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Generazione perché Sì

Una raccolta di ragioni allegre, pazze, sentimentali, razionali ma soprattutto generazionali per votare Sì al prossimo referendum costituzionale

12 Ottobre 2016 alle 21:31

Generazione perché Sì

Foto LaPresse

Il direttore Claudio Cerasa così descrive lo scontro dialettico tra la tendenza alla competizione e la tendenza alla concertazione che sta animando il dibattito attorno al referendum costituzionale del 4 dicembre. Sul Foglio in edicola (e che potete scaricare qui) troverete un girotondo fogliante sull'argomento: idee pazze, sentimentali e generazionali per votare Sì.

 


 

 

Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ieri ha giustamente segnalato che la campagna elettorale referendaria è un delirio totale, “una guerra di religione” in cui “il merito è svanito in nome della battaglia politica per abbattere il nemico” e in cui il Corriere non intende almeno per il momento prendere una posizione perché vuole “fare la sua parte per aiutare i lettori a decidere con libertà e consapevolezza”.

 

Il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, ha fatto un ragionamento simile, qualche giorno fa, dicendo esplicitamente di non volere per il momento prendere posizione, “non entro nel merito della discussione”, e segnalando che “i prossimi due mesi rischiano di essere l’occasione perfetta per incenerire ogni possibilità di dialogo e di discussione in Italia”.

 

Lo stesso ragionamento lo ha fatto qualche settimana fa il nuovo direttore dell’Espresso, Tommaso Cerno, che, in un articolo più generale relativo all’orientamento del suo settimanale, ha detto che “per misurare la paura non serve un righello, così come a l’Espresso non serve una linea. Il mondo è tondo mentre la linea è monodimensionale, inadatta quindi a capire l’oggi e i suoi abissi”.

 

Dunque, si parla di referendum, in tutti i grandi giornali, ma lo si fa quasi sempre con lo stile degli osservatori delle Nazioni Unite, indossando molti caschi blu per mettere in pratica operazioni volte al mantenimento della pace. La linea – o come direbbe l’amico Cerno il righello – è chiara: noi abbiamo le nostre idee, ma per non scatenare una guerra di civiltà indossiamo i caschetti e ci diciamo neutrali. Su questo punto il Foglio ha un’idea un po’ diversa. La nostra idea è semplice: ci sono molte persone che hanno tante ragioni per votare No, e il 4 dicembre hanno buone possibilità di essere in maggioranza nel paese; ma ci sono anche moltissime ragioni per votare Sì, al referendum, e queste ragioni superano, quelle pur legittime, messe in campo da chi dice No. Lo abbiamo scritto spesso sul nostro giornale. Il referendum non è solo uno scontro freddo tra due scuole di costituzionalisti, è uno scontro tra due idee diverse di Italia. Tra chi sogna la possibilità di dare a chi vince le elezioni gli strumenti per governare senza essere ostaggio degli ottimati, delle piccole ingessate minoranze del paese, riaffermando con forza il primato della politica sacrificato da molti anni nel nostro paese sull’altare della rappresentanza e della centralità del Parlamento a discapito della responsabilità del governo. Dall’altro lato c’è invece un pezzo di paese che ha scelto di promuovere un sistema dove nessuno vince davvero, dove lo spirito proporzionale deve prevalere sullo spirito maggioritario, dove la concertazione deve prevalere sulla competizione e dove viene considerato un diritto assoluto la presenza di una democrazia in cui chi vince non deve vincere troppo al punto che chi vince in un ramo del Parlamento può per costituzione soccombere nell’altro.

 

E’ uno scontro che vi abbiamo descritto su queste pagine con una dialettica semplice: tendenza alla competizione contro tendenza alla concertazione.

 

Abbiamo deciso oggi di raccontare ai lettori, con alcune nostre firme, quali sono le ragioni del sì e lo abbiamo fatto dando a queste ragioni una chiave generazionale. Secondo uno studio accurato pubblicato qualche settimana fa sulla Voce.info, coloro che potrebbero beneficiare di più della riforma costituzionale in termini di maggiore rappresentatività sono due fasce di età: la prima va dai 30 ai 39 anni, la seconda dai 40 ai 49. Abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori e amici che rientrano in questa fascia di età di spiegare le loro ragioni, il loro perché. Ne è uscito fuori un girotondo diciamo pure generazionale che vi proponiamo, e volutamente senza righello e senza nessun caschetto umanitario.

 

 

In edicola trovate il girotondo fogliante sulle idee pazze, sentimentali e generazionalI per votare Sì ( che potete scaricare anche qui)

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