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Il referendum contro i fax delle procure

La necessità di una politica forte spiegata involontariamente da De Mita: la bicamerale del 1993 fallì quando "a un certo punto, eravamo al nodo giudiziario, arrivò un telegramma dalla procura di Milano: era una diffida a proseguire".

6 Ottobre 2016 alle 18:02

Il referendum contro i fax delle procure

Foto LaPresse

L’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita è stato intervistato ieri dal Corriere della Sera per spiegare le sue personali ragioni per votare No al referendum costituzionale ma nel corso della sua chiacchierata ha centrato involontariamente una delle ragioni cruciali per cui il Sì al referendum sembra avere una sua importanza strategica.

 

Domanda del Corriere: “Presidente, correva l’anno 1993, perché fallì la sua Bicamerale?”. Risposta di De Mita: “E’ un discorso lungo. Ma ricordo che a un certo punto, quando eravamo al nodo giudiziario, arrivò un telegramma dalla procura di Milano: era una diffida a proseguire”. Senza farci neppure caso, dunque, l’ex presidente del Consiglio, citando uno dei molti tentativi registrati nella storia recente del nostro paese di riformare la Costituzione, la Bicamerale Iotti-De Mita del 1993, ricorda che quel tentativo non andò in porto a causa di un sistema politico debole, incapace di prendere decisioni in piena autonomia e ostaggio dei professionisti del veto, tra cui la magistratura.

 


Ciriaco De Mita (foto LaPresse)


 

L’episodio citato da De Mita era stato ricordato tempo fa su questo giornale con queste parole da Marco Boato, protagonista di un’altra commissione Bicamerale: “Arrivò via fax in Commissione un documento, fotocopiato e distribuito dai funzionari, forse per ingenuità, come fosse un volantino, e intestato ‘Anm’, anche se non è propriamente dell’Anm. Il testo, infatti, è sottoscritto da decine di magistrati in servizio presso la Procura generale di Milano, la Procura della Repubblica di Milano, la Procura presso la Pretura di Milano, la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Milano, con numerose altre adesioni: da Vladimiro Zagrebelsky a dodici magistrati della Procura presso la Pretura di Torino”.

 

Un episodio simile capitò qualche anno dopo in un’altra Bicamerale: “Nel gennaio del 1998 – ricorda ancora Boato – mentre si cominciava a discutere in Aula della riforma Costituzionale, e mentre da parte di Md giungevano critiche durissime, l’Anm fece un convegno contro le riforme costituzionali (al Palazzaccio). Il magistrato Elena Paciotti pronunciò una relazione violentissima contro la riforma e Scalfaro intervenne dicendo di condividerla parola per parola”. Anche quella riforma andò in fumo e anche quella riforma non fu fatta per l’incapacità della politica di avere una sua autonomia rispetto ai poteri immobili della repubblica. Otto anni dopo lo schema si sta ripetendo. Un’altra riforma costituzionale in ballo e un altro plotone di magistrati schierati contro quella riforma. Magistratura democratica ufficialmente, l’Anm non ufficialmente ma sostanzialmente. La tesi è sempre quella: il genere di governabilità che nascerebbe dal combinato disposto tra la riforma costituzionale e la legge elettorale creerebbe un grande problema di rappresentanza nel paese e le minoranze cesserebbero di essere rappresentate come sono rappresentate oggi. Il messaggio è chiaro: una politica forte è un problema per l’Italia. Verrebbe da dire che lo è sicuramente, specie per quelle procure abituate a far saltare le riforme: quando va bene con un fax; quando va male con un avviso di garanzia.

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