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Bersani & Co. riciclano la solfa del precariato diffuso, con slogan cool

“La Repubblica dei voucher” si porta molto per smontare il Jobs Act, ma è l’ennesimo allarmismo infondato della sinistra-dem. Incidono poco ma danno reddito.

20 Ottobre 2016 alle 06:18

Bersani & Co. riciclano la solfa del precariato diffuso, con slogan cool

Pierluigi Bersani ospite a "diMartedì" (foto laPresse)

Roma. “Non si può andare avanti sempre a voucher… Io li abolirei”. Eccolo qua Pier Luigi Bersani, rinsaldare il fronte con Susanna Camusso e Beppe Grillo (mancano ancora Salvini & Meloni, ma non disperiamo), fronte che coincide con quello del No al referendum. Il tutto nella solita lettura un po’ partigiana dei dati sul lavoro diffusi dall’Inps. Dai quali risulta che le nuove assunzioni tra gennaio e agosto 2016 sono state 3,78 milioni, a fronte dei 4,13 degli stessi mesi 2015 e dei 3,73 del 2014. Quelle a tempo indeterminato, con Jobs Act e incentivi, 805 mila nel 2016, 1,19 milioni nel 2015, 866 mila nel 2014. Quanto alla stabilizzazione dei contratti a termine in fissi, nei primi nove mesi dell’anno riguarda oltre 254 mila casi, meno che nel 2015, ma pur sempre con un segno positivo. Ovvio che la disoccupazione resta alta, 11,4 per cento ad agosto, specchio di una crescita che tutti, governo in testa (figuriamoci le imprese) giudicano insoddisfacente; nonché dalla riduzione degli sgravi fiscali e contributivi, passati da 24 a 9 mila euro. Questo in attesa di altri dati a cominciare dall’Inps.

 

Dov’è allora l’allarme, se non appunto nel fatto che la disoccupazione scende lentamente, e però le assunzioni aumentano se pure a ritmo meno intenso? In due dettagli: crescono i licenziamenti per giusta causa previsti dal Jobs Act, a 46 mila, e su questo titoloni. Ma quanto incidono? Sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato previste dalla riforma, si tratta del 5,7 per cento. Ricordate l’allarme di due anni fa, quando la Cgil profetizzava che con il ridursi dei contributi avremmo avuto più licenziamenti che assunzioni e le aziende si sarebbero messe i soldi in tasca? Bene. Non è avvenuto, e di molto.

 

Secondo allarme: i voucher appunto, i buoni per lavori temporanei: nel 2016 ne sono stati venduti dall’Inps alle aziende 96,6 milioni, in forte aumento.

 

Secondo Camusso questo “smaschera il fallimento del Jobs Act”. Mentre l’ex segretario dem Bersani nota che “se fai l’oste seriamente non puoi dar da bere agli ubriachi”, per Grillo siamo pari pari “la Repubblica dei voucher”. Ma ha senso questo suonare di sirene che molto si presta all’uso mediatico (famiglie in diretta che campano a voucher, telecamere nascoste in uffici del personale)?

 

Roberto Cicciomessere, già deputato Radicale e parlamentare europeo, studioso di welfare, dice al Foglio: “Non c’è nessuna emergenza. Il fenomeno va certo monitorato, ma la sua incidenza sul numero degli occupati è dell’1,3 per cento; e per più di tre quarti di chi li usa costituisce un reddito aggiuntivo”. Su Strade, la rivista su cui Cicciomessere si ripromette di sconfessare “i luoghi comuni intorno ai fenomeni sociali e del lavoro”, l’autore paragona i voucher ai minijob tedeschi, introdotti con la riforma del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder e che nessun esponente della sinistra in Germania si sognerebbe di abolire. I minijob costituiscono l’eterno paragone negativo fisso della Cgil, e di una certa destra antitedesca. Ma, scrive sempre su Strade l’esperto di Germania Giovanni Boggero, “i dati dicono che i minijobber lavorano tra 10 e 20 ore settimanali a un massimo di 450 euro al mese. Spesso sono impieghi aggiuntivi o svolti da casa, soprattutto da donne, che arrotondano il reddito e riducono la disoccupazione. E parliamo di due milioni di tedeschi su 80 milioni”.

 

Certo, meglio per i bersaniani, i grillini, e anche per la Lega in felpa, che sia il pubblico a elargire direttamente lavoro, magari a vita – sono un po’ dei “choosy” di stato, per parafrasare l’ex ministro Fornero: il governo rottamatore ci mette del suo con le 10 mila assunzioni pubbliche della legge di Bilancio, la giunta Raggi con le 976 assunzioni – 485 “già quest’anno” – promesse dal comune di Roma per dare man forte ai suoi oltre 24 mila dipendenti, come se ce ne fosse bisogno. Senza contare le imbarcate di precari, in barba a ogni progetto che meriti l’hashtag #labuonascuola. La realtà? Tutti sanno che ciò che realmente non funziona è il collocamento, semimonopolio pubblico-sindacale. Ma volete mettere come suona bene nei talk-show lo slogan “Repubblica dei voucher”? Il motto più adatto a loro sarebbe “Mantenuti tutti, mantenuti subito”, mutuato dai black bloc.

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