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Vocazione minoritaria

Renzi sbaglia ad accettare il terreno di confronto imposto dalla minoranza Pd. Vista la corposità delle ragioni dell’opposizione interna, che si traduce in irriducibilità dell’opposizione, non si capisce la tattica adottata da Matteo Renzi che si è infilato in una prospettiva di modifica della legge elettorale.

11 Ottobre 2016 alle 21:56

Vocazione minoritaria

I bersaniani sembrano diventati una specie di corrente di Forze nuove di sinistra legata alla Cgil, all’Anpi e all’Arci (LaPresse)

Della riunione della direzione del Partito democratico tutti gli osservatori hanno notato un clima di assoluta diffidenza tra la maggioranza e quella parte della minoranza che si è espressa per il No al referendum. Questo dato evidente appartiene però alla tattica, adottata per gestire una rottura ormai realizzatasi. Quello che forse è più interessante indagare è la ragione di fondo che ha determinato la divaricazione. Dire che si tratta di un’idiosincrasia della minoranza per Matteo Renzi, che c’è senza dubbio, non spiega però nulla sulle cause profonde di questa diffidenza che si trasforma progressivamente in ostilità.

 

Uno dei tratti caratteristici della minoranza è quello di ragionare più in termini di rappresentanza della realtà sociale che di intervento per dare sbocco alle esigenze e alle contraddizioni che dalla stessa realtà sociale emergono. Non si tratta di una novità: la sinistra italiana, il cui partito più rappresentativo è stato per decenni all’opposizione, ha imparato bene a controllare e a condizionare l’azione di governo altrui. Lo scontro accesissimo contro il “decisionismo” di Bettino Craxi fu originato proprio dalla volontà del leader socialista di non accettare quel vincolo consociativo e i condizionamenti che ne derivavavano. Quando si è trovata a dover gestire la maggioranza di governo, la sinistra di origine comunista ha puntato su tecnici o su esponenti politici a forte caratterizzazione tecnica, da Carlo Azeglio Ciampi a Mario Monti a Enrico Letta, passando per Giuliano Amato e, soprattutto, Romano Prodi. Prodi, però, non ha accettato il ruolo subalterno, ha sviluppato una propria azione politica, che ha portato il suo asinello scalciante e far fallire il disegno governativo di Massimo D’Alema.

 

Proprio quel tentativo, la breve esperienza di governo di un leader della sinistra classica che si autodefiniva “figlio di un dio minore”, ha segnato profondamente la vicenda della sinistra postcomunista, portandola a confinarsi in un ruolo di controllo anziché a puntare a un’azione di trasformazione gestita in prima persona. Pier Luigi Bersani, per la verità, avendo accumulato preziose esperienze di governo regionale e ministeriale, aveva provato a cambiare schema, seguendo la vocazione maggioritaria predicata da Walter Veltroni, ma non è riuscito a vincere le elezioni nonostante lo stato comatoso dell’avversario tradizionale di centrodestra.

 

Ripercorrere la vicenda della sinistra è utile per comprendere la strana “vocazione minoritaria” che è diventata la cifra della minoranza del Pd. Per esercitare influenza e condizionamento servono condizioni generali che rendano i governi e le maggioranze instabili e una possibilità di ritagliarsi una rappresentanza parlamentare di corrente, attraverso l’uso delle preferenze. Non è una novità, ma in passato questa strada è stata seguita soprattutto dalle correnti “professionali” della Democrazia cristiana, dai contadini gestisti – sulla destra – dalla Coldiretti bonomiana, ai lavoratori dipendenti, rappresentati, sull’altro versante, da Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Ora i bersaniani sembrano diventati una specie di corrente di Forze nuove di sinistra legata alla Cgil, all’Anpi e all’Arci, e questo spiega la loro tattica di opposizione alla riforma costituzionale e di rivendicazione di una legge elettorale che estenda al massimo l’uso correntizio delle preferenze.

 

Se si tiene conto di questa propensione della minoranza del Pd si spiega anche il paradosso, messo in evidenza con lucidità da Piero Fassino nel corso della discussione in direzione, di una minoranza che a parole demonizza le alleanze e le coalizioni con cui il Pd è costretto a governare, mentre propone un meccanismo elettorale che inevitabilmente perpetuerebbe questa esigenza. Questo è un problema per chi si pone l’obiettivo di governare realizzando un programma riformista, ma non lo è affatto per chi punta a esercitare una funzione di stimolo e di condizionamento.

 

Eppure, si può osservare, la sinistra del Pd insiste per riforme più radicali, per una redistribuzione del reddito affidata a misure di finanza straordinaria come la patrimoniale, quindi non è contraria a un’impostazione riformista, ma è insoddisfatta della timidezza e del gradualismo del riformismo renziano. E’ un’obiezione fondata, almeno in termini astratti, ma se calata nella realtà dei rapporti di forza sociali e politici reali ha solo il senso agitatorio del “programma massimo” opposto al riformismo turatiano che diede il nome alla corrente massimalista del Psi dopo la Prima guerra mondiale, la cui roboante impotenza fu tra le cause del disastro della democrazia liberale e dell’affermazione fascista.

 

La pericolosità della manovra della minoranza non sta tanto nella presa – per la verità scarsissima – che può avere sulla base organizzata e su quella elettorale del Pd, quanto nel fatto che è in sintonia con una tendenza antiproduttiva e antiriformista che sta diventando prevalente nel Mezzogiorno, dove i poteri locali, dalla Puglia a Napoli, esprimono forme elementari di ribellione antistatale che spingono a far fallire una riforma modernizzatrice ed efficientista. E’ a questa tendenza che dà corpo, con una certa abilità manovriera Roberto Speranza.

 

Vista la corposità delle ragioni dell’opposizione interna, che si traduce in irriducibilità dell’opposizione, non si capisce la tattica adottata da Matteo Renzi che, per “togliere gli alibi” alla minoranza, si è infilato in una prospettiva di modifica della legge elettorale che ha il solo effetto di spostare l’attenzione dalla riforma costituzionale su cui si vota a quella elettorale sulla quale, almeno prima del referendum, si faranno solo chiacchiere. Più in generale, l’avere accettato il terreno di discussione prescelto dalla minoranza invece di dedicare tutte le energie a sostenere la riforma costituzionale, l’attardarsi in discussioni interne alla ricerca di una impossibile ricostruzione della fiducia reciproca tra i capicorrente, invece di cercare di recuperare la fiducia dell’elettorato, sembra davvero un passo falso.

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