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Non siamo la Grecia e nemmeno gli States

Quel che gli sfascisti fingono di non sapere sulle conseguenze del No

1 Dicembre 2016 alle 05:25

referendum no

Una manifestazione per il No al referendum (foto LaPresse)

Circola l’idea che in caso di vittoria del No non accadrà nulla di negativo nella finanza e nell’economia reale, come invece previsto da tutti gli esperti italiani e stranieri (tranne l’Economist, che dà due diverse versioni da Londra e da Roma). E dunque si dovrebbe votare non sul merito della riforma, ma soprattutto ignorando il fattore che l’industria e i mercati mettono sopra ogni cosa, ovunque, a meno che non si parli di Zimbabwe o Corea del nord: la stabilità politica, compresa l’ordinaria alternanza tra governi e credibili opposizioni. Anzi: il referendum è visto, dalla Lega ai grillini, come l’occasione per “rovesciare” Matteo Renzi, dando anche un calcio negli stinchi all’Europa.

 

L’instabilità diviene salvifica, e del resto la Gran Bretagna non sopravvive alla Brexit e Wall Street non è ai massimi con Donald Trump? E allora dai, divertiamoci anche noi, vediamo l’effetto che fa. Ebbene, è una pericolosa trappola. Lo spread che già fece cadere il governo Berlusconi, e lasciamo perdere i complotti, ha sfiorato in queste ore i 200 punti, quasi raddoppiando con il No in crescita nei sondaggi. Poi si è fermato, sempre ben sopra la Spagna; mentre il Tesoro pagava miliardi in più d’interessi. Ma a calmare le acque è stata la Banca centrale europea, che come ha detto Mario Draghi potrà intervenire anche dopo il 5 dicembre. Tutti sanno però che l’ombrello della Bce si chiuderà, e anche presto. I tassi stanno risalendo in tutto il mondo, il 2017 sarà un anno di campagne elettorali, Mario Draghi avrà meno margini di manovra, i Btp dovranno prepararsi a fare da soli. A loro volta i titoli pubblici italiani sono in portafoglio delle nostre banche molto più di quanto accade altrove. Intesa e Unicredit ne hanno per il 60,3 e 42,1 per cento degli asset, rispetto al 24 di Deutsche Bank per i Bund, al 30,3 di Société Générale per gli Oat, al 22,7 di Barclays per i Gilt. Il che, oltre ai problemi già noti, crea un effetto moltiplicatore che non dipende da Renzi, e che non può sfuggire a un Renato Brunetta.

 

Quanto all’industria, la stabilità, e l’ordinata alternanza di cui sopra, sono congenite a chiunque voglia investire. Certo, l’Italia non è la Grecia (ma siamo sicuri che Salvini e Grillo siano molto diversi da Tsipras?). Però non è neppure gli Stati Uniti, che assorbono l’imprevisto Trump volgendolo in positivo, grazie al passaggio non belluino dell’Amministrazione e ad una certa saggezza nelle scelte del nuovo presidente. Soprattutto non abbiamo la sterlina e il dollaro; l’euro sarà una gabbia, ma resta molto più un’opportunità. E non c’è nessuna alternativa. Chi dice il contrario spara soltanto pericolose balle.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    01 Dicembre 2016 - 10:10

    La Grecia è nello stato in cui si trova non certo per colpa di Tsipras, ma per colpa dei cosiddetti partiti non populisti come il Pasok di Papandreu e il centrodestra greco, che si sono succeduti al governo ed hanno creato il problema, truccando i conti per poter entrare nell'euro. Ma l'Unione Europea e la BCE perché non controllarono allora la situazione greca? Qui si ha sempre la memoria del pesce rosso (nella migliore delle ipotesi, se no è altro)

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