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I furbetti del referendum

Il rispetto è dovuto a tutti. Ma se De Mita e i suoi hanno una loro coerenza, e lo meritano senza riserve, il discorso è diverso per gli ipocriti arruffapopolo del No (e si capisce bene l’imbarazzo del Cav.). I grillini? Lasciamoli nel frigo.

28 Ottobre 2016 alle 06:18

I furbetti del referendum

Ciriaco De Mita (foto LaPresse)

Il trucco c’è e si vede a occhio nudo. Per questo è difficile disincagliare la discussione sul referendum del 4 dicembre da certi toni accaniti e irrispettosi, totalmente privi di fair play, che Giorgio Napolitano e altri continuano a lamentare. C’è da sperare che il confronto tra il presidente del Consiglio e Ciriaco De Mita, ex capo della Dc, intellettuale della Prima Repubblica, ex premier, antagonista storico di Bettino Craxi negli anni Ottanta, serva a svelare il trucco in modo elegante e positivo, chiaro per il pubblico.

 

Quelli come De Mita non usano mezzi strumentali e obliqui, non confondono referendum e elezioni politiche, non vogliono principalmente un No che destabilizzi il governo e liquidi il renzismo, ciò che politicamente ha realizzato e che promette la leadership del Royal Baby da due anni e mezzo e più (due anni e mezzo di governo e la rottamazione cosiddetta di preparazione). Non lo escludono di certo, e magari ne sarebbero contenti, ma non votano su questo aspetto della faccenda. Pensano da sempre che salvo dettagli la Costituzione del ’48 va bene ancora oggi nel suo impianto, credono nelle virtù della Repubblica parlamentare, basata sulla funzione costituzionale dei partiti vecchio stile. Si parla dei partiti fondati sulla selezione “darwiniana” della classe dirigente attraverso procedure e vita interna lontane dalle furbate demenziali e illegali della Casaleggio Associati o dalla natura di cartello elettorale-politico legato a un “capo” eletto nelle primarie aperte e alla selezione cosiddetta “cortigiana” (i termini tra virgolette sono di Paolo Cirino Pomicino, altro primo-repubblicano tenace e intelligente).

 

Partiti storici fondati sul consenso per affiliazione ideologico-culturale e sociale, non le leadership maggioritarie legate a un progetto di governo e all’alternanza, apparati contro staff (è “cortigiana” per dir così anche la selezione americana degli advisor del presidente e di tutti i politici, gente non eletta da alcun congresso), correnti di pensiero, di potere e di organizzazione contro dialettica dello streaming e della politica comunicata in tempo reale. La loro idea del sistema è precisamente quella di un marchingegno complesso per la mediazione della decisione politica, in cui non conta che all’indomani delle elezioni si sappia chi ha vinto e che chi ha vinto sia in grado di governare secondo il proprio rapporto con l’elettorato che lo ha scelto; conta piuttosto la formazione di maggioranze capaci di contenere la diversità del paese al loro interno e di esercitare in Parlamento l’arte del confronto con minoranze altrettanto vincolate al meccanismo della opposizione come della consociazione, e alle mille intermediazioni sindacali, corporative e burocratiche che, nella loro idea, sono il sale di una democrazia compiuta, “coesa” come si dice, corrispondente alla Costituzione uscita da vent’anni di fascismo e oltre mezzo secolo di democrazia liberale dello stato unitario prefascista. Il loro orizzonte non è quello di mandato (Renzi che promette di non andare oltre le due legislature) bensì quello di una lenta trasformazione e di un adeguamento nella continuità temporale di classi dirigenti che si esprimono attraverso saperi e personalità di lunga durata.

 

Mentre i paesi maggioritari o semipresidenziali d’Europa cambiavano i governi e alternavano chi li guidava in un orizzonte di relativa stabilità e di limiti temporali certi, l’Italia con la sua Costituzione e Repubblica parlamentare classica lavorava sulle egemonie di blocco, sulle aggregazioni sociali e sulle loro, come dice Pomicino, “scomposizioni e ricomposizioni”, gli esecutivi passavano a raffica e il sistema restava intatto e istituzionalmente forte perché integralmente rappresentativo attraverso la legge elettorale proporzionale. Questa è una cultura, nata dalla storia nazionale (modi di costruzione dell’unità del paese, stato liberale, fascismo e Guerra fredda), ma non è un trucco. Dunque chiede un rispetto diverso da quello un po’ untuoso e retorico esibito da Renzi nei confronti del professor Gustavo Zagrebelsky, portavoce del fronte del No fondato invece sul procedimento strumentale. Un rispetto vero, quello dovuto ad antagonisti che rivendicano con orgoglio un pezzo di storia italiana fatto di preferenze personali, di partiti, di governi che cambiavano ma di istituzioni che si volevano egemoni e capaci di procurarsi il consenso per investirlo nei meccanismi della decisione politica mediata e consociata perfino negli anni della più dura divisione con i comunisti, ma nel famoso “arco costituzionale” mai rinnegato.

 

Quelli del trucco (sia detto con il più mellifluo rispetto) sono invece di tutt’altra pasta. D’Alema e la minoranza più rancorosa del Pd nonché i rumorosi e sparsi portavoce del costituzionalismo aulico e del partito manettaro buttano a mare anni di elaborazione politica e di impegnativi tentativi di costruzione della riforma costituzionale, e un’adesione che sembrava sincera al maggioritario che ha dato al paese l’alternanza di cui loro per primi hanno goduto, per denunciare il “combinato disposto” di riforma e legge elettorale come un rischio autoritario e un pasticcio, nonostante il titolo della riforma (abolizione del bicameralismo paritario eccetera), che è l’unica cosa che conta davvero, sia perfettamente congruo con i loro vecchi sforzi impotenti d’antan. Berlusconi, in evidente imbarazzo, un po’ si accoda un po’ no, ma fa anche lui una ingannevole battaglia “antiautoritaria” contro sé stesso e il meglio che il suo lungo governo dei cinque anni (2001-2006) aveva prodotto, una riforma simile e semmai più spinta qualitativamente nel segno del rafforzamento dei poteri dell’esecutivo. In queste posizioni c’è il trucco, l’ingombrante revanscismo di gruppi radicalmente incompatibili tra loro, più che eterogenei, contro l’insopportabile cambiamento di passo costituito dal governo del boy scout. E il travestimento dello strumentalismo è nel tentativo di dire che il No è per un’altra riforma, non contro la riforma, il che è grottesco vista la storia pachidermica e tendenzialmente senza fine del riformismo costituzionale pre-Renzi. Il rispetto è dunque dovuto a tutti, ma se De Mita e i suoi meritano un rispetto senza riserve, quello dovuto agli arruffapopolo del No come mera delegittimazione del governo via referendum invece che via elezioni politiche, ecco, quello è un rispetto che, per i motivi qui argomentati, non è senza riserve. E gli italiani meritano di capire la differenza tra queste due posizioni, una rispettabile integralmente l’altra solo con una certa dose di ipocrisia e di formalismo delle buone maniere. I grillini? Attualmente sono in frigorifero, in lavatrice, non avrebbe senso parlarne.

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