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Tutti i duelli nei partiti all’ombra del referendum e della legge elettorale

Appendino e Raggi, Parisi e Toti, Salvini e Maroni, Vendola e Pisapia, Cesa e Casini. I conflitti e le ipotesi alternative che si manifestano anche nelle diverse posizioni che ciascuno di questi leader prende nei confronti delle riforme. Orizzonti incompatibili.

21 Settembre 2016 alle 06:15

Tutti i duelli nei partiti all’ombra del referendum e della legge elettorale

Il duello tra Eugene Onegin e Vladimir Lensky' in un'illustrazione del pittore russo Il'ja Efimovič Repin (via Wikipedia)

Roma. E forse bastano le parole di Beppe Grillo – che a Roma catechizza preoccupato (“fate squadra, vedetevi di più, fate feste”), mentre a Torino promuove (“abbiamo tutte le carte in regola per rendere possibile l’impossibile”) – a offrire l’idea di una politica in bilico e di un conflitto antropologico ed estetico che attraversano il Movimento cinque stelle, ma non solo, e che delinea la coesistenza di orizzonti diversi, diverse linee di futuro, stile, prospettive. Da una parte Virginia Raggi, a Roma, che ancora a tre mesi dalle elezioni ieri candidamente ha raccontato in Consiglio comunale d’essere alla ricerca di due assessori (“sto guardando i curricula”), dall’altra Chiara Appendino, che invece a Torino già governa da tempo e tesse rapporti istituzionali, morbidi e astuti anche con il Pd e con il presidente della regione, Sergio Chiamparino. Da una parte dunque la giovane sindaca romana che appena eletta disse “ce la faremo con Grillo e Casaleggio”, dall’altra la giovane sindaca torinese che appena eletta disse “spero di essere all’altezza della storia e della tradizione di questa città”. Due volti e due stili opposti. Ma è tutta la politica italiana a essere in bilico, sono tutte le aree e tutti i partiti (che dall’inizio della legislatura, fatta eccezione del Pd e della Lega, hanno già subìto scissioni, trasformazioni e battesimi) a fermentare nei duelli, a coltivare ipotesi talvolta persino incompatibili di futuro, a rivelarsi sospesi tra posizioni rabbiose e altre invece di pragmatismo e moderazione che s’incarnano nei volti di leader consanguinei ma alternativi: Parisi e Toti in Forza Italia, Salvini e Maroni nelle Lega, Pisapia e Vendola a sinistra, come Raggi e Appendino nel M5s. Solo nel Pd – per fortuna o per malasorte – Renzi non sembra avere un vero avversario.

 



 

Tutti conflitti, duelli, ipotesi alternative che si manifestano anche nelle diverse posizioni che ciascuno di questi leader prende nei confronti del referendum, e adesso anche nei confronti della legge elettorale. Ieri il M5s ha mutato radicalmente idea: è favorevole a cambiare l’Italicum, e Renzi ha detto che si tratta di “un fatto di chiarezza. Ora aspettiamo Berlusconi e Salvini, aspettiamo che ci siano tutte le posizioni in campo e poi faremo le modifiche necessarie”. E dunque Forza Italia rimane sospesa – per calcolo e ambizione del Cavaliere sempre pronto a rilanciare se stesso? Chissà – tra la grazia manageriale di Stefano Parisi, tutto un mondo riformista e confindustriale non estraneo alle ragioni del “sì” al referendum, e le articolazioni nordiste, paraleghiste e securitarie di Giovanni Toti, il governatore della Liguria che incontra Matteo Salvini e stringe la mano di Giorgia Meloni, quelli che Parisi invece non sembra voler frequentare. E nei loro incontri privati sono parole gonfie e misere, tenute su con gli spilli d’una gentilezza bugiarda a coprire disamore e diffidenza reciproci. E insomma una linea e un orizzonte governista, mai euroscettico, e una linea e un orizzonte invece di lotta e di parole forti.

 



 

Quello stesso genere di divaricazione – quella stessa idea forse divergente di futuro – che intanto attraversa anche la Lega e che s’incarna nel freddo e carsico duellare tra Salvini e Roberto Maroni (e un po’ Luca Zaia), tra il giovane segretario federale padano che sputazza sulla memoria di Carlo Azeglio Ciampi e che offre un mondo composto di ruspe e fili spinati, e il vecchio Maroni che invece stringe la mano del presidente Mattarella quando questi fa l’elogio della “mitezza in politica”, il presidente della Lombardia che forse non s’accontenta d’una Lega forza d’interdizione, di una massa abbaiante lontana dalle istituzioni, ma che sa che per governare bisogna rispettare i princìpi base della grammatica politica e del buon senso istituzionale. Ed è certamente appassionante seguirli e osservarli, tutti sempre di più immersi nel loro conflitto, politico, antropologico a tratti persino estetico, che serpeggia e scoppietta, ma che pure ancora mai davvero esplode, perché le elezioni non sono ancora così vicine e perché prima, prima di tutto (e soprattutto), c’è quel referendum che divide persino l’ombelico del centro. E dunque divide Lorenzo Cesa, per il “no”, e Pier Ferdinando Casini, per il “sì”. Due figli della stessa storia, due getti d’antica pianta democristiana che a volte si confondono e che adesso si allontanano, proprio come succede a sinistra, dentro Sel, tra Nichi Vendola e Giuliano Pisapia, l’uno sulle barricate della lotta e l’altro invece (“mi sembra una guerra fratricida”) coerente con la filosofia che in questi anni ha fatto rifiorire Milano: uno stato d’animo collettivo che al di là degli interessi e degli insediamenti sociali lega tra loro le figure istituzionali, chiunque esse siano. Dunque il referendum e la legge elettorale, i partiti in bilico, sospesi tra leader che duellano nei corridoi. Succede anche nel Pd, e molto, ovviamente. Ma solo nel Pd questo tramestio ancora non ha prodotto un leader alternativo a Renzi, almeno che non lo sia il vecchio Massimo D’Alema. Ma lo è?

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