legittimazione e glorificazione di una democrazia farlocca, eterodiretta dall’alto, antitetica a qualsiasi principio costituzionale (come ha ricordato ieri sul Messaggero Cesare Mirabelli, ex presidente della Consulta, la Costituzione attribuisce al popolo l’esercizio della sovranità e non a un gruppo politico o a un movimento: articolo 1). Se quello di Repubblica fosse un elogio del garantismo sarebbe dunque una grande notizia.

 

Ma forse involontariamente il direttore di Repubblica, insieme a molti altri che ieri non hanno riconosciuto la fake news del garantismo grillino, elogiando la “nuova grammatica del Movimento 5 stelle” non ha fatto altro che riconoscere la validità di un sistema in cui il garante della democrazia non coincide con il contenuto della Costituzione ma coincide con i server di un blog guidato da un comico eterodiretto da un’azienda privata che ha meno voti di qualsiasi presidente del Consiglio “non eletto dal popolo” (la scena dei grillini che difendono la Costituzione senza neanche conoscerla è uno degli show meglio riusciti della Casaleggio Associati). Forse esagera Alessandro Dal Lago, formidabile sociologo, quando, in un delizioso libro pubblicato nel 2013 con l’editore Cronopio (“Clic. Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica”), ha definito la democrazia grillina un concentrato di “fascismo elettronico”. Ma più che rileggere Dal Lago, al bravo Calabresi e ai truffati dal grillismo consigliamo quantomeno di rileggersi qualche passaggio di Norberto Bobbio, che già in tempi non sospetti scrisse una verità assoluta: “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”. Sotto questa prospettiva, un sistema politico guidato da un blog che calpesta ogni giorno la stessa Costituzione che finge di difendere – e che in pratica sceglie di considerare innocenti fino a prova contraria soltanto coloro che sono graditi al tribuno della rete – è la sublimazione di un’utopia illiberale che ha scelto di trasformare non solo il garantismo ma anche la democrazia in un magnifico gargarismo. E chi cade nel tranello, involontariamente, fa il gioco del grillismo, e non fa altro che alimentare una spirale tossica di totalitarismo digitale. O no, caro direttore?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.